Quando si vuole valutare una serie di interventi nel campo della salute mentale, si possono usare molti indicatori. Ma se lo scopo è quello di verificare la loro relazione con lo stato di salute della democrazia e con i diritti dei cittadini che vivono un’esperienza di sofferenza psichica, è sufficiente osservare quanto questi interventi si discostino dal paradigma dell’istituzione chiusa, che ha costituito l’atto di nascita della psichiatria in epoca moderna.
Istituzione chiusa e rapporto controverso con il sistema della giustizia, infatti, sono gli elementi fondanti non tanto (o non solo) della pratica della medicina mentale, ma anche del suo costituirsi come istituzione medica che non solo deve curare, ma anche custodire. Il tutto è segnato da una contraddizione di fondo: quando le istituzioni psichiatriche funzionano, il sistema della giustizia e della difesa sociale può non operare perché le mura chiuse degli ospedali psichiatrici svolgono la funzione di separare le persone che si ritiene rappresentino una minaccia per la società. In caso contrario, la “giustizia” chiede incessantemente alla psichiatria di rispondere alla domanda di sicurezza, assumendo un mandato sociale preciso di azione preventiva e di custodia. In Italia, dove la riforma del 1978 ha messo fine al manicomio e dove, nel 2014, dopo ripetute denunce di società civile, magistratura e commissioni parlamentari, anche gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) sono stati chiusi, nessuno oggi parla esplicitamente di riaprire i manicomi o della loro utilità. L’incompatibilità tra custodia e cura sembra pertanto un dato acquisito. Eppure, il meccanismo tende a riproporsi in un continuo ritorno degli uguali.
In questo senso, il recente Piano di Azione Salute Mentale 2025-2030 è una lettura a tratti edificante perché mostra come il paradigma dell’istituzione chiusa si riproponga in forme nuove. Sarebbe perciò un errore considerare il Piano senza porre al centro questa prospettiva che si evidenzia se si legge il documento scrostando il testo dalla vernice del linguaggio tecnico, per certi versi avanzato in termini di integrazione socio-sanitaria. È utile invece richiamare alcune delle azioni previste. In primo luogo, l’ampliamento del numero di posti letto di Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, che non tiene conto delle esperienze virtuose delle regioni che meglio hanno saputo gestire la chiusura degli OPG, senza creare liste d’attesa, ignorando che proprio le Regioni con più posti letto sono quelle dove le liste d’attesa sono più lunghe. In secondo luogo, si propone la creazione di una rete di strutture vigilate e un aumento di posti letto in strutture terapeutiche per minori autori di reato, ampliando la sfera dell’intervento penale sui minori seguendo una tendenza recente all’istituzionalizzazione precoce. Ancora, guardando all’ambito penitenziario, il Piano propone un aumento dei posti nelle Articolazioni Tutela della Salute Mentale in carcere, spazi chiusi dentro lo spazio chiuso della prigione, in cui si sono verificate in modo sistematico violazioni dei diritti individuali e problemi gestionali più volte evidenziati dalla rete dei Garanti delle persone private della libertà. Tutto questo in un quadro complessivo di sovraffollamento penitenziario che, a livello governativo, si vuole affrontare attraverso la creazione di moduli per ulteriori 10.000 posti e con la delega del trattamento dei detenuti dipendenti da sostanze alle comunità terapeutiche.
Con questi presupposti, che ruolo svolgono i riferimenti al lavoro, all’abitare, all’integrazione, ai budget di salute e alla lotta allo stigma? Questi interventi, immaginati negli anni come modi per superare l’esclusione sociale, come alternative concrete all’internamento, sopravvivono deformati in un quadro di allargamento delle istituzioni chiuse. In cui il territorio non è più il luogo di vita, di reintroduzione nello scambio sociale dei soggetti, ma un arcipelago di spazi chiusi. Così oggi si assiste al consolidarsi di un’idea duale di servizio di salute mentale: c’è una possibilità di cura per le persone che non creano problemi e un respingimento di chi infrange la norma, con un’accettazione acritica dell’ampliarsi degli spazi di esclusione. Un’idea molto diversa da quella emersa nell’ultima Conferenza Nazionale Salute Mentale Autorganizzata e nel più recente incontro promosso dal Coordinamento Salute Mentale in tema di psichiatria e giustizia. Iniziative che hanno testimoniato l’efficacia di un’azione diffusa di organizzazioni della società civile e servizi pubblici che da anni lavorano per evitare il riprodursi dell’esclusione.
Esperienze il cui lavoro viene mortificato da un’inerzia della politica e da culture organizzative custodialistiche che non lasciano spazio per la cura, come quelle che emergono da un Piano Nazionale che, in fin dei conti, guarda solo alla psichiatria e non alla salute mentale. Mentre parlare di salute mentale – come diceva qualche anno fa Franco Rotelli – “Vuol dire parlare di cosa fa star bene e cosa fa star male le persone, e come cercare di far qualcosa per farle stare meno male”.

