La distribuzione di pipette per fumare crack a Bologna ha scatenato polemiche ideologiche, ma dietro quel gesto c’è molto più di un oggetto: c’è la possibilità di costruire relazioni, proteggere la salute e aprire strade verso la cura. La riduzione del danno non è resa, ma una scelta di responsabilità e umanità.
Dopo un’esperienza di più di quarant’anni nel settore, mi sento di esprimere alcune considerazioni. Meno droga in circolazione è un’utopia; di droghe ce ne saranno sempre di più, sempre più prestazionali, sempre più “mirate” a contesti particolari. Forse ricorderete le affermazioni sull’ecstasy (MDMA) che distrugge il cervello, brucia i neuroni, che avrebbe reso dementi milioni di giovani, beh … forse quei giovani di allora sono gli adulti di oggi che lavorano negli uffici, dirigono aziende, sono medici negli ospedali, sono operai, impiegati, sono le persone che incontriamo ogni giorno e gli amici con cui programmiamo le prossime vacanze. Certo, hanno avuto un periodo della vita in cui hanno usato sostanze, hanno usato la testa quando le assumevano e hanno smesso o ridotto notevolmente il consumo senza rovinarsi la vita. Alcuni di loro, probabilmente, hanno incontrato progetti di Riduzione del Danno, operatori che consigliavano di analizzare le sostanze per sapere bene cosa si apprestavano ad assumere, fornivano loro informazioni e consigli su come rischiare meno, offrivano sostegno a chi era in difficoltà dopo l’assunzione. Questi operatori erano complici? Ma di che? Fornivano consigli su come rischiare meno a gente che era fortemente decisa ad assumere sostanze. Avrebbero dovuto assistere passivamente, schiavi della logica “se poi vi capita qualcosa o morite, ve la siete cercata?”.
Ho ascoltato l’intervista a una ragazza di San Patrignano: raccontava bene come la dipendenza da crack sia una cosa incontrollabile, si è disposti a tutto per assumerlo, non ci sono limiti a quello che si è disposti a fare: rubare, prostituirsi, usare luride bottiglie di plastica per fumare, raccogliere da terra quello che serve, condividere tutto questo con persone che sono altrettanto disperate. Penso che i veri complici siano quelli che assistono passivamente a tutto questo e che gli “eroi” (uso questo termine non a caso) siano coloro che, utilizzando uno strumento (una pipetta per fumare), riescono a costruire ponti di comunicazione con queste persone, spostano l’attenzione sulla salute individuale, creano spazi di ascolto e lasciano intuire possibilità di cambiamento. Basti pensare che, con un semplice gesto come consegnare una pipa da crack, in realtà dicono: “Tu sei più importante della droga che consumi, la tua persona e la tua salute contano di più. Se vuoi parlare con qualcuno, io ci sono”. Questi operatori sono professionisti, esperti nel costruire relazioni di aiuto. Certo, quando il dito indica la luna (possibilità di cambiamento), lo stolto guarda il dito (la pipetta).
Ma, tornando all’affermazione iniziale, le droghe ci sono sempre state e ce ne saranno sempre di più. Le droghe tengono in piedi le guerre, hanno inciso sulla nostra storia e sugli equilibri mondiali (leggete l’ultimo libro di Amitav Ghosh, Fumo e ceneri), tengono in piedi economie globali (non solo criminali), fanno parte della nostra cultura, che ci piaccia o meno.
Il secondo punto è che bisogna arrestare gli spacciatori e, su questo, penso che ci sia un accordo completo da parte di tutti. Certo, c’è chi vorrebbe che venisse arrestato il piccolo spacciatore di quartiere (quello che vediamo per strada, spesso un disperato come gli altri che, appena finisce in carcere, viene subito sostituito da un altro disperato) e chi preferirebbe che venissero arrestati i boss delle organizzazioni criminali, quelli che tengono le fila della rete del traffico di sostanze. Penso che ognuno possa farsi velocemente un’idea di cosa inciderebbe di più sulla diffusione di droghe. Resta il fatto che oggi in carcere ci finiscono molto spesso i consumatori, gente con tossicodipendenza certificata (leggete i dati della Relazione al Parlamento sulle droghe 2025), persone che sono gli ultimi tra gli ultimi: in carcere non ci sono tossicodipendenti a caso, ci sono quelli più disperati e con meno risorse, quelli che non sanno come chiedere aiuto ai servizi, quelli respinti perché non “regolari”, quelli che finiscono più facilmente nelle mani delle organizzazioni criminali, quelli con gravi patologie psichiatriche. Anche su questi si fanno interventi di Riduzione del Danno: si forniscono informazioni, si cerca di costruire relazioni, si distribuisce il farmaco antioverdose in uscita dal carcere; certamente qualcuno potrebbe dire “ma come, allora lo inviti ad andare ad usare eroina con la sicurezza che, in caso di pericolo, avrà l’antidoto con sé?” Posso cambiare il ragionamento e segnalare che, in realtà, lo sto invitando, qualora decidesse di assumere eroina, a non farlo mai da solo, in maniera tale che qualcuno che è con lui lo possa aiutare somministrandogli il farmaco salvavita in caso di overdose? Possiamo considerare (controllate i dati nel corso degli anni) che questo tipo di interventi ha drasticamente ridotto la mortalità dei tossicodipendenti e inciso sostanzialmente nella diffusione tra tutta la popolazione di HIV ed epatite C?
L’ultimo punto è il tema della cura. Certamente curare la dipendenza è un compito difficile, che richiede interventi strutturati (ambulatoriali o residenziali) e percorsi lunghi. Richiede, soprattutto, la volontà di curarsi. Cosa fare per le persone che, in questo momento, non hanno nessuna intenzione di intraprendere un programma terapeutico? Le abbandoniamo a sé stesse? Le mettiamo in carcere (vedi sopra)? Le costringiamo a fare qualcosa? I dati di letteratura ci dicono che i programmi che funzionano sono quelli che nascono dalla libera scelta delle persone che quindi, se non motivate, vanno avvicinate, accompagnate a ragionare sulla propria condizione. Poi, che ci piaccia o meno, sceglieranno loro come proseguire la propria vita in un paese, come l’Italia, in cui assumere sostanze non è un reato ma, al massimo, un illecito che comporta sanzioni amministrative. Ma resta la domanda: chi parla con persone che non hanno alcuna intenzione di smettere di usare sostanze e fanno di tutto per proseguire i loro comportamenti, mettendo a rischio la propria salute e quella degli altri? Il dato più interessante di questo come di altri progetti simili è che le persone incontrate con questa modalità di rapporto, basata sul fornire un aiuto concreto, entrano più facilmente in percorsi di cura che prima rifiutavano, sono più attenti alla propria salute e ai propri comportamenti, escono dai dialoghi “tossici” che dominano le relazioni tra tossicodipendenti ed iniziano a parlare di sé con operatori, cominciano a fare progetti sulla propria vita. Poi, certamente, ci sono anche i grandi temi come i diritti delle persone (tutte le persone, anche quelle che usano sostanze), il tema di cosa significhi tutelare la salute pubblica, il governo di fenomeni complessi, le libertà individuali; tutte tematiche che molti miei colleghi hanno ottimamente affrontato in questi giorni. Tutto questo è fare Riduzione del Danno; questa è la cultura che c’è dietro al semplice gesto di distribuire pipette per fumare crack a consumatori di crack che sono disposti a tutto per fumare.
Poi, quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito.
Edoardo Polidori, Già Direttore SERD di Forlì e Rimini, Docente “Paradigmi delle Dipendenze” – Università di Bologna
[Foto: Anonyme973, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons]
