L’eredità ideale di Marco Pannella, il “matto liberale”. di Franco Corleone

Si sente la mancanza di un partito che abbia al centro il rispetto delle regole e il rifiuto della forza.

Il 19 maggio ricorreranno dieci anni dalla morte di Marco Pannella che è stato un protagonista della politica italiana e europea per sessant’anni, segnando indelebilmente il cambiamento del costume e della vita delle persone grazie alla straordinaria stagione dei diritti civili. Divorzio, aborto, obiezione di coscienza, voto ai diciottenni sono state conquiste ottenute con l’uso di strumenti originali e inediti, dai digiuni ai sit-in, dalle marce alle occupazioni e alle disobbedienze civili. Il suo apprendistato politico iniziò nell’Ugi, l’associazione degli universitari laici e proseguì nel Partito Radicale fondato da Mario Pannunzio e assumendone l’eredità dopo l’abbandono dei promotori.

È uscito un libro a più voci curato da Piero Ignazi e con una ricca ed esaustiva introduzione di Andrea Pugiotto dedicato alla figura del leader radicale identificato dalla passione della politica. Viene ricostruito lo sviluppo delle sue sfide culturali attraversando i nodi originali della comunicazione, del corpo, della nonviolenza, dell’europeismo, del partito transnazionale, dell’antimilitarismo, della giustizia, del carcere, del diritto e dello Stato di diritto.

Nel 1951 Mario Ferrara scrisse sul Mondo un editoriale memorabile e profetico, “Date un matto ai liberali” e alla fine una figura capace di rottura delle regole e del bon ton apparve e scompaginò il quadro degli equilibri scontati e immutabili. Il modello dello statuto del nuovo Partito Radicale basato su una struttura federale e sulla presenza di movimenti tematici si realizzò, sia pure nella dimensione di una organizzazione di minoranza, purtroppo mai preso in considerazione da un grande partito. In realtà sarebbe la soluzione attuale per favorire la costruzione di una classe dirigente impegnata su battaglie specifiche e con la indispensabile competenza.

Pannella per molto tempo esaltò l’importanza di un partito inteso come comunità, a un certo punto scelse un’altra strada, quella della disseminazione di energie. Il risultato è stata la scomparsa di un soggetto politico che aveva avuto un ruolo di punta e oggi si sente la mancanza proprio di un partito che abbia al centro il rispetto delle regole e il rifiuto della forza. Pannella è stato una persona unica e irripetibile ed è la ragione per cui non poteva esistere un erede.

Poteva però sopravvivergli un soggetto politico quale punto di riferimento per le ferite sociali che oggi si presentano aggravate. Mai come in questi anni sta prendendo corpo il fantasma del regime, evocato da Ernesto Rossi, attraverso decreti-legge sicurezza che realizzano uno Stato di controllo e di repressione del dissenso. Molte cose vanno fatte in continuità con una storia incancellabile, facendo rivivere lo strumento del referendum quale leva di partecipazione e occasione per esaltare la politica come conflitto.

Pannella temeva il destino di marginalità e di sconfitta della “terza forza” rappresentato plasticamente dalla dissoluzione del Partito d’Azione e aveva immaginato un terreno diverso per la battaglia politica. È inutile chiedersi che cosa farebbe Pannella oggi. La crisi sociale e culturale è così profonda che la sfida di costruire un soggetto collettivo che sappia esercitare fantasia ed egemonia appare quasi impossibile, ma sarebbe bella una prova contro la dimensione del probabile. D’altronde la memoria ha senso se crea vita e felicità.

fonte: L’Espresso su Ristretti Orizzonti

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