Hassan Bassi scrive sul carcere e sull’appello per la clemenza per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto
Il sistema carcerario italiano si trova costantemente sul ciglio di una condizione di grave crisi e lo dimostrano i numeri del sovraffollamento, il sottodimensionamento costante dei servizi di custodia e rieducativi, la continua precarietà di ogni attività interna agli istituti, gli spazi di detenzione fatiscenti e le limitate occasioni di lavoro, le scarse risorse per il reinserimento sociale e lavorativo. Che le condizioni di vita e di lavoro negli istituti siano al limite del disumano ne sono segnale forte e chiaro i tanti suicidi ed atti di autolesionismo fra i detenuti. Ma nemmeno nelle condizioni di sovraffollamento che hanno portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani con la sentenza Torreggiani (2013), si era percepita una situazione così preoccupante come quella di oggi, ed è una consapevolezza ormai diffusa anche nella popolazione generale. Soprattutto perché mancano completamente segnali per un possibile miglioramento, anzi siamo di fronte ad una Via Crucis di provvedimenti normativi frutto di un approccio di panpenalismo securitario (decreto Rave, Caivano, Sicurezza per citarne alcuni), che non potranno che peggiorare sempre di più la condizione interna. Il carcere non è più solo la “discarica sociale” di una società sempre meno inclusiva e sempre più socialmente ed economicamente diseguale, ma anche un grande “corpo” da torturare psicologicamente, fra annunci e promesse mai mantenute.
Uno spazio in cui la propaganda governativa picchia duro, fingendo soluzioni e negandole allo stesso tempo, con provvedimenti deflattivi buoni solo per qualche annuncio sui giornali, dichiarazioni al limite del sadismo di un sottosegretario che vorrebbe asfissiare i mafiosi dentro macchine blindate, e la paranoia securitaria dell’Amministrazione penitenziaria che immagina un carcere ermetico, e propone circolari e poi contro-circolari nel tempo di un ciclo lunare.
In questo quadro non stupiscono le lacrime di coccodrillo anche di alcune delle più alte cariche dello Stato, e dei tanti parlamentari che dopo aver giurato e spergiurato di voler aderire all’appello di Papa Francesco per un atto di clemenza, non hanno fatto assolutamente nulla in questo senso. Domenica 14 dicembre 2025 si svolgerà in Vaticano l’ultimo evento tematico dell’anno giubilare: una giornata dedicata ai detenuti, ai loro familiari, al personale e ai volontari che lavorano all’interno del sistema penitenziario, e potrebbe essere un’occasione unica perché chi ha il potere di intervenire faccia qualcosa d’immediato per alleggerire il carico di oltre 63.500 corpi stipati nello spazio destinato a 46.500 persone.
Per questo una rete di associazioni di volontariato, del terzo settore, organizzazioni della società civile, ha lanciato un appello al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza, al Presidente della Repubblica perché eserciti una consistente concessione di grazie, ed ai Magistrati di Sorveglianza per concedere per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che già ne godono. L’appello è disponibile e sottoscrivibile sui siti di alcuni dei numerosi promotori, fra cui Forum Droghe, La Società della Ragione, Cnca, Antigone e non si limita a sollecitare le Istituzioni, ma invita tutti coloro che vogliano dare un contributo per un cambiamento, tanto possibile quanto necessario, a partecipare ad una assemblea aperta il prossimo 6 febbraio a Roma. Perché questa condizione drammatica è un fatto pubblico che riguarda la società nel suo insieme, e le proposte di soluzione non mancano, spesso nate dall’esperienza diretta di chi il carcere lo vive, e lavora a contatto con i condannati, e sono tutte doverosamente conformi con il principio costituzionale che «le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono essere contrarie all’umanità».
