Parlare di Gaza al bar. di Angelo Stefanini

Per parlare, discutere e magari litigare su questi temi questi ragazzi propongono di “portare Gaza al pub” da loro frequentato, in un ambiente in cui si sentono a proprio agio, dove, davanti a una birra o a una spuma, cercare di chiarire insieme o gettare almeno una pur tenue luce sui punti più oscuri che in questi ultimi mesi hanno profondamente diviso l’opinione pubblica.


Le strade e le piazze dei giorni scorsi affollate in gran parte da giovani hanno fatto tirare un respiro di sollievo a chi, come me, lamentava l’assenza di impegno politico da parte delle giovani generazioni. La mia personale soddisfazione è tuttavia offuscata da avvenimenti di politica locale nel piccolo comune montano in cui vivo (San Benedetto Val di Sambro). È successo che tre diverse mozioni a favore del ‘cessate il fuoco’ nella Striscia di Gaza presentate nei mesi scorsi dal gruppo di minoranza in successive sedute del Consiglio comunale sono state, una dopo l’altra, respinte senza un minimo di dibattito. La motivazione fornita dal Sindaco è stata che il suo gruppo consiliare non accetta di votare mozioni di carattere “politico o etico”. A prescindere dalla mia incapacità di comprendere il significato di una tale espressione, ciò che mi confonde è la cospicua presenza in quel gruppo di giovani e giovanissimi.  Mi turba non poco la loro mancata volontà di esprimere il proprio parere su di un tema talmente scottante, impellente e ineludibile come la tragedia che stanno attraversando Gaza, la Palestina occupata intera e lo stesso popolo israeliano.

Cosa provano quei giovani, continuo ancora a interrogarmi, quando all’invito di chiedere di interrompere di gettare bombe su Gaza pronunciano la parola “contraria/o”? Eppure, non possono non sapere quello che sta succedendo in quella piccola fascia di terra palestinese – ospedali devastati, scuole distrutte, fosse comuni, giornalisti, medici, infermieri e operatori umanitari assassinati, bambini sparati in testa dai cecchini israeliani, l’uso della fame come arma di guerra[1]. Cosa dice la loro coscienza? Sono consapevoli di opporsi a una scelta che risparmierebbe la vita a molti civili, donne e bambini? Davvero sono convinti che sia loro dovere respingere mozioni per il loro contenuto “etico” o “politico”? Mi saprebbero dire di una scelta qualsiasi approvata dalla loro Giunta che non abbia un risvolto etico o politico? L’etica e la politica non riguardano forse il ruolo istituzionale che ricoprono? “Cosa direte quando vi chiederanno come avete potuto permettere il genocidio a Gaza?” titolava il quotidiano britannico The Guardian[2]. A Gaza le persone fino a ieri venivano uccise mentre cercavano cibo. I bambini continuano a morire di fame. E noi guardiamo altrove. Ha scritto Étienne Balibar, uno dei più autorevoli filosofi morali contemporanei: “La tragedia dell’Europa non è solo quello che fa, ma quello che accetta di non vedere”[3]

La situazione in cui si trovano questi giovani consiglieri è simile al conflitto di interessi (o dual loyalty / doppia lealtà) vissuto dai medici con obblighi simultanei, espliciti o impliciti, nei confronti di un paziente e di una terza parte, spesso lo Stato. Nonostante la deontologia professionale li obblighi a essere leali nei confronti delle persone a loro affidate, è sempre più pressante la richiesta di soppesare l’interesse dei pazienti con gli obiettivi del governo o di altre terze parti con il rischio di violare i diritti umani del paziente.

Allo stesso modo un giovane membro di un Consiglio comunale può trovarsi, in una votazione palese, di fronte a scelte che la propria coscienza vorrebbe privilegiare ma che sono contrarie alle politiche, ai valori o al volere del capo del gruppo di appartenenza.

