Marco perduca racconta dello spostamento della produzione di oppio in Asia per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto.
Fino a cinque anni fa, l’Afghanistan produceva oltre l’80% dell’oppio illegale per raffinare l’eroina destinata ai mercati d’Europa e Nord America. Da quando gli Usa hanno abbandonato il paese, i talebani hanno lanciato una jihad contro la pianta medica che ha drasticamente eradicato la pianta del papavero.
Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (Unodc) del novembre 2025, la superficie coltivata a oppio in Afghanistan era di 10.200 ettari, in calo rispetto ai 12.800 ettari del 2024 e ben al di sotto dei 232mila ettari registrati prima del ritorno dei talebani a Kabul. Si tratta di una diminuzione di quasi un terzo, 296 tonnellate, di quanto coltivato con un impatto devastante sul reddito degli agricoltori che si è quasi dimezzato nel periodo.
Il rapporto dell’Onu sottolinea la necessità di accompagnare l’eradicazione con alternative produttive sostenibili: proposte già sperimentate in passato ma senza successi tangibili.
Molti coltivatori si sono convertiti a cereali e altre colture, ma l’aggravarsi delle siccità ha lasciato oltre il 40% dei terreni incolti aggravando la povertà endemica di un paese che non conosce pace e stabilità da oltre 50 anni.
Il ritorno in patria di circa quattro milioni di profughi ha aumentato ulteriormente la pressione economica su un paese dove posti di lavoro e risorse scarseggiano. Le difficoltà economiche potrebbero rendere nuovamente attraente la coltivazione illecita che, negli anni del picco di produzione, rappresentava quasi il 40% dell’economia nazionale impiegando oltre il 10% della popolazione, donne comprese.
La diminuzione dell’offerta ha fatto sì che nel 2024 l’oppio costasse 750 dollari al kg rispetto ai 75 di soli tre anni fa, compensando i venditori per la perdita di produzione di papavero.
Se la coltivazione di oppio è in picchiata, la produzione di droghe sintetiche, in particolare di metanfetamina, è invece in aumento; alla fine del 2024, in Afghanistan i sequestri sono aumentati del 50% rispetto all’anno precedente. Il rapporto dell’Onu avverte che i gruppi criminali organizzati potrebbero favorire sempre di più le droghe sintetiche, più facili da produrre, più difficili da individuare e meno vulnerabili agli shock climatici rispetto all’oppio.
Un mese dopo l’annuncio di un Afghanistan senza oppio, l’Unodc ha però pubblicato un altro rapporto che informa che la coltivazione del papavero da oppio in Myanmar ha raggiunto il picco decennale. I dati raccolti mostrano un aumento del 17% della coltivazione rispetto all’anno precedente, da 45.200 a 53.100 ettari. L’incertezza generale che il Paese sta affrontando, a oltre quattro anni dall’ultimo colpo di stato militare con elezioni farsa, insieme alla jihad dei talebani in Afghanistan, ha fatto sì che il Myanmar sia diventato la principale fonte mondiale di oppio illecito. L’aumento delle coltivazioni è stato registrato in tutte le regioni del Paese, con potenziali implicazioni per India e Bangladesh.
La storia delle politiche di eradicazione dovrebbe insegnare che quando si cancella un numero significativo di ettari coltivati a papavero, coca o cannabis, in un’area la produzione si sposta altrove, in zone più remote, instabili o con regimi autoritari o che non controllano tutto il territorio come in Messico e Colombia. Dinamiche simili si ritrovano anche alla fine della filiera, quando si colpisce una piazza di spaccio, la si sposta giusto solo di qualche centinaio di metri. Accade da oltre 60 anni e non potrà che continuare ad andare così, con la variabile che una droga non è per sempre: i prodotti sintetici stanno rimpiazzando quelli naturali. Se offerta e domanda si adeguano, lo stesso non si può dire per le proibizioni.
