COME RIFORMARE LA MEDICINA GENERALE: Campagna Primary Health Care Now or Never (parte II)

Dipendenza pubblica, formazione universitaria integrata, lavoro in équipe, presa in carico per microarea: sono questi i cardini di una vera riforma. La riforma non è soluzionismo tecnicista, ma scelta politica verso un servizio di salute capace di produrre giustizia sociale.


Di fronte alle criticità politiche e sistemiche citate nella parte conclusiva del precedente post, è ancora più urgente chiarire come una vera riforma delle cure primarie debba poggiare su nuovi immaginari. Non si tratta solo di correggere assetti contrattuali – seppur ribadiamo necessari – ma di ridefinire in profondità i modelli organizzativi, i ruoli professionali e soprattutto le forme di relazione tra sistema sanitario e comunità. È in questa prospettiva che il Libro Azzurro1 propone una visione capace di incidere realmente sull’agire quotidiano nel territorio.

Un’organizzazione del tempo al servizio della comunità

L’équipe di base lavora su 38 ore settimanali (come ogni lavoratore/lavoratrice), articolate tra:

  • ambulatori per bisogni programmabili
  • ambulatori per bisogni non differibili di cure primarie
  • progettazione e interventi comunitari integrati (con altri operatori)
  • attività domiciliari, sempre più importanti con il crescere della non autosufficienza nelle età avanzate.

Il front office della Casa della Comunità è l’unico punto di accesso per le persone: organizzato per microarea, con personale formato, indirizza e coordina la presa in carico. Non serve “sapere l’orario del proprio medico”: il riferimento è il sistema, non il singolo professionista. Il sistema ti accoglie ed è in grado essere risolutivo dalle 8 alle 20.

Una piattaforma digitale pubblica per un sistema integrato

La cartella clinica deve diventare uno strumento essenziale di integrazione: unica su tutto il territorio nazionale, basata su un software pubblico e non commerciale, condivisa tra tutti i professionisti. Oggi, invece, i sistemi digitali variano da regione a regione (e talvolta anche all’interno della stessa), con conseguenze gravi sull’accessibilità e sull’interoperabilità dei dati – soprattutto nelle situazioni di emergenza – e sull’efficacia del monitoraggio epidemiologico e della programmazione sanitaria nazionale. Questa frammentazione genera inefficienze strutturali ben note agli operatori. Come previsto dal PNRR, è urgente rendere il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 pienamente operativo, uniforme e interoperabile su scala nazionale, garantendo la tutela dei dati personali e la loro esclusione da logiche di mercato.

La piattaforma deve:

  • permettere l’accesso profilato ai dati da parte dei diversi professionisti
  • gestire centralmente le agende degli appuntamenti
  • facilitare la comunicazione con cittadini-farmacie-servizi
  • essere l’infrastruttura digitale di un sistema sanitario relazionale (continuità informatica) integrata con tutti i servizi, compreso quello ospedaliero (per promuovere percorsi di ricovero e dimissione più efficaci).

Farmacia e specialistica: parte dell’équipe allargata

In ogni microarea, gli specialisti di riferimento (cardiologi, pneumologi, diabetologi, geriatri, ecc.) collaborano stabilmente con le équipe di base, partecipando alla co-gestione dei pazienti cronici e fragili. Il farmacista, integrato nel team, può erogare i farmaci secondo indicazioni presenti in piattaforma, con scadenze programmate, e attivare il ritorno al clinico per la revisione terapeutica. Questo modello favorisce una presa in carico proattiva e personalizzata, riduce frammentazioni e ritardi nei percorsi di cura, rende l’assistenza più sicura, tracciabile ed efficace, e libera tempo-clinico prezioso – oggi troppo spesso assorbito da attività a basso valore (low value care2). Nella visione della Primary Health Care-Comprehensive promossa dalla Campagna1-3, superare la logica della “prestazione isolata” e adottare un lavoro di rete basato sulla fiducia, l’integrazione e il governo condiviso della storia clinica è l’unica risposta sostenibile al crescente carico assistenziale, che grava ancora in larga parte, e in solitudine, sui medici di medicina generale.

L’Ospedale di Comunità: luogo capacitante, non parcheggio

L’Ospedale di Comunità non è un contenitore residuale né un “mini reparto”: è un’estensione del territorio, non dell’ospedale. È pensato per accogliere persone con acuzie gestibili fuori dal domicilio, quando la casa non è un contesto capacitante. Deve rappresentare uno spazio protetto per le équipe territoriali, che qui possono prendersi cura senza delegare, mantenendo la regia clinica e garantendo una presa in carico sicura, continua e di prossimità. Il suo obiettivo è sostenere la continuità assistenziale e la prossimità della cura, riducendo inappropriate transizioni in setting per la gestione delle emergenze e delle acuzie complesse (DEA e degenze per acuti).

Casa come primo luogo di cura: sì, ma con nuovi strumenti

Dire che “la casa è il primo luogo di cura” non significa tornare al modello del MMG che gira da solo per le case, ma costruire nuove strategie di presa in carico domiciliare, che prevedono infermieri di comunità, caregiver, OSS, assistenti familiari, educatori, riabilitatori, ma anche adattamenti ambientali, tecnologie per il monitoraggio a distanza e di telemedicina. La prossimità va resa strutturale e professionale, non lasciata alla buona volontà.

Prossimità e Casa della Comunità: due dimensioni che si rafforzano

La microarea risolve un falso conflitto: prossimità e struttura non sono in contraddizione. L’una è il territorio vissuto, l’altra è l’infrastruttura che garantisce accesso, continuità e coordinamento. Servono entrambe, e devono parlarsi ogni giorno.

Per una nuova grammatica del cambiamento nel lavoro sanitario

Rendere abitabile il cambiamento significa andare oltre la superficie delle parole. Il rischio oggi è concreto: scambiare la riforma con un maquillage, cambiare contratti senza cambiare logiche, strutture e relazioni. Una sanità pubblica non si salva con semplificazioni o slogan. Serve una grammatica nuova, fatta di prossimità organizzata, équipe che condividono responsabilità, valori e principi, strumenti comuni, formazione sul campo. Occorre riallineare linguaggio, istituzioni e lavoro quotidiano. Dipendenza pubblica, formazione universitaria integrata, lavoro in équipe, presa in carico per microarea: sono questi i cardini di una vera riforma. La riforma non è soluzionismo tecnicista, ma scelta politica verso un servizio di salute capace di produrre giustizia sociale.

Scegliere di non cambiare equivale a difendere un sistema che non regge e che alimenta disuguaglianze. Una grammatica del cambiamento del lavoro sanitario esiste già, nei documenti1-4-5, nelle pratiche e nelle esperienze sul campo6.  Il passaggio decisivo adesso è trovare il coraggio di metterla alla prova insieme: non come patrimonio di alcuni, ma come strumento collettivo di trasformazione possibile.

Hanno contribuito a questo articolo, in ordine alfabetico: Andrea Canini, Alice Cicognani, Martina Consoloni, Viviana Forte, Fulvio Lonati, Andrea Maurizzi, Agostino Panajia, Elena Rubatto.

Riferimenti

  1. Libro azzurro per la riforma delle Cure Primarie in Italia. disponibile qui https://sites.google.com/view/il-libro-azzurro-della-phc
  1. Oakes, Allison H., and Thomas R. Radomski. “Reducing low-value care and improving health care value.” Jama 325.17 (2021): 1715-1716.
  2. Starfield, Barbara, Leiyu Shi, and James Macinko. “Contribution of primary care to health systems and health.” The milbank quarterly 83.3 (2005): 457-502.
  3. Vilaça Mendes E. O cuidado das condições crônicas na atenção primária à saúde: o imperativo da consolidação da estratégia da saúde da família. Brasília-DF: Organização Pan-Americana da Saúde; 2012.
  4. DM77 La definizione degli standard organizzativi, qualitativi e tecnologici dell’assistenza territoriale https://www.camera.it/temiap/2024/01/29/OCD177-6952.pdf
  5. Cure primarie, bilancio di un anno del progetto MedicInRete del Mario Negri Irccs. Ilsole24ore.comhttps://www.ilsole24ore.com/art/cure-primarie-bilancio-un-anno-progetto-medicinrete-mario-negri-irccs-giovani-medici-chiedono-specializzazione-universitaria-AGQJVDqB
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