Sergio Segio scrive sulla vicenda dei bambini della famiglia nel bosco per Fuoriluogo.
NOTA DI FUORILUOGO: Per la rubrica di questa settimana, abbiamo chiesto a Sergio Segio di produrre un proprio contributo su un tema di controversa attualità: la sospensione della responsabilità genitoriale nel caso della “famiglia nel bosco”.
Il contributo è stato inviato, come di consueto, a il manifesto per la pubblicazione all’interno della rubrica settimanale Fuoriluogo, che da anni gestiamo come spazio autonomo, in continuità con la precedente storia del mensile Fuoriluogo.
Il direttore Andrea Fabozzi ha ritenuto di non pubblicare l’articolo, per ragioni di opportunità, in relazione ad altri contributi di collaboratori del giornale, che non sono citati nel pezzo di Sergio Segio.
Abbiamo scelto di pubblicare comunque la rubrica di questa settimana sul nostro sito, anche se non sarà presente sulle pagine del quotidiano.
La vicenda della famiglia cui il Tribunale dei minorenni de L’Aquila ha sospeso la potestà sui tre figli ha prontamente scatenato consueti e opposti riflessi pavloviani. Da una parte, il leader della Lega che ha cercato di sintonizzarsi col sentire popolare per strumentalizzarlo e dirottarlo verso quel garantismo a difesa dei ceti abbienti bilanciato con il forcaiolismo verso poveri ed emarginati che ne contraddistingue le politiche e le proposte sulla “sicurezza”. Dall’altra, quelle sinistre strutturalmente incapaci di eguali sintonie e solitamente inclini a riflessi autoritari e statolatrici. Se le argomentazioni leghiste hanno il solito taglio razzistico (“perché non tolgono piuttosto i figli alle famiglie rom?”), quelle dei secondi, altrettanto prevedibilmente, si incentrano sulla lettera e l’indiscutibilità della legge. E qui si avverte tutto il decennale sedimento nocivo di quella “cultura della legalità” che ha eroso la consapevolezza che le norme fotografano e cristallizzano il risultato del conflitto politico e dei rapporti di forza che attraversano la società; se nei partiti esistessero ancora scuole quadri, sarebbe decisamente utile la rilettura di Livio Pepino, già presidente di Magistratura Democratica e componente del CSM (Forti con i deboli, BUR-Rizzoli, 2012).
Quell’idolatria della legalità, in effetti, ha prodotto da tempo anche il fenomeno diffusosi nell’indifferenza generale, e tanto più della Lega, della sottrazione della potestà dei figli in famiglie considerate, a torto o a ragione, interne a contesti e culture mafiose. L’appartenenza alla criminalità organizzata, insomma, sarebbe una specie di lebbra che si contrae inesorabilmente e si veicola per via famigliare. Più o meno è la stessa logica che indusse il legislatore fascista a prevedere “l’inclinazione a delinquere” tuttora utilizzata per infliggere limitazioni della libertà (altro consiglio di lettura per politici volenterosi: Un ossimoro da cancellare. Misure di sicurezza e case di lavoro, di Giulia Melani con scritti di Franco Corleone, Katia Poneti e Grazia Zuffa).
Nel merito specifico, dalla lettura dell’Ordinanza del Tribunale e di un accurato fact checking pubblicato dal sito web del “Corriere della Sera” il 26 novembre si possono ricavare alcune considerazioni: 1) la vicenda è stata deformata da un certo modo di fare cronaca, capzioso, impreciso, falsificante, teso a stigmatizzare e polarizzare. 2) Il Tribunale è solo l’ultima tappa di un percorso che viene innescato dai servizi e dagli assistenti sociali e che, significativamente, coinvolge e utilizza anche la forza pubblica. 3) In generale, a detta anche dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, esiste un serio problema di formazione degli assistenti sociali. 4) Le contestazioni (sostanziale abbandono dei minori, abitazione fatiscente, assenza o carenza di istruzione e assistenza sanitaria, negligenza genitoriale) alla base della decisione del Tribunale, non solo innescata ma supportata dalle informazioni trasmesse da servizi sociali e carabinieri, risultano per lo più infondate o esagerate. 5) Appare invece determinante il conflitto tra i genitori e gli assistenti sociali, cui, a un certo punto del lungo percorso di controlli e verifiche (iniziato più di un anno fa!), da parte degli esasperati genitori, dopo l’iniziale disponibilità, è stata rifiutata l’ulteriore collaborazione e l’ingresso nell’abitazione. 6) Quel conflitto probabilmente poteva essere affrontato e superato con il supporto di un mediatore e di psicologi, ma è stato invece approfondito e drammatizzato sino all’esito finale della sottrazione dei bambini e del loro invio in una comunità. Insomma: Dura lex, sed lex, l’autorità non si può discutere e contestare.
Rimane la domanda se tutto ciò corrisponda davvero all’interesse primario dei bambini.
