La decrescita non è accettata quando è associata a austerità. Il consenso invece aumenta quando la riduzione dei consumi è associata a redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale, rafforzamento dei servizi pubblici, difesa dell’ambiente e riduzione dell’orario di lavoro.
a decrescita si è affermata nel dibattito recente come ipotesi teorica per affrontare insieme crisi climatica e disuguaglianze e, allo stesso tempo, come insieme di pratiche osservabili in esperienze organizzative concrete. In questa rivista, due contributi precedenti hanno affrontato rispettivamente queste due dimensioni: la cornice teorica (1) e un caso studio applicato (2). Se teoria e sperimentazione hanno ormai consolidato la decrescita come oggetto di dibattito, la questione si sposta altrove. Non riguarda più la sua legittimità teorica, né la presenza in esperimenti isolati, ma ciò che accade quando queste esperienze vengono confrontate con la possibilità di una trasformazione sistemica. Il nodo non è più se la decrescita sia possibile o desiderabile, ma a quali condizioni possa diventare qualcosa di diverso da una costellazione di esperienze locali, e fin dove possa estendersi la compatibilità tra scale diverse di organizzazione economica e sociale. In particolare, si tratta di capire a quali condizioni pratiche fondate su relazioni dirette, limiti autoimposti e definizioni situate di qualità possano essere mantenute o trasformate quando vengono proiettate a livelli più ampi.
il caso del Filonificio Microforno
Per affrontare questa domanda non è sufficiente contrapporre teoria e pratica. Occorre osservare come il problema della scala emerga in contesti organizzativi già funzionanti. In questa prospettiva, il caso del Filonificio Microforno (Figura 1), un piccolo forno artigianale a gestione familiare situato a Ferrara, è stato analizzato attraverso una ricerca qualitativa basata su interviste effettuate con i proprietari e gestori dell’attività. Il caso del Microforno è significativo perché non rappresenta un’impresa orientata alla crescita, ma un’attività che ha progressivamente incorporato i propri limiti come parte costitutiva del proprio funzionamento. La scala produttiva non è soltanto il risultato di vincoli esterni, ma viene definita attraverso scelte organizzative, relazionali ed economiche che emergono con coerenza
nelle narrazioni dei soggetti intervistati. Un primo elemento riguarda il rapporto tra qualità e quantità. Nel racconto dei gestori, la qualità non è una variabile da ottimizzare dentro un processo di espansione, ma un principio che definisce direttamente i confini della produzione. La crescita non è esclusa in assoluto, ma subordinata a un criterio di coerenza interna che ne limita strutturalmente l’estensione.
“È una scelta nostra, quella di far poco. Se si vogliono fare le cose in un certo modo è una scelta dovuta. Per noi sarebbe stato vantaggioso economicamente fare di più, ma non ci interessa fare pane per tutti.”
Questa scelta non deriva da scarsità esterna, ma da una ricerca di equilibrio tra qualità del processo, intensità del lavoro e coerenza organizzativa. La produzione non tende alla massimizzazione, ma si stabilizza su una soglia che può essere letta come forma implicita di “sufficienza” e che garantisca un ottimale equilibrio tra vita e lavoro. Questa impostazione incide sull’organizzazione delle attività, che non seguono logiche di scalabilità, ma si basano su una forte concentrazione delle responsabilità e su una continuità tra produzione, gestione e relazione con i clienti. Accanto alla dimensione produttiva emerge quella del senso del lavoro. L’attività riduce la separazione tra produzione economica e produzione di significato. Il lavoro non è vissuto come semplice mezzo di reddito, ma come pratica attraverso cui si ricostruisce un rapporto diretto con ciò che si produce. La materialità del processo, la conoscenza degli ingredienti e la visibilità del risultato finale contribuiscono a rendere il lavoro più intelligibile rispetto ad attività percepite come più astratte e frammentate o letteralmente prive di senso (3).
“La cosa importante non era solo fare qualcosa di buono, ma soprattutto fare cultura”.