L’etica svolge naturalmente un ruolo cruciale nel determinare il tipo di comportamento in tali situazioni, tenendo tuttavia presente che molto spesso la semplice coscienza morale non basta. L’incontro (a volte lo scontro) con una realtà diversa da quella idealizzata “entrando in politica” può infatti portare a una rapida disillusione e a rendersi conto che sapere cosa sia giusto o sbagliato non garantisce necessariamente la possibilità di comportarsi di conseguenza. Non rimane allora che il silenzio, il conformarsi al dettato del capo che ha più “esperienza”, come meccanismo di autodifesa per non rimanere emarginati. In questi casi l’etica individuale, pur essendo presente, non riesce a emergere e a farsi sentire. È il meccanismo del disimpegno morale che porta a compiere (o tollerare) atti contrari ai propri principi giustificandoli non tanto come moralmente indifferenti ma solo coerenti con i valori della parte politica a cui si appartiene.

Ciò che ho visto in questi ultimi giorni è che anche per questa generazione è arrivato il momento di riempire le piazze contro nuovi Vietnam e nuove Genova, di ribellarsi all’ingiustizia, al razzismo, alla prepotenza, all’imperialismo e alla meschinità dei nostri stessi governanti. E questo fermento comincia a mostrarsi anche nelle periferie, nei piccoli paesi dove nascono iniziative spontaneeLa scorsa settimana un amico di una frazione vicina si è fatto portavoce della richiesta di un gruppo di ragazzi del posto interessati ad ascoltare e interrogare un vecchio come me, nato da queste parti, che si dice stare dalla parte dei palestinesi e scompigliare in qualche modo la politica locale con argomenti a cui la maggior parte della gente non sembrerebbe interessata.

Nella mia storia personale e professionale, fatta di lunghi anni come medico nell’Africa rurale abbandonata dal mondo ricco e nella Palestina occupata, oppressa e colonizzata, nessuno dei miei compaesani, coetanei e amici d’infanzia, anche i più vicini, ha mai espresso un pur minimo interesse a cosa abbia fatto negli anni in cui non ero tra loro, e soprattutto perché l’abbia fatto. Tanti soldi, non poteva che essere l’ovvia risposta, e magari un bell’impulso alla carriera. Ora sono i giovani, i giovanissimi che mostrano viva curiosità a quello che ho da dire riguardo a quanto si sta raccontando sui social, nei talk show e nei giornali sul “genocidio sì-o-no” e il piano di “pace”, almeno a giudicare dai titoli che si possono leggere sul quotidiano della provincia, cassa di risonanza dei successi della nostra attuale amministrazione comunale. Per parlare, discutere e magari litigare su questi temi questi ragazzi propongono di “portare Gaza al pub” da loro frequentato, in un ambiente in cui si sentono a proprio agio, dove, davanti a una birra o a una spuma, cercare di chiarire insieme o gettare almeno una pur tenue luce sui punti più oscuri che in questi ultimi mesi hanno profondamente diviso l’opinione pubblica.

Per me è un vero e proprio déjà-vu! Ritornare con la mente ai primi anni di pratica medica come giovane medico di base proprio nel mio paese dove iniziavo a realizzare quanto fosse vera la massima di Rudolf Virchow che “la medicina è una scienza sociale”. La maggior parte dei problemi di salute dei miei pazienti erano indubbiamente legati alla loro condizione sociale e il luogo migliore in cui riuscivano a esprimere tale realtà, quella che noi medici chiamiamo anamnesi, era nella convivialità del bar del paese. L’incontro avverrà nei prossimi giorni e già il pensare a come potrà svolgersi mi emoziona più delle presentazioni formali in ambiente accademico o rivolte al vasto pubblico che in questi due anni mi è stato chiesto di fare in vari contesti. Il giudizio di giovani menti può essere estremamente critico e spietato.

Come ha scritto Alessandro Portelli: “E ogni volta l’umanità, la giustizia, la coscienza risbucano fuori nei modi e nei luoghi più imprevedibili”[4].

Angelo Stefanini – Medico volontario del PCRF (Palestine Children’s Relief Fund). Nella Palestina occupata è stato coordinatore OMS e in seguito responsabile programmi sanitari della Cooperazione italiana.

Riferimenti

[1] https://jacobin.com/2025/10/gaza-israel-horrors-war-genocide

[2] https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/may/22/israel-gaza-genocide

[3] Étienne Balibar, Crisi e fine dell’Europa? Bollati Boringhieri, 2016.

[4] Alessandro Portelli, Le generazioni della resistenza umana. il manifesto, 04/10/25.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2025/10/parlare-di-gaza-al-bar/

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