Islamofobia, razzismo e salute. di Andrea Ubiali

Un corpus crescente di studi mostra come l’esperienza di essere vittime di islamofobia sia associata a peggiori esiti di salute. Una revisione sistematica che sintetizza oltre 50 studi evidenzia una consistente associazione tra esperienze di discriminazione e disturbi di salute mentale e fisica, nonché un minore accesso ai servizi sanitari tra le popolazioni musulmane. Questi studi mostrano inoltre come i fenomeni discriminatori colpiscano in modo particolarmente pervasivo le donne musulmane, soprattutto quando indossano abiti religiosi.


L’islamofobia è spesso descritta come un problema di pregiudizio, rappresentazione o  linguaggio. Meno frequentemente viene riconosciuta per ciò che realmente è: un determinante strutturale della salute. Negli ultimi decenni l’islamofobia è diventata una componente strutturale del clima politico e sociale in molte aree del mondo. Dopo l’11 settembre 2001 i livelli di discriminazione nei confronti delle persone musulmane sono aumentati in maniera significativa (1). Una serie di eventi geopolitici – dalle guerre in Medio Oriente alla “crisi dei rifugiati”, fino alla drammatica escalation del conflitto a Gaza – ha contribuito a rafforzare e normalizzare sentimenti anti-musulmani nello spazio pubblico europeo e nordamericano (2).

Secondo The Lancet, l’attuale contesto politico ha reso sempre più accettabili narrazioni che alimentano paura, sospetto e ostilità verso specifici gruppi sociali, tra la popolazione e nelle istituzioni, compresi i luoghi di cura (3-5). Il paradosso emerge chiaramente nel Regno Unito, dove il National Health Service dipende in modo cruciale da una forza lavoro etnicamente e religiosamente diversificata, inclusi molti professionisti musulmani. Nel frattempo, un corpus crescente di studi mostra come l’esperienza di essere vittime di islamofobia sia associata a peggiori esiti di salute. Una revisione sistematica del 2018 di Samari et al., che sintetizza oltre 50 studi pubblicati tra il 2000 e il 2017, evidenzia una consistente associazione tra esperienze di discriminazione e disturbi di salute mentale e fisica, nonché un minore accesso ai servizi sanitari tra le popolazioni musulmane. Risultati analoghi emergono anche dalla revisione più recente di De Nolf et al. (2024). Questi studi mostrano inoltre come i fenomeni discriminatori colpiscano in modo particolarmente pervasivo le donne musulmane, soprattutto quando indossano abiti religiosi. L’abbigliamento religioso risulta influenzare anche la qualità dell’assistenza ricevuta all’interno dei servizi sanitari, contribuendo a maggiori ostacoli nell’accesso alle cure e, di conseguenza, a un incremento delle disuguaglianze.(6,7,8). Alcune ricerche recenti sono state condotte anche in Italia, dove i musulmani rappresentano oggi quasi un terzo della popolazione immigrata (9). Uno studio del 2025 condotto su musulmani residenti in Italia mostra che la percezione di islamofobia è negativamente associata al benessere sociale e psicologico (10,11).

Più di recente, l’acuirsi dei sentimenti anti-islamici nel dibattito pubblico ha ulteriormente ampliato la portata dei fenomeni discriminatori, estendendoli anche a soggetti percepiti come “associati” all’islam, come – nell’ultimo periodo – i sostenitori della popolazione palestinese.

In alcuni casi, tali dinamiche sono state persino mediate dalle istituzioni: ad esempio, nel Regno Unito il gruppo Palestine Action è stato dichiarato illegale sulla base della legislazione antiterrorismo (12), con l’arresto di centinaia di persone e il coinvolgimento della scrittrice irlandese Sally Rooney (13). In Italia, un episodio recente riguarda le contestazioni disciplinari da parte del Ministero degli Interni ad alcuni vigili del fuoco per aver partecipato in divisa ad una manifestazione per Gaza(14). Per comprenderne l’impatto profondo, occorre dunque superare l’idea che l’islamofobia sia esclusivamente un pregiudizio individuale o un fenomeno recente, e riconoscerla come parte di assetti storici e istituzionali. È all’interno di questi assetti che si producono esposizioni differenziali al rischio, vulnerabilità cumulative e disuguaglianze sanitarie persistenti. Come sottolinea la scrittrice e attivista britannica Suhaiymah Manzoor-Khan, spesso si descrive l’islamofobia come effetto di media sensazionalistici, estremismo politico o circostanze congiunturali (15). Questa lettura è però riduttiva e porta a soluzioni correttive inefficaci: sanzioni per i crimini d’odio, migliore rappresentazione dei musulmani nei media, maggiore inclusione istituzionale.

In realtà, l’islamofobia ha radici strutturali profonde: deriva da una storia coloniale e da un ordine globale che ha sistematicamente costruito i musulmani come figure pericolose e irrazionali, legittimando pratiche di esclusione, sorveglianza e deumanizzazione.

Questa dimensione strutturale si manifesta concretamente. Nel Regno Unito, la metà dei musulmani vive in condizioni di povertà, affrontando svantaggi in molteplici ambiti di vita. I musulmani sono sovrarappresentati nelle carceri e nei centri di espulsione. Queste disuguaglianze non possono essere ricondotte a comportamenti individuali o differenze culturali, come affermerebbe la lettura mainstream, ma derivano da rapporti di potere radicati. È proprio qui che entra in gioco il processo di razzializzazione: il meccanismo attraverso cui tali disuguaglianze vengono naturalizzate, rese “comprensibili” e politicamente accettabili. Come sottolinea Manzoor-Khan, nonostante i musulmani costituiscano un gruppo religioso, essi vengono costruiti come una categoria razziale. Cultura, religione e ideologia funzionano come sostituti della razza, attribuite ai musulmani come essenze interne e immutabili. Segni visibili come l’hijab, la barba, il parlare arabo o il consumo di cibo halal vengono letti come indicatori di una presunta natura violenta e pericolosa. Persone non musulmane, ma identificate come tali per il loro aspetto o comportamento, subiscono analoghi atti di discriminazione. L’oppressione razziale non si fonda sulla realtà biologica della razza, ma su strategie ideologiche che deumanizzano interi gruppi di persone. Questa cornice teorica consente di leggere l’islamofobia non come un problema dei musulmani, ma come un dispositivo che attraversa istituzioni, politiche e pratiche quotidiane, con effetti diretti sulla salute, poiché modella l’accesso alle risorse materiali, la qualità delle interazioni con i servizi e l’esposizione a stress cronico e violenza strutturale.

L’analisi di Manzoor-Khan si integra con la teoria di Nancy Fraser (16), che colloca l’islamofobia – o più in generale la discriminazione razziale – nell’architettura del capitalismo contemporaneo. Questa lettura è centrale per la salute globale perché consente di comprendere come le disuguaglianze sanitarie non siano effetti collaterali del capitalismo, ma esiti prevedibili di un ordine sociale che dipende strutturalmente dall’espropriazione e dalla produzione di vulnerabilità. Fraser invita a concepire il capitalismo non solo come un sistema economico, ma come un ordine sociale istituzionalizzato, reso possibile da una serie di condizioni di fondo che non sono in sé economiche: la riproduzione sociale, l’ecologia, il potere politico e, soprattutto, l’espropriazione di ricchezza da popolazioni razzializzate. Il fatto che il sistema si regga su queste condizioni di fondo genera contraddizioni strutturali che rendono le società capitalistiche intrinsecamente instabili e ciclicamente soggette a crisi. Il rapporto tra capitale e riproduzione sociale costituisce la base del dominio di genere; quello con l’ecologia fonda lo sfruttamento delle risorse naturali e la crisi ambientale; l’interazione con la sfera politica tende a distorcere e svuotare le istituzioni democratiche; infine, la logica dell’espropriazione richiede la produzione di popolazioni razzializzate.

Un nodo centrale dell’analisi di Fraser è effettivamente rappresentato dalla distinzione tra sfruttamento ed espropriazione, due meccanismi funzionali all’accumulazione del capitale, ciascuno con caratteristiche proprie. Il primo riguarda l’appropriazione del plusvalore dei lavoratori formalmente liberi ma sfruttati; il secondo consiste nella confisca continuativa di risorse a carico di popolazioni vulnerabili, prive di diritti effettivi e quindi violabili per definizione. A tracciare il solco che divide gli sfruttati dagli espropriati è storicamente sempre stata la linea dell’oppressione razziale. Questa relazione di oppressione non è contingente, ma strutturale. Il capitale è letteralmente dipendente dai soggetti espropriabili: riducendo i costi e garantendo accesso a risorse a basso costo, rende sostenibile lo sfruttamento dei lavoratori liberi. In questo senso, l’islamofobia contemporanea opera come un dispositivo che riproduce tali gerarchie, assegnando alle popolazioni musulmane una posizione strutturalmente subordinata all’interno degli attuali rapporti di potere.

La discriminazione inoltre non è solo un problema morale o culturale: persiste perché produce vantaggi concreti per i gruppi dominanti. La guerra al terrore ne è un esempio. L’invasione dell’Iraq ha permesso di generare profitto attraverso il conflitto e la spoliazione, mentre l’islamofobia ha permesso di mascherare gli stessi interessi economici e geopolitici come operazioni “umanitarie” e securitarie. In maniera analoga, i palestinesi vengono rappresentati come minacce, mentre il colonialismo israeliano resta invisibile. Il genocidio ora in atto a Gaza appare così come un’estensione della protezione del mercato capitalista globale: le industrie belliche e l’intero complesso della sicurezza hanno tratto enormi benefici da questo paradigma, come ha efficacemente dimostrato Francesca Albanese (17).

L’islamofobia diventa esperienza vissuta e si iscrive nelle soggettività. Nei suoi lavori di spoken word, come This is not a humanising poem, Manzoor-Khan mostra cosa significhi vivere quotidianamente sotto il peso dell’islamofobia, mettendo in scena la pressione costante di dover dimostrare la propria umanità in un contesto che la nega a priori. La poesia ruota attorno al rifiuto di “umanizzare” i musulmani per renderli degni di riconoscimento. Questa richiesta – dimostrare di essere pacifici, rispettabili, integrabili – rivela la logica della razzializzazione. L’umanità non è data per scontata, ma concessa in modo condizionato. Attraverso il linguaggio poetico, Manzoor-Khan mostra ciò che l’islamofobia fa alle persone: non solo come le rappresenta, ma come le costringe a performare sè stesse per sopravvivere nello spazio pubblico per soddisfare lo sguardo coloniale e prendere le distanze da una violenza attribuita come tratto collettivo. In questo senso, è possibile compiere un ulteriore salto concettuale che consenta di collegare l’esperienza vissuta della discriminazione ai meccanismi attraverso cui le disuguaglianze sociali diventano differenze biologiche misurabili. Ciò che l’opera di Manzoor-Khan fa emergere sul piano dell’esperienza soggettiva non resta confinato alla sfera simbolica o psicologica.

La teoria ecosociale di Nancy Krieger (18–22) consente di comprendere come queste dinamiche di razzializzazione si traducano concretamente in malattia.
Secondo Krieger i corpi registrano biologicamente le condizioni materiali e simboliche in cui le persone vivono, un concetto noto come incorporazione (Figura 1). Krieger mostra che la discriminazione nuoce alla salute attraverso percorsi multipli: deprivazione economica e sociale; esposizione a sostanze tossiche e condizioni ambientali pericolose; trauma socialmente inflitto; marketing mirato di prodotti nocivi; accesso inadeguato o degradante alle cure mediche; degradazione degli ecosistemi ed espropriazione dei territori e dei mezzi di sussistenza. Quali percorsi siano più rilevanti dipende dal contesto storico e politico, dal momento del ciclo di vita e dalla posizione sociale delle persone coinvolte. La teoria ecosociale rovescia la logica delle ideologie discriminatorie: non sono presunte differenze naturali a produrre disuguaglianze, ma è la discriminazione stessa che genera differenze biologiche osservabili, strutturando simultaneamente il rischio individuale e i tassi di malattia a livello di popolazione.

Figura 1. La figura illustra la teoria eco-sociale di Nancy Krieger, che spiega come le disuguaglianze sociali e i rapporti di potere vengano incorporati biologicamente nel corso della vita e tra le generazioni. Il modello mostra come assetti strutturali di potere e discriminazione (ad esempio razzismo, sessismo, xenofobia), situati in specifici contesti storici, politici ed ecologici, agiscano attraverso molteplici vie di embodiment, producendo esposizioni, suscettibilità e capacità di resistenza differenziali, e dando luogo a pattern osservabili di malattia e mortalità a livello di popolazione.

La storia della discriminazione inoltre non è mai completamente “morta”, ma continua a influenzare la salute anche dopo la sua eliminazione, per intere generazioni. Per fare un esempio, Krieger cita le leggi Jim Crow, su cui si basava la segregazione razziale negli Stati Uniti e che vennero abolite nel 1964. Tali leggi, sebbene ormai non più attuali, continuano a determinare effetti transgenerazionali sulla salute di chi è nato quando erano vigenti e su quella dei loro figli. Analogamente, i dati della Pan American Health Organization (PAHO) mostrano come le disuguaglianze sanitarie nelle Americhe di oggi riflettano una sostanziale continuità storica tra colonialismo e condizioni attuali. Popolazioni indigene, afrodiscendenti, e altri gruppi minoritari, continuano a subire svantaggi persistenti in termini socioeconomici e di salute, derivanti da secoli di espropriazione. Le “ingiustizie cumulative” producono effetti transgenerazionali su mortalità, aspettativa di vita, nutrizione, accesso all’acqua, all’educazione e ai servizi sanitari su scala regionale, anche decenni dopo la fine formale del colonialismo(23). Questa lettura non è marginale, ma riflette l’approccio delle più autorevoli analisi contemporanee in salute globale, come quello della Lancet Series on racism, xenophobia, discrimination, and health (24).

Per concludere è importante notare, come afferma Krieger, che lo scopo dello studio delle conseguenze sanitarie della discriminazione non è dimostrare che l’oppressione sia sbagliata perché fa ammalare le persone. Negare trattamenti equi, violare i diritti umani e limitare le possibilità di vivere vite pienamente espresse e dignitose è sbagliato di per sé. Studiare discriminazione e salute serve piuttosto a comprendere chi e cosa guida i modelli di salute e disuguaglianza nelle popolazioni, e a produrre conoscenze utili per orientare politiche e interventi capaci di prevenire i danni e promuovere equità sanitaria e giustizia sociale. Questo implica anche che le politiche di salute che non affrontano le forme strutturali di razzializzazione — incluse quelle legate all’islamofobia — rischiano di riprodurre le stesse disuguaglianze che dichiarano di voler ridurre.


Andrea Ubiali,  Medico di sanità pubblica, Bologna

Bibliografia

  1. Sheridan LP. Islamophobia pre- and post-September 11th, 2001. J Interpers Violence. 2006 Mar;21(3):317-36. doi: 10.1177/0886260505282885. PMID: 16443594.
  2. Gaza conflict leads to rise in antisemitism and Islamophobia. https://www.visionofhumanity.org/gaza-conflict-leads-to-rise-in-antisemitism-and-islamophobia/
  3. The Lancet. The far-right and health: an evolving political crisis. 2025 Oct 4;406(10511):1443. doi: 10.1016/S0140-6736(25)02003-3. PMID: 41046137.
  4. Shahid HJ. Denial of Islamophobia is harming Muslim doctors in the NHS. BMJ. 2025 Mar 13;388:r497. doi: 10.1136/bmj.r497. PMID: 40081828.
  5. Younis T, Jadhav S. Islamophobia in the National Health Service: an ethnography of institutional racism in PREVENT’s counter-radicalisation policy. Sociol Health Illn. 2020 Mar;42(3):610-626. doi: 10.1111/1467-9566.13047. Epub 2019 Dec 17. PMID: 31849069.
  6. Samari G, Alcalá HE, Sharif MZ. Islamophobia, Health, and Public Health: A Systematic Literature Review. Am J Public Health. 2018 Jun;108(6):e1-e9. doi: 10.2105/AJPH.2018.304402. Epub 2018 Apr 19. PMID: 29672152; PMCID: PMC5944883.
  7. Samari G. Islamophobia and Public Health in the United States. Am J Public Health. 2016 Nov;106(11):1920-1925. doi: 10.2105/AJPH.2016.303374. Epub 2016 Sep 15. Erratum in: Am J Public Health. 2016 Dec;106(12):e13. doi: 10.2105/AJPH.2016.303374e. PMID: 27631738; PMCID: PMC5055770.
  8. De Nolf, A., & d’Haenens, L. (2024). Consequences of islamophobia: A systematic review. Journal of Religion and Society26(5658), 130–163.
  9. Valtolina, G. G., & Menonna, A. (2025). Le religioni. In L. Zanfrini, & N. Pasini (Eds.), 30° Rapporto sulle migrazioni (pp. 115–124). Fondazione ISMU ETS
  10. Di Gesto, C.; Guidi, E.; Policardo, G.R.; Nerini, A.; Matera, C. The Mediating Role of Mattering in the Relationship Between Perceived Islamophobia and Well-Being in a Group of Muslim Women Residing in Italy. Sci. 2025, 15, 1338. https://doi.org/10.3390/bs15101338
  11. Giuliani, C., Meda, S. G., & Tagliabue, S. (2017). Perceived discrimination, identity dimensions and wellbeing among immigrant Muslim living in Italy. In The Migration Conference 2017. Programme and Abstracts Book (pagg. 104-105)
  12. Le Nazioni Unite chiedono al Regno Unito di revocare il divieto del gruppo Palestine action. Internazionale. https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2025/07/25/regno-unito-onu-chiede-revoca-divieto-palestine-action
  13. Il Post. Sally Rooney non può più andare nel Regno Unito. https://www.ilpost.it/2025/09/19/sally-rooney-non-va-piu-nel-regno-unito/
  14. Contestazioni disciplinari ai Vigili del Fuoco che hanno manifestato per la Palestina. https://www.pisatoday.it/cronaca/contestazioni-disciplinari-vigili-del-fuoco-manifestazioni-palestina-pisa.html
  15. Suhaiymah Manzoor-Khan. Nelle maglie del terrore, sradicare l’islamofobia. Temu Edizioni, 2025. ISBN: 9791280195722
  16. Nancy Fraser, Capitalismo cannibale, Laterza 2023. EAN: 9788858149980
  17. A/HRC/59/23: From economy of occupation to economy of genocide – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/ahrc5923-economy-occupation-economy-genocide-report-special-rapporteur
  18. Krieger, Nancy, Epidemiology and the People’s Health: Theory and Context (2011; online edn, Oxford Academic, 1 May 2011), https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780195383874.001.0001
  19. Krieger N. Discrimination and Health Inequities. International Journal of Health Services. 2014;44(4):643-710. doi:2190/HS.44.4.b
  20. Krieger N. Measures of Racism, Sexism, Heterosexism, and Gender Binarism for Health Equity Research: From Structural Injustice to Embodied Harm-An Ecosocial Analysis. Annu Rev Public Health. 2020 Apr 2;41:37-62. doi: 10.1146/annurev-publhealth-040119-094017. Epub 2019 Nov 25. PMID: 31765272.
  21. Akinyemiju T, Osazuwa-Peters OL, Brown TH, Ramos J, Jones S, Wilson LE, Krieger N. A latent measure of cultural racism and its association with US mortality and life expectancy. Nat Hum Behav. 2025 Dec;9(12):2480-2496. doi: 10.1038/s41562-025-02290-7. Epub 2025 Aug 26. PMID: 40858765; PMCID: PMC12727496.
  22. Krieger N. Theorizing epidemiology, the stories bodies tell, and embodied truths: a status update on contending 21st c CE epidemiological theories of disease distribution. Int J Soc Determinants Health Health Serv. 2024 Oct;54(4):331-342. doi: 10.1177/27551938241269188. Epub 2024 Aug 16. Erratum in: Int J Soc Determinants Health Health Serv. 2024 Oct;54(4):343. doi: 10.1177/27551938241281636. PMID: 39149891; PMCID: PMC11457435.
  23. Pan American Health Organization (PAHO). Just Societies: Health Equity and Dignified Lives – Report of the Commission of the Pan American Health Organization on Equity and Health Inequalities in the Americas. https://www.paho.org/en/documents/just-societies-health-equity-and-dignified-lives-report-commission-pan-american-health
  24. The Lancet. The Lancet Series on racism, xenophobia, discrimination, and health, 2022. https://www.thelancet.com/series-do/lancet-series-racism-xenophobia-discrimination-and-health-2022

fonte testo e immagini: https://www.saluteinternazionale.info/2026/02/islamofobia-razzismo-e-salute/

 

Print Friendly, PDF & Email