Da qualche anno due regioni dell’OMS stanno attraversando una crisi morale, politica e tecnica di grande rilevanza globale. C’è da chiedersi se tali crisi regionali siano soltanto ascrivibili a responsabilità individuali nella dirigenza dell’OMS o, piuttosto, siano l’epifenomeno di una crisi etica, politica e tecnica della comunità sanitaria globale.
La Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) che ha il proprio quartier generale a Ginevra, opera attraverso sei uffici regionali i cui rispettivi direttori non sono funzionari nominati dal direttore generale della sede di Ginevra ma sono eletti attraverso una vera e propria competizione elettorale regionale che vede come elettori i governi dei paesi membri di ciascuna specifica regione: Africa (AFRO), Americhe, che include Nord Centro, Sud America e Caraibi (AMR), Paesi dell’Est Mediterraneo (EMRO), Europa (EURO), Paesi del Sud Est Asiatico (SEARO) e Paesi del Pacifico Occidentale, ossia l’estremo oriente (WPRO). Le sedi degli uffici regionali sono rispettivamente Brazzaville, Washington, Cairo, Copenaghen, Nuova Dehli e Manila.
La geografia reale ha poco a che vedere con quella adottata dall’OMS per ripartire i paesi del mondo in queste sei regioni. Motivi politici, strategici e religiosi hanno influenzato le appartenenze dei vari paesi alle regioni dell’OMS creando situazioni paradossali. Si pensi che Israele abbia scelto di appartenere alla regione Europa per non dover condividere politiche regionali con paesi arabi tradizionalmente in conflitto con lo Stato ebraico. Oppure, la regione dell’Est Mediterraneo include il Pakistan che, ovviamente, con il mare Mediterraneo non ha alcun rapporto, o, ancora, la Corea del Sud che ha scelto di appartenere alla regione del Sud-Est Asiatico invece che a quella dell’Estremo Oriente a cui invece appartiene la Corea del Nord. Malgrado questa geografia approssimativa e aggiustata a ragioni politiche, le sei regioni da decenni hanno acquisito una loro identità tecnica e culturale che spesso le ha viste emergere in posizioni di leadership globale (si pensi alla regione delle Americhe che per prima ha eradicato la Polio) o alla regione dell’Africa che ha condotto battaglie di avanguardia sulle politiche per l’AIDS.
Da qualche anno, tuttavia, due regioni stanno attraversando una crisi morale, politica e tecnica di grande rilevanza globale.
L’ufficio regionale per il Sud-Est asiatico (SEARO) si trova ad affrontare una “crisi morale” caratterizzata principalmente da fallimenti sistemici nella governance e dal mancato rispetto degli obblighi etici nei confronti delle popolazioni vulnerabili. Vi sono stati veri e propri fallimenti nella governance e nella leadership: un’analisi del 2025 pubblicata su The Lancet evidenzia che l’ufficio di Delhi è lacerato da gravi fragilità che vanno ben oltre la drammatica perdita di prestigio della direttrice Saima Wazed (1). Vi sono elementi critici sistemici che includono:
- Processi di selezione obsoleti: il processo di selezione del direttore regionale è stato criticato perché non trasparente e bisognoso di una riforma urgente.
- Frammentazione politica: l’Indonesia, il secondo Paese più popoloso della regione e uno dei principali produttori di vaccini, ha recentemente lasciato il Comitato regionale del Sud Est asiatico per integrare quello del Western Pacific, innescando una crisi e una rottura della solidarietà regionale.
- Scandali nella leadership: la recente sospensione della direttrice ha messo a nudo profonde instabilità strutturali all’interno dell’ufficio. Bangladesh’s Anti-Corruption Commission ha messo sotto accusa la direttrice Saima Wazed per avere ottenuto la posizione di direttrice dell’ufficio regionale OMS di Delhi grazie all’influenza della madre, ex primo ministro del Bangladesh e oggi processata per le violenze perpetrate durante la sua dittatura (1).
Oltre queste gravi fragilità sistemiche sono segnalati anche fallimenti nella sicurezza e nella cura dei pazienti e lo stesso ufficio regionale ha identificato un “imperativo morale” riguardo alla persistente perdita di vite umane dovuta a cure non sicure e a malpratica dei sistemi sanitari dei paesi della regione. Ogni anno nella regione del Sud-Est asiatico si registrano circa 2,5 milioni di decessi dovuti a cure inadeguate o non sicure. Se classificata come una singola malattia, questa sarebbe tra le prime 10 cause di morte a livello globale. Tutto questo ha generato una grave erosione della fiducia in quanto questi decessi sono considerati una violazione della fiducia fondamentale tra gli individui e il sistema sanitario, che l’OMS riconosce debba essere onorata con cure rispettose ed efficaci.