Una terza dimensione è quella relazionale. Il cliente non è concepito come destinatario passivo, ma come parte di un processo più ampio di apprendimento e costruzione di significato attorno al prodotto. La trasmissione di conoscenze, la spiegazione dei processi e la disponibilità al confronto entrano a pieno titolo nella definizione dell’attività economica. La produzione assume la forma di una relazione sociale incorporata, in cui il valore non si esaurisce nella merce, ma si estende al rapporto con chi la consuma. La dimensione relazionale è presente fin dall’inizio dell’esperienza, quando il progetto non era ancora un’attività economica strutturata. Essa non è un elemento accessorio, ma ha rappresentato una condizione abilitante fondamentale per la nascita e lo sviluppo dell’attività. I livelli di relazionalità hanno seguito una traiettoria di espansione che va dal contesto più intimo della coppia e della famiglia, poi a quello degli amici, fino all’inserimento in una rete sociale più ampia, radicata nel quartiere e nella città.
“Volevamo fare del pane buono, per noi e per le persone che ci stavano vicine. Piano piano si sono allargate le richieste di amici, familiari, conoscenti. Ci chiedevano di preparare dei prodotti, dandoci la spinta iniziale. Quando si è trattato di aprire il negozio, abbiamo scelto Ferrara, che ci sembrava un posto abbastanza aperto e accogliente. Qui ci siamo trovati in una bella comunità. Non l’abbiamo creata noi, anche se ora contribuiamo a coltivarla”
Queste tre dimensioni si intrecciano tra loro in modo coerente ed è proprio questa coerenza interna a introdurre il punto critico della scalabilità. Le condizioni che rendono possibile questo modello sono anche quelle che ne rendono difficile la replicabilità su scala più ampia. Densità relazionale, centralizzazione delle decisioni e dipendenza da equilibri specifici tra i soggetti coinvolti rendono complesso qualsiasi processo di generalizzazione senza il rischio di una trasformazione profonda. Il problema della scala non è una questione tecnica, ma una tensione strutturale tra coerenza interna e generalizzazione: più un sistema dipende da relazioni dirette, continuità organizzativa e definizioni situate di qualità, più risulta difficile tradurlo in forme istituzionali più ampie. Il passaggio al livello sistemico richiede quindi un cambio di prospettiva: non la semplice moltiplicazione di esperimenti locali, ma l’analisi delle condizioni istituzionali, culturali ed economiche necessarie per renderli compatibili con scale più ampie. Senza questo passaggio, il rischio è che tali esperienze restino circoscritte, con un impatto limitato rispetto alle dinamiche complessive del sistema economico. La letteratura recente sulla decrescita contribuisce a ridimensionare questo aspetto, mostrando che il sostegno pubblico dipende in larga misura dal modo in cui tali politiche vengono presentate. Studi basati su survey sperimentali evidenziano che il consenso aumenta quando la riduzione dei consumi è associata a redistribuzione, rafforzamento dei servizi pubblici e riduzione dell’orario di lavoro, mentre diminuisce quando viene interpretata come rinuncia o austerità ecologica (4). In questo senso, l’accettabilità non sembra costituire un vincolo strutturale, quanto piuttosto una variabile dipendente dal framing. Questo sposta il problema su un piano diverso: se il consenso può essere costruito, la questione centrale diventa quali condizioni istituzionali ed economiche rendano praticabile e stabile una trasformazione di questo tipo su larga scala e quali elementi debbano essere inclusi nella costruzione di una società post-crescita. È a questo livello che diventano rilevanti gli scenari di trasformazione sistemica proposti dalla letteratura recente (5,6). Più che dimostrare la desiderabilità della decrescita, questi contributi cercano di esplicitare le condizioni concrete attraverso cui una riconfigurazione dell’economia possa essere sostenuta nel tempo.
Il Global Justice Report del World Inequality Lab propone, in questa prospettiva, una trasformazione simultanea di più dimensioni: distribuzione della ricchezza, organizzazione del lavoro, consumi e traiettoria ecologica globale (7,8). L’ipotesi di fondo è che queste dimensioni non possano essere trattate come problemi separati. Tra le misure principali vi sono: una forte riduzione dell’uso di risorse nei paesi ad alto reddito; la riduzione dell’orario lavorativo medio da circa 2.100 a 1.000 ore annue, equivalenti a circa due giorni e mezzo a settimana; la riduzione del consumo di carne rossa; un forte riorientamento dell’economia verso attività a basso impatto; la ridistribuzione della ricchezza globale. Al centro di questa impostazione si colloca il principio di “sufficienza”: l’idea che una vita buona non dipenda dall’espansione continua del consumo materiale, ma da condizioni di benessere garantite collettivamente entro i limiti ecologici. In questo quadro rientra anche un forte incremento della spesa pubblica per servizi essenziali, con investimenti pro-capite che superano ampiamente gli attuali livelli in istruzione e sanità (Figura 2).
Figura 2. Misure di riorientamento dell’economia. Fonte: World Inequality Lab, rielaborazione: The Guardian.
Tra le leve istituzionali previste, il report propone la creazione di un fondo globale per la giustizia, destinato a sostenere la transizione energetica e a coordinare l’espansione dei servizi pubblici, fino a una quota complessiva che arriverebbe a circa il 38% del PIL mondiale. Il benessere viene così ridefinito in termini di accesso a servizi, stabilità sociale e riduzione del tempo di lavoro, piuttosto che come aumento del consumo individuale. In questo scenario, secondo le stime del report, sarebbe possibile migliorare i livelli medi degli standard di vita, ridurre drasticamente le disuguaglianze e mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C. La redistribuzione della ricchezza sarebbe particolarmente marcata: la quota detenuta dai miliardari subirebbe una notevole tassazione, mentre quella del 50% più povero crescerebbe. Secondo le stime, il reddito dell’89% della popolazione mondiale raddoppierebbe entro il 2100 (Figura 3).
Figura 3. Misure di redistribuzione della ricchezza globale. Fonte: The Guardian.
Molti elementi di questa proposta risuonano con quanto osservato nelle esperienze locali di decrescita: riduzione della scala produttiva, centralità della qualità, rivalutazione del tempo. La differenza, tuttavia, è decisiva. Ciò che nei contesti locali emerge come scelta organizzativa o individuale situata, a scala globale diventa questione di architettura istituzionale e coordinamento politico.
È proprio qui che emerge il punto critico. Anche quando scenari e modelli risultano coerenti sul piano analitico, resta aperta la questione delle condizioni di implementazione. La distanza tra possibilità teorica e realizzabilità politica rimane ampia. In questo senso, la decrescita non si gioca tanto sul piano della sua desiderabilità astratta, quanto sulla capacità di costruire istituzioni e assetti politici in grado di rendere compatibili, su scala più ampia, forme di organizzazione economica già esistenti senza svuotarne i principi fondamentali, riconoscendo al tempo stesso, in linea con recenti contributi sul ruolo attivo delle istituzioni pubbliche (9), che tali trasformazioni implicano un ampliamento dei processi collettivi e democratici attraverso cui le decisioni economiche vengono orientate, e non semplicemente subite.
Andrea Ubiali, Medico di sanità pubblica, Bologna
Bibliografia
- Il benessere e la decrescita. Ubiali A. Salute Internazionale, 2023.
https://www.saluteinternazionale.info/2023/09/il-benessere-e-la-decrescita/ - Benessere e decrescita, un case study. Ubiali A, Salute Internazionale, 2025. https://www.saluteinternazionale.info/2025/11/benessere-e-decrescita-un-case-study/
- Graeber, D. (2018). Bullshit Jobs. Lavori del cazzo (ed. italiana). Milano: Garzanti.
- Krpan D, Basso F, Hickel J et al. Assessing public support for degrowth: survey-based experimental and predictive studies. The Lancet Planetary Health, 2025; 9
- Slameršak, A., Fisch-Romito, V., Hickel, J. et al. Principles for a post-growth scenario of ambitious mitigation and high human well-being. Clim. Chang. 16, 405–415 (2026). https://doi.org/10.1038/s41558-026-02580-6
- Kallis G, Hickel J, O’Neill D et al. Post-growth: the science of wellbeing within planetary boundaries. The Lancet Planetary Health, 9, e62-e78
- Jonathan Watts. An equal and habitable world is possible’: academics set out sweeping vision for planetary survival. The Guardian. https://www.theguardian.com/environment/2026/jun/04/world-inequality-lab-equality-academics-planetary-survival
- Chancel, L., Dietrich, J., Mohren, C., Moshrif, R., Odersky, M., Piketty, T., Somanchi, A., et al. (2026), The Global Justice Report: A Plan for Equality & Prosperity Within Planetary Boundaries, World Inequality Lab (gjp.wid.world). https://globaljusticeproject.wid.world
- The Common Good Economy: A New Compass Mariana Mazzucato Allen Lane (2026)
fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/07/la-decrescita-dalla-teoria-alla-pratica/


