Presentata in conferenza stampa alla Camera la proposta di legge per il numero chiuso nelle carceri a prima firma Magi.
Un carcere che non affoghi nella pena, ma che sia spazio di diritti, rieducazione e dignità. È questa la prospettiva della proposta di legge per l’introduzione del “numero chiuso” negli istituti penitenziari, presentata alla Camera da Riccardo Magi (+Europa), insieme a Fabrizio Benzoni (Azione), Devis Dori (AVS), Roberto Giachetti (Italia Viva) e Federico Gianassi (PD), e illustrata ieri nella sala stampa di Montecitorio.
L’idea è tanto radicale quanto necessaria: nessuno può essere incarcerato se non c’è un posto letto conforme agli standard minimi di abitabilità. In caso contrario, la pena sarà scontata con una misura alternativa, come la detenzione domiciliare. Un principio di civiltà giuridica che mira a riportare il sistema penitenziario italiano entro i limiti imposti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali.
Il sovraffollamento: una patologia strutturale
I numeri sono noti, ma non per questo meno allarmanti: al 30 giugno 2025 le persone detenute in Italia erano 62.728 a fronte di una capienza regolamentare di 51.300. Ma se si considerano le aree non agibili, la percentuale effettiva di affollamento supera il 134%, con 63 istituti oltre il 150% e picchi oltre il 200%. Celle da 12 mq ospitano tre o più persone, in violazione degli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura.
Riccardo Magi, introducendo la conferenza stampa, ha sottolineato come «per la prima volta vediamo il tentativo folle di combattere il sovraffollamento aumentandolo, installando moduli abitativi nei cortili degli istituti esistenti senza aumentare il personale, i servizi, la sanità».
«Il sovraffollamento non è una calamità naturale», ha ricordato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, durante la conferenza stampa, «ma il prodotto di scelte politiche». Secondo Gonnella, la proposta rappresenta una svolta concreta perché introduce una «valvola di sicurezza e legalità», non una misura tampone. È una risposta sistemica e permanente, capace di rispettare l’indicazione – finora disattesa – contenuta nelle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e nelle pronunce della nostra Corte Costituzionale.
Una clausola di salvaguardia per la legalità
Il cuore della proposta è chiaro: se non esiste un posto letto conforme agli standard minimi, la pena non può essere eseguita in carcere. Il Ministero della Giustizia dovrà tenere un registro aggiornato delle condanne e riservare posti per reati gravi. Per tutti gli altri casi, scatterà la detenzione domiciliare. La pena scontata in forma alternativa sarà comunque computata, salvo violazioni delle prescrizioni imposte.
Per Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà per il Lazio, «questa proposta è una vera e propria clausola di salvaguardia costituzionale». E avverte: «Uno Stato democratico non può violare i diritti umani fondamentali di chi è sotto la sua custodia. È lo Stato che deve limitare il potere punitivo quando non è in grado di esercitarlo dignitosamente».
Anastasia ha inoltre sottolineato la necessità di legare il concetto di capienza non solo ai metri quadrati, ma anche alla presenza di personale qualificato, dalle guardie agli educatori fino agli operatori sanitari: «Ogni nuovo modulo prefabbricato richiederà almeno 10-15 agenti in più. Dove sono questi agenti? Il personale penitenziario deve far sentire la propria voce».
La trappola del cemento
La risposta del Governo Meloni, nel frattempo, si limita all’annuncio di un piano straordinario di edilizia penitenziaria. Ma Caterina Pozzi, presidente del CNCA, smonta questa narrativa: «È una strategia fallimentare. Le nuove strutture proposte dal Governo non sono alternative ma aggravano il problema. Ci sono già 300 posti disponibili nelle comunità per l’affidamento, che però restano inutilizzati per ritardi e inefficienze».
Pozzi denuncia anche la deriva privatistica contenuta nei piani governativi sulle dipendenze: «Si punta a scaricare sulla comunità la certificazione della tossicodipendenza, svincolandola dai servizi pubblici. È un disegno pericoloso, che snatura la funzione pubblica del terzo settore e rischia di ridurre la detenzione a mera custodia».
Detenzione sociale e droghe: la riforma che non c’è
Tra le cause del sovraffollamento c’è l’eccessiva carcerazione per reati legati alle droghe: oltre il 30% dei detenuti è in carcere per violazione degli articoli 73 e 74 del DPR 309/90. Come ha ricordato Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia e membro de La Società della Ragione, «con un pacchetto di riforme coordinate – dal numero chiuso alla sospensione condizionale della pena, alle case di reinserimento – potremmo eliminare la detenzione sociale. Ma il Governo preferisce il cemento, gli affari e la propaganda».
Corleone ha ricordato come anche nelle REMS, le residenze per le misure di sicurezza, vige il numero chiuso: «Solo in carcere si può entrare senza limiti, come se l’ammassamento dei corpi fosse parte integrante della punizione».
Una proposta non emergenziale, ma strutturale
La proposta sul numero chiuso non è l’unico tassello di un piano complessivo. Come ha spiegato lo stesso deputato durante la conferenza stampa, essa si affianca ad altri progetti di legge, come quelli per le case territoriali di reinserimento sociale e – in arrivo – per la sospensione condizionale della pena fino a tre anni.
L’obiettivo è chiaro: deflazionare il carcere, razionalizzare l’uso della pena detentiva, riportare la legalità nella sfera dell’esecuzione penale. Non si tratta di un regalo ai condannati, ma di un atto dovuto a chi sconta la pena in uno Stato di diritto.
Come ha detto ancora Gonnella, «quando un carcere è affollato oltre ogni limite, non è più uno strumento della giustizia, ma una macchina di illegalità». E Anastasia gli ha fatto eco: «Serve una legge che dica chiaramente: la pena ha un limite, e quel limite è la dignità umana».
