Quanto avvenuto nella scuola di Trescore Balneario (Bergamo) dove un alunno di 13 anni ha gravemente ferito una sua insegnante ha suscitato sconcerto e interrogativi. Come psichiatra mi attengo alla “regola Goldwater” dell’American Psychiatric Association formulata nel 1973 secondo la quale sui singoli casi, i professionisti non debbono esprimersi senza un’adeguata metodologia clinica e documentale.
In questo intervento desidero cogliere alcune linee di tendenza dei dibattito pubblico.
Il rischio delle generalizzazioni nel dibattito sugli adolescenti
La prima è la generalizzazione che crea categorie: gli “adolescenti”, “i genitori”, “gli insegnanti”, gli adulti. La situazione è molto variegata e pur di fronte a cambiamenti epocali comuni, rivoluzione digitale, clima e multiculturalità, la maggior parte degli adolescenti e giovani adulti è in grado di vivere bene, studiare ed è in buona salute. Sarebbe importante ascoltarli e capire quali sono i fattori protettivi positivi.
Sono quindi molto perplesso di fronte a posizioni del mondo adulto che privilegiano una lettura della condizione adolescenziale e giovanile come patologica, deviante, antisociale. Cioè come una problematica da vedersi in chiave normativa e correzionale, e talora punitiva e/o terapeutica.
La comunità invisibile e le sue contraddizioni
La seconda considerazione è come viene scotomizzata la comunità nella quale gli adolescenti vivono. Le affermazioni sul mondo adulto, genitori e scuola, non sembrano pregne di analisi sul contesto di riferimento. Una difficoltà a leggere e persino a vedere le comunità, forse per le tante forme che esse assumono in una sorta di spettro che va da quelle accoglienti, inclusive, educanti e curanti fino a quelle rifiutanti, escludenti, dis-educanti, patogene e abbandoniche. In realtà nello spettro si passa per tante forme intermedie, nelle quali convivono elementi contraddittori, solidarietà e competizione, uguaglianze e suprematismi, solidarietà e razzismo. Non sembra esservi consapevolezza del fatto che le caratteristiche delle microcomunità sono frutto delle relazioni e dell’incontro tra diversi, tra culture, tradizioni e religioni, fra differenti situazioni sociali e familiari. L’etica di una responsabilità comune, collettiva, che è qualcosa in più e di diverso da quella individuale.
Internet e i nuovi mondi relazionali
Le comunità sono anche l’esito di un mondo di relazioni che in parte avvengono in modi diretti e in parte sono mediate dalle nuove tecnologie. Vi sono quindi mondi nuovi, frutto di interazioni molto complesse tra mondi interni, fantasie e tecnologie e mondo esterno, difficili da integrare, leggere, sintetizzare e comunicare. Internet non è solo uno strumento protesico da utilizzare al meglio ma è un mondo che abitiamo e ci abita. Un mondo ove i corpi sono distanti, le idee disincarnate possono diventare concrete azioni trasformative del senso.
Sta assumendo questa forma anche la guerra, combattuta da droni comandati a distanza che colpiscono vittime per lo più civili, innocenti, in carne ed ossa. La guerra non è più quella di Piero (De André) ma è diventata un videogioco (War Games).
La rete-mondo contiene i tanti diversi aspetti umani, anche quelli più malvagi e perversi. Può strutturare, anche con dialoghi apparenti (Chatbot) o Intelligenze Artificiali i piani autolesivi, suicidari oppure aggressivi, violenti e omicidiari. Il pensiero critico va rinforzato (un’ora di internet e 5 di attività motoria-relazione) ma rischia di non essere sufficiente. Per questo l’educazione affettiva, relazionale e sessuale è fondamentale.
Competizione, emozioni e relazioni
Il mondo adulto non si interroga sulle conseguenze di una visione competitiva, del mero successo individuale che andrebbe abbandonata in favore di un’attività cooperativa nella quale il successo è gruppale, frutto del fare insieme. Su questo vi sono riflessioni importanti nella scuola, nello sport e nella comunicazione. Gestire le emozioni, i sentimenti, la rabbia passa per le relazioni, l’attaccamento ma anche per la regolazione, l’autoregolazione, l’esempio e la vita insieme.