A tali inadeguatezze va aggiunta una sistemica negligenza nei confronti delle popolazioni vulnerabili: infatti la “crisi morale” si estende al modo in cui la regione gestisce i gruppi marginali spesso esclusi dall’assistenza sanitaria. Le risorse pubbliche già, peraltro, inadeguate vengono spesso sottratte all’assistenza sanitaria di base, aggravando le disuguaglianze per chi vive in condizioni di povertà. Vengono specialmente segnalate diseguaglianze e inequità nel campo della salute mentale: una persona su sette nella regione soffre di un disturbo mentale, eppure in alcuni Stati membri le disparità nell’accesso alle cure raggiungono il 90%. Questa negligenza è considerata una violazione dei diritti umani.
Infine, vi è una crisi migratoria e dei rifugiati: gli sfollamenti forzati nel Sud-Est asiatico (ad esempio, la crisi dei Rohingya e i conflitti in Myanmar) hanno creato condizioni umanitarie disastrose in cui gli standard etici per l’accesso alla salute sono sistematicamente disattesi. Gli operatori sanitari in prima linea nella regione devono affrontare continue sfide etiche relative all’allocazione delle risorse e alla definizione delle priorità durante le epidemie e le catastrofi. La mancanza di una solida strategia nazionale spesso costringe questi operatori a gestire il peso “silenzioso” delle malattie senza un sostegno istituzionale adeguato.
Anche l’ufficio regionale per l’Africa (AFRO) sta attraversando una profonda “crisi morale” caratterizzata da una grave crisi finanziaria, sfide etiche relative a comportamenti sessuali scorretti e, anche qui, un enorme divario nel sostegno alla salute mentale in tutto il continente. La regione africana dell’OMS sta infatti affrontando la peggiore emergenza finanziaria degli ultimi anni. Sono massicci i tagli ai finanziamenti: in seguito al ritiro degli Stati Uniti, un tempo i principali donatori: la regione africana ha subito i tagli di bilancio più consistenti a livello globale, perdendo oltre 150 milioni di dollari in fondi operativi. I principali programmi sanitari per l’AIDS, la malaria e la salute materna sono a rischio. I ministri della salute africani hanno descritto questa situazione come un fallimento della solidarietà globale. Infine, ahimè, l’OMS ha inoltre riconosciuto una violazione del “dovere fondamentale di assistenza” in relazione allo sfruttamento e agli abusi sessuali all’interno delle sue stesse operazioni in Africa.
Alla fine del 2025, l’OMS Africa ha approvato una nuova tabella di marcia per rafforzare la supervisione etica e prevenire comportamenti scorretti soprattutto durante le risposte alle emergenze. Va segnalata in particolare una vera e propria epidemia silenziosa nella salute mentale. Esiste una forte disparità tra il crescente disagio psicologico causato dai conflitti e le risorse stanziate per trattarlo: la spesa pubblica per la salute mentale rimane inferiore a 0,50 dollari pro capite in tutta l’Africa.
Per affrontare queste crisi, l’OMS sta lavorando attraverso diverse iniziative:
- Unità Etica AFRO: fornisce risorse ai Comitati Etici Nazionali per risolvere questioni relative alla ricerca clinica e alla sicurezza dei pazienti.
- Piano d’azione per la salute mentale: l’obiettivo è che l’80% dei paesi africani disponga di sistemi di supporto psicosociale funzionanti entro il 2030.
- Centri di emergenza: rafforzamento del centro di emergenza di Dakar per fornire kit medici immediati e finanziamenti alla regione del Sahel.
C’è tuttavia da chiedersi se le crisi regionali qui descritte siano soltanto ascrivibili a responsabilità individuali nella dirigenza dell’OMS o, piuttosto, siano l’epifenomeno di una crisi etica, politica e tecnica della comunità sanitaria globale.
Bisogna chiedersi se la progressiva trasformazione della salute da diritto fondamentale a merce e la relativa privatizzazione dei sistemi sanitari non sia parte di questo imbarbarimento della solidarietà sanitaria globale e locale.
Scriveva già nel 2019 Richard Horton, editor di Lancet: “ …la comunità sanitaria globale sembra a proprio agio nell’associarsi a regimi che commettono terribili violazioni dei diritti umani, regimi che vengono accolti e abbracciati dall’Assemblea mondiale della sanità, dalle conferenze accademiche e persino dalle pagine delle riviste scientifiche (tra cui The Lancet). Coloro che ostentano le proprie credenziali morali nella sanità globale non considerano forse la propria responsabilità di giudicare le nazioni in modo più ampio rispetto al semplice impegno dichiarato, ad esempio, a favore della copertura sanitaria universale? Sembra proprio di no” (2).
Bibliografia
- Lateef Saaman. (2025). WHO South-East Asia Regional Director faces investigation. The Lancet, Volume 405, Issue 10475, 285.
- Horton, Richard. (2019). Offline: The ethical darkness of global health. The Lancet, Volume 394, Issue 10194, 200.
fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/01/oms-la-crisi-degli-uffici-regionali/

