La Speranza come lavoro politico. di Benedetto Saraceno

L’Utopia e la Speranza non sono il regno dell’impossibile ma quello del “non ancora” e sono continuamente esposte al rischio e all’incertezza e quindi richiedono quello che Ernest Bloch chiama “ottimismo militante”.  Si tratta di fare della Speranza un progetto di ricerca, un lavoro politico di innovazione sia degli strumenti di comprensione della realtà sia di azione nella realtà: un lavoro sulle potenzialità del presente, ossia del futuro del presente.


A ben guardare, non c’è nulla di così nuovo sotto il sole: basti rileggere le parole del fondatore del movimento fascista spagnolo, la Falange, José Antonio Primo de Rivera: “… il fascismo sostiene che esiste qualcosa al di sopra dei partiti e al di sopra delle classi sociali, qualcosa di permanente, trascendente, supremo ossia quella unità storica chiamata patria[1]. Ecco che ritroviamo a un secolo di distanza la illusione di quei movimenti che, negando le classi sociali e le distinzioni politiche destra-sinistra, in realtà promuovono una ambigua idea di “popolo che accederebbe senza intermediazioni di corpi intermedi al controllo delle istituzioni politiche.

Possiamo, e a buon titolo, riconoscere una preoccupante recessione che non è solo economica ma è arretramento dei diritti, della giustizia, della tolleranza, della civiltà, della politica e dei suoi linguaggi. Non a caso, la popolazione carceraria aumenta, la popolazione dei marginali controllati e istituzionalizzati aumenta, il sostegno sociale ai più vulnerabili diminuisce, i gestori privati della salute e della assistenza si sviluppano creando un welfare privatistico e commerciale. Salute, Educazione, Diritti cessano di essere valori assoluti e divengono progressivamente variabili dipendenti (dal budget, dalle emergenze vere o finte, dal cinismo politico che si autoproclama realismo politico). In tempi di recessione i fenomeni di istituzionalizzazione e re-istituzionalizzazione diventano frequenti ed erodono gli spazi di libertà individuale e collettiva.

“L’importante è imparare a sperare – scrive Ernst Bloch – Lo sperare, superiore all’avere paura, non è passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece che restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno puó essre loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono” (1).

E l’Italia di oggi (come altri paesi europei) è esposta a una singolare e pericoloso incrocio di neostituzionalismo dall’alto e di populismo dal basso. Certamente piú la credibilità dello stato è fragile piú i rischi di derive populiste e antidemocratiche sono elevati: “Gli italiani sono buoni a nulla ma capaci di tutto” diceva, ahimè, Leo Longanesi con cinica lucidità. Il neoistituzionalismo sostituisce le risposte efficaci alla domanda di giustizia, di salute, di istruzione e di cittadinanza con interventi inefficaci, contingenti, emergenziali e inadeguati ad affrontare le grandi questioni nodali delle ineguaglianze e delle sofferenze che le accompagnano. Invece che affrontare i determinanti di sofferenza psicosociale, il neoistituzionalismo somma una serie di micro-riduzioni del danno, puntuali, transitorie e insufficienti. Dunque, alla disperazione dei rifugiati risponde con soluzioni spesso disumane e sempre comunque fragili e inadeguate, soluzioni di integrazione insufficienti se non spesso inique; al malessere della esclusione sociale e della povertà si risponde con soluzioni assistenziali che non generano nè diritti nè dignità; alla sofferenza psicologica degli esclusi e degli abbandonati risponde con modelli psicologici e sociologici che tutto spiegano ma nulla sanno modificare.

L’approccio di riduzione del danno nel campo delle tossicodipendenze è stato e continua ad essere una strategia vincente e umana che, accettando l’impotenza di terapie efficaci nell’eradicazione dell’ abuso delle sostanze psicoattive (alcol, tabacco, oppiacei e tutte le droghe illecite),  offre alternativamente interventi capaci di mitigare i rischi associati all’uso di tali sostanze.  Tuttavia, se applicata a tutte le condizioni di sofferenza psicosociale, la strategia di riduzione del danno rischia di assumere come modello “l’impotenza” a incidere sulle cause di ogni fenomeno di sofferenza psicosociale e limitarsi a erogare “contenimenti” dei danni. Puó divenire in tal modo una strategia di elusione dalle responsabilità pubbliche verso i cittadini. In altre parole, invece che ridurre l’impatto dei determinanti sociali sulla salute dei soggetti più vulnerabili si possono offrire terapie che mitighino le sofferenze; invece che ridurre la povertà si possono offrire coperte e pasti caldi.

Dunque, non è affatto detto che la riduzione del danno sia sempre la strategia piú umana e soprattutto sia l’unica possibile. La riduzione del danno può, è vero, mitigare, contenere, ma può anche nascondere le cause del disagio, convincere le vittime che “non c’è altro da fare” e cosí convincere anche coloro che erogano gli interventi di riduzione del danno che “non c’è altro da fare” e che “cosí è meglio di niente”. Si viene cosí creando una cultura che individualizza e privatizza il social suffering rendendolo caso personale, che psicologizza la disperazione, la rabbia e il dolore, che dichiara l’impotenza a ogni trasformazione sociale. C’è da chiedersi quanto la riduzione del danno mitighi forse le sofferenze dei “ciascuni” e quanto invece non sia nociva per i “tutti”.

E cosí, piano piano, silenziosamente, inconsapevolmente abbiamo tutti insieme dichiarato che la speranza e l’utopia appartengono all’universo degli adolescenti sognatori o degli adulti che non vogliono crescere. Speranza e Utopia divengono sinonimi di mancanza di realismo, di immaturità psicopolitica, di pericolosa germinazione di radicalità incontrollate e incontrollabili. Non si tratta certamente di invocare Speranza e Utopia per inverare il regno dei Cieli ora e qui ma piuttosto per, attraverso il fertile approccio di pensare l’impossibile come possibile, acquisire strumenti nuovi e innovativi di conoscenza e scoprire strumenti di trasformazione che non riuscivamo neppure a immaginare. Chi poteva immaginare cinquanta anni fa le conseguenze straordinarie della idea e della prassi della deistituzionalizzazione, della infinita creatività e virtuosità della impresa sociale, della carità come azione intelligente di trasformazione e di affermazione dei diritti. Il pensiero utopico di Franco Basaglia o il pensiero di speranza di Carlo Maria Martini si sono caratterizzati per coraggio intellettuale e morale allorchè hanno innovato la conoscenza e permesso e promosso la trasformazione.

Vorremmo essere come loro. O almeno di loro essere buoni discepoli. Vorremmo almeno capire meglio quali sono stati i processi intellettuali e morali che hanno permesso di rendere Utopia e Speranza strumenti di conoscenza e di trasformazione.

Una bellissima affermazione della giovanissima Anna Frank ci potrebbe dare il coraggio necessario a intraprendere tale cammino a ritroso: “È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo” (2).

Come dire che è necessario perdere la prudenza del possibile e ritrovare il coraggio delle utopie ossia è necessario e urgente perdere un po’ di quel pragmatismo che usura fino al cinismo (che molti chiamano maturità) per ri-trovare invece innocenza e generosità. Non si tratta qui di invocare una nozione puerile e sdolcinata di innocenza e generosità ma di riscoprire invece la condizione morale di “chi non ha fatto del male a nessuno” ed è quindi senza colpa, di chi vuole ignorare il male perseguendo una purezza di azione disinteressata e quindi generosa. Ci vuole un certo coraggio a pensare l’impossibile come possibile, a pensare forme innovative di trasformazione della realtà; dunque, ci vuole un nuovo coraggio, coraggio di pensare la speranza. Scrive il filosofo inglese Simon Critchley: “La lezione della tolleranza, dell’accoglienza, del dubbio: cosa c’è di più importante in questi tempi di fondamentalismo, fascismo strisciante, dottrine economiche, politiche, pseudoreligiose fondate sulla presunzione e sull’odio?” (3).

Pensare la Speranza e l’Utopia come possibili Nord cui dirigere la nostra navigazione di operatori della Salute Pubblica.

Ancora è Basaglia a indicarci che la impensabile rivoluzione copernicana che trasforma il chiuso in aperto, il disumanizzato in umano, il miserabile in cittadino è tuttavia stata davvero “pensata” e davvero “agita”, è realmente successa e ha reso possibile l’impossibile. Si tratta di fare della Speranza un vero e proprio lavoro (“Hoffnung arbeit”) nel senso freudiano del Traumarbeit (il lavoro sul sogno).

Dunque, l’utopia e la speranza non sono il regno dell’impossibile ma quello del “non ancora” e sono continuamente esposte al rischio e all’incertezza e quindi richiedono quello che Ernest Bloch chiama “ottimismo militante”.  Si tratta di fare della Speranza un progetto di ricerca, un lavoro politico di innovazione sia degli strumenti di comprensione della realtà sia di azione nella realtà: un lavoro sulle potenzialità del presente, ossia del futuro del presente.

Abbiamo una responsabilità grande e urgente come operatori della Salute Pubblica: promuovere la capacità di navigare fra l’investimento umano nelle singole soggettività e l’azione politica nella collettività. Si tratta di oscillare fra attitudini e prassi diverse: da un lato una affettività senza condizioni nell’incontro con gli altri e dall’altro una determinazione pragmatica nell’attraversamento trasformativo delle istituzioni.

Questo lavoro della Speranza altro non è che quello delle pecore in mezzo ai lupi (“Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”) (4).

Bibliografia

  1. Enst Bloch. Il Principio Speranza. A cura di Remo Bodei, Garzanti, Milano 2005 (seconda edizione).
  2. Anna Frank, Il diario di Anna Frank, XV ed., pag 231-232, traduzione di Arrigo Vita, Mondadori, 1966.
  3. Simon Critchley. Il pericolo delle certezze. Lectio Magistralis al Festival delle Scienze di Roma, 24 gennaio 2015.
  4. Matteo 10,16-18.

 

[1] Fernando Díaz-Plaja: “Discurso de José Antonio Primo de Rivera exponiendo los puntos fundamentales de Falange española”, pronunciato nel Teatro de la Comedia de Madrid, il giorno 29 ottobre 1933.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2025/09/la-speranza-come-lavoro-politico/

Benedetto Saraceno
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