L’avvento di una geopolitica neo-coloniale
L’operazione statunitense in Venezuela va interpretata come un segnale politico globale, non come un episodio regionale isolato, ormai è chiaro. Ciò che conta non è solo dove si è svolta, ma come è stata condotta e rivendicata. Il rapimento pubblico di un capo di Stato in carica, l’assenza di un mandato parlamentare e ancor meno internazionale, il disprezzo per le istanze multilaterali configurano una politica estera post-normativa, fondata esclusivamente sul potere e sulla sua efficacia performativa. La forza, o la sua minaccia, vogliono sostituire le norme come linguaggio centrale di un nuovo ordine internazionale che, tra l’altro, è totalizzante e si vuole imporre con sovvertimenti bruschi invece che con transizioni.
Questa operazione segna anche il superamento della retorica tradizionale del regime change[1] e dello state-building[2]. L’obiettivo non sembra più essere la sostituzione di un governo né la costruzione di un’architettura istituzionale alternativa, ma la gestione diretta dello spazio politico, l’amministrazione esterna del territorio e il controllo delle risorse. Gli Stati sovrani cessano di essere partner con cui cooperare e diventano spazi da governare o da sfruttare. Il Venezuela non viene né “liberato” né “ricostruito”: viene annesso funzionalmente e non si parla più di democrazia.
In una tale logica neo-coloniale, la dimensione estrattiva è centrale. Non è il narcotraffico a strutturare l’operazione, bensì il petrolio e, con ogni probabilità, le preoccupazioni statunitensi legate alla stabilità del dollaro come moneta di riferimento internazionale. Non è casuale che i primi interlocutori siano stati gli amministratori delegati delle grandi compagnie petrolifere, e non il Congresso americano. Si vorrebbe delegare la “ricostruzione” al settore privato e garantirgli il ritorno degli investimenti attraverso la gestione delle risorse.
Erosione dell’atlantismo e subordinazione dell’Europa?
Nulla lascia intendere che questo modello resterà confinato all’America Latina. Al contrario, il Venezuela funziona come dimostrazione pratica di una strategia statunitense che, nel quadro della rivalità con la Cina, si articola per ora su due livelli: uno spazio emisferico “occidentale” destinato a ristabilire un controllo USA diretto sull’America Latina — una versione aggiornata della dottrina Monroe, oggi “Don-roe” — e uno spazio transatlantico in cui l’Europa viene progressivamente relegata a un ruolo subordinato, non più come alleato politico, ma come vassallo strategico, colpevole di non aver saputo “gestire” le proprie colonie. La Nato sarebbe definitivamente un dispositivo gerarchico dei voleri del centro, ne legittimerebbe gli interventi di forza e non lascerebbe alcuna possibilità di autonomia strategica alla periferia.
In questo quadro, la Groenlandia funge da terreno dimostrativo della vulnerabilità europea. Il messaggio è tanto più incisivo in quanto si rivolge a un partner che non rappresenta alcuna minaccia e che è legato alla Danimarca, membro particolarmente docile dell’alleanza atlantica. L’Europa scopre così che la docilità non garantisce l’immunità e che non la si vuole trattare da soggetto politico, bensì come spazio di influenza da sottoporre a pressioni selettive. Le misure ad personam contro responsabili europei rafforzano questa lettura. Che si voglia o no, il vecchio atlantismo non offre più una bussola affidabile: presuppone una garanzia di protezione che non esiste più.
L’Unione si trova così intrappolata in una tenaglia strategica. Da un lato, una potenza statunitense aggressiva e tanto più offensiva quanto più aumentano le tensioni interne agli USA, il che non lascia illusioni sul ritorno all’atlantismo; dall’altro, una Russia che continua a dominare l’orizzonte “ottico” di molte élite europee e che funge da giustificazione implicita per silenziare altre priorità. I contesti cambiano — Ucraina, Groenlandia, America Latina —, ma la logica del più forte permane.
In questo quadro, le risposte europee risultano insufficienti: la difesa del diritto internazionale è necessaria, ma non basta; le divisioni interne all’Europa aggravano la paralisi; e la quasi esclusiva focalizzazione sulla competitività europea e sulle relazioni nordatlantiche rischia di isolare l’Unione in un mondo in cui permangono comunque interdipendenze profonde.
L’Europa alla scelta: alleanza o irrilevanza?
Gli scenari attuali non sono, tuttavia, né rigidi né predeterminati. Le volontà degli “imperi” non hanno già scolpito un nuovo ordine internazionale destinato a sostituire definitivamente il precedente sistema di relazioni, tutt’altro che perfetto e simmetrico. Non siamo condannati a una realtà brutale e immutabile, così come non lo eravamo quando si proclamava la “fine della storia”. Ci troviamo piuttosto in una fase di interregno con un vecchio che muore e un nuovo che tarda a venire. Siamo nel mezzo di una crisi organica dove si sovrappongono forme di cesarismo, pratiche di neocolonialismo disinibito, conflitti ad alta intensità e competizioni sistemiche, ma anche crescenti manifestazioni di resistenza e di costruzione di alleanze alternative, in particolare nel Sud Globale. Le “bocce” sono in movimento, i giochi son tutt’altro che fatti.
Uscire dalla tenaglia in cui si trova l’Europa richiede innanzitutto un cambiamento di postura politica. Occorre smettere di rinnovare la nostra “sorpresa” per i segni quotidiani di logoramento della alleanza atlantica – o più precisamente della credenza in essa – e per il declino della presunta “egemonia” occidentale. Continuare a delegare equivale ormai a rinunciare. È necessario costruire e dare voce a una strategia estera autonoma, il più possibile condivisa, ma non necessariamente unanime. Insomma, occorre agire diversamente da quanto stanno facendo una serie di premier dell’Europa orientale e anche nostrani quando pretendono che l’acquiescenza sia la condizione per cavarsela, per evitare i problemi, In realtà li accentua. Né ha senso imitare logiche imperiali ed estrattive che fanno della forza il principio regolatore o ridursi alla difesa o alla promozione di interessi commerciali isolati.
Inoltre, vanno costruite alleanze strategiche alternative e fondate su interdipendenze scelte, non necessariamente esclusive. L’Europa da tempo non è più il centro del mondo e anzi si approssima a divenire una minoranza demografica e politica. In questo contesto, le alleanze con il Sud Globale sono una necessità politica, non un gesto morale. Ciò implica un cambiamento qualitativo: dobbiamo imparare ad ascoltare, comprendere, negoziare e condividere. La distinzione tra Nord donatore e Sud beneficiario è ormai obsoleta. La grammatica da costruire è un’altra: non cooperazione verticale con i paesi del Sud, ma co-sviluppo; non produzione normativa unilaterale, ma co-produzione; non multilateralismo rituale, ma co-governance operativa.[3]
Per consolidare nuove alleanze, una serie di politiche solitamente valutate isolatamente va considerata anche per il loro contributo a strategie più generali. L’accordo con il Mercosur — criticabile sotto molti aspetti — non può essere letto come un fine in sé, ma come un passaggio difficilmente eludibile per costruire alleanze strategiche con l’America Latina. Allo stesso modo, l’accordo commerciale appena concluso con l’India assume un rilievo particolare perché contribuisce a strutturare una relazione strategica con un grande attore del Sud impegnato nella ricerca di nuovi equilibri globali.
L’alternativa, in altri termini, non è tra accordi “buoni” o “cattivi” in astratto, ma tra alleanza e irrilevanza: tra contribuire alla ridefinizione delle regole o subirla, tra autonomia cooperativa e una marginalizzazione europea che lascia intere regioni nel “cortile di casa” di altri, con costi economici, politici e climatici troppo elevati. Proprio perché si tratta di accordi commerciali, tuttavia, essi vanno intesi come tappe — necessarie e utili — di un processo più ampio, che deve essere consolidato attraverso investimenti congiunti, politiche di industrializzazione complementari e co-disegnate, programmi ambientali condivisi, produzione congiunta di beni pubblici globali e un dialogo strutturato sulle riforme sociali. Molto resta quindi da fare.
Al contempo, la relazione con la Cina, seppure, singolare e complessa, non può essere elusa (come ha mostrato tra l’altro il premier canadese nella sua recente visita a Pechino[4]). Né può essere ispirata dalla narrativa statunitense di opposizione sistemica di modelli (come se ce ne fossero solo due) ne’ ridotta a una semplice concorrenza alla Belt & Road[5], attraverso strumenti come il Global Gateway[6]; strumenti utili, ma non sostitutivi delle reti cinesi esistenti. I paesi del sud hanno del resto ribadito con chiarezza di non volere fungere da pedine in un confronto tra blocchi esclusivi, ma di praticare forme di non/allineamento o di multi/allineamento. Ignorare questa realtà significherebbe rinunciare a ogni credibilità strategica.
In conclusione, la politica estera europea dovrebbe orientarsi verso una trasformazione strutturale. Accettare che l’ordine internazionale non tornerà a essere stabile è una condizione di realismo. Riconoscere che esiste uno spazio per un multilateralismo a geometria variabile, basato su alleanze tematiche ed esperimenti concreti e una disponibilità, come sopra indicato, a ascoltare, comprendere, negoziare e condividere, è una scommessa strategica. È su questo terreno che, nei prossimi anni, si giocherà la sovranità europea.
Foto di Marjan Blan su Unsplash
[1] La sostituzione, spesso forzata o violenta, di un sistema di governo con un altro.
[2] Il processo di creare, rafforzare e stabilizzare istituzioni statali, costruendo capacità amministrative, sicurezza, e legittimità.
[3] Vedere anche S.Manservisi and M.Pezzini, “Europe and the South”
in https://lab-avanza.es/wp-content/uploads/2025/11/Europa-360-revisado-english.pdf
[4] La visita del primo ministro canadese Mark Carney in Cina a metà gennaio segnala un chiaro disgelo politico dopo anni di tensioni e il ritorno di Ottawa a una diplomazia pragmatica con Pechino. È rilevante perché indica la volontà del Canada di diversificare le proprie alleanze strategiche e ridurre una dipendenza esclusiva dall’asse transatlantico, in un contesto globale sempre più multipolare.
[5] La strategia della Cina per finanziare e costruire infrastrutture e reti commerciali internazionali, rafforzando connessioni economiche e influenza lungo corridoi terrestri e marittimi.
[6] La strategia dell’Unione europea per mobilitare investimenti pubblici e privati in infrastrutture sostenibili (energia, digitale, trasporti, salute, istruzione) nei paesi partner. E’ spesso presentata come alternativa ai modelli infrastrutturali cinesi.
fonte: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/venezuela-un-allarme-che-dovrebbe-svegliarci/
Un approfondimento dal quarto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere” (Una prima versione di questo articolo è apparsa in spagnolo sul sito della Fondacion lab-Avanza)