Povertà, marginalità e rischio sociale
L’attenzione andrebbe portata, oltre che sulla condizione dei singoli, sulle relazioni, sulla intersezionalità dei problemi. Le povertà economiche (quella assoluta riguarda 1,3 milioni di minori), educativa, culturale, normativa e morale vanno viste nel loro insieme e nella loro possibile interazione, positiva o negativa. Le povertà vitali correlano, come noto, con uso di sostanze, condotte antisociali, disturbi mentali. L’assenza di futuro di un mondo adulto accogliente, che dia senso si fa sempre più inquietante, in società che precarizzano la vita, rendono incerte le prospettive. Ancora aumentano reati e punizioni ma occorre operare in termini complessi, coordinati come dimostra in modo molto chiaro e documentato anche una recente ricerca sui minori stranieri non accompagnati.
Creare convivenze vuol dire favorire lo sviluppo di competenze relazionali in grado di con-tenere, tenere dentro anche chi ha meno capacità o diverse condizioni, per far sì che la diversità sia valore, che le co-esistenze hanno e danno senso e speranza. Questa diviene una competenza di/nella comunità che si considera non in balia dei fenomeni, ma capace di affrontarli, governarli e gestirli. Una responsabilizzazione capace di cucire gli strappi, di uscire dalla paura regressiva, con risposte delegate alle sole autorità.
Cultura, violenza e responsabilità collettiva
La nostra ricchezza come Paese è la cultura solidale frutto di convergenze diverse che va difesa in un periodo nel quale, dopo molto individualismo, sta importando elementi di natura suprematista della cultura MAGA come ho cercato di evidenziare in altri contributi.
Se viene leso il principio di eguaglianza, se viene a mancare il riconoscimento della comune umanità, se il pianeta e viventi possono essere distrutti e sfruttati senza pensare che siamo di passaggio, inquilini pro tempore che hanno il compito di lasciarlo alle future generazioni, se questo viene interiorizzato dai singoli vi è il rischio che le azioni violente aumentino, specie se sono disponibili armi, come si vede negli USA.
I dati complessivi sulle sparatorie di massa (con più di 4 vittime) sono impressionanti: 693 nel 2021, 647 nel 2022, 632 nel 2023. Se il processo è questo, bisogna fare ogni sforzo perché in Italia non si vada nella stessa direzione in quanto, va ricordato, i minori sono in un humus costruito dagli adulti che sono (nel bene e nel male) il loro punto di riferimento. E’ necessario proibire la circolazione delle armi e dei coltelli, ma per questo non pare efficace un incremento dei reati e delle pene o volta ad isolare e rimpatriare gli stranieri. Serve cultura e lo sviluppo di interventi preventivi che coinvolgano minori, genitori e insegnanti basati su educazione, inclusione, accoglienza dell’Altra persona, dei suoi bisogni e sofferenze, al fine di favorire, attraverso la partecipazione responsabile, la creazione di un sistema di comunità.
La questione delle nuove tecnologie, dell’uso di internet, dei linguaggi di odio e delle immagini di violenza e distruzione viene affrontata pensando più a limitazioni o divieti di accesso per i minori che ad una educazione all’uso e ad una regolazione normativa che responsabilizzi tutti, in primis gli adulti per evitare violenze, diffamazioni, truffe e messaggi pericolosi per la vita, la salute e la convivenza. In questo quadro s’inscrivono la crisi delle famiglie e delle convivenze, la pratica del più forte, le proiezioni e la colpevolizzazione dell’altro. Nessuno intende porgere l’altra guancia, né mettere fiori nei propri cannoni per mediare le controversie, risolvere i conflitti e costruire coesistenze pacifiche.
Ascolto dei giovani e costruzione dell’identità
Ascoltare quanto pensano e vivono i minori mentre sarebbe molto importante dare loro parola e ascolto per sviluppare una dialettica e un comune pensiero critico. Imparare a discutere senza cadere nella contrapposizione frontale ma accettare l’incerto, il dubbio, la ricerca dell’indefinito piuttosto che “certezze incerte”. I giovani sono parte della comunità: responsabilizzarli, facendoli votare a 16 anni potrebbe essere un segnale forte. Poi vi è una marcata fragilità, un’ipersensibilità alla critica, all’umiliazione (che qualcuno voleva cardine dell’educazione) per scarsa solidità dell’autostima e una sostanziale assenza di conoscenza del proprio mondo interno, tanto che si parla di “normopatia”. Disconoscere i vissuti di umiliazione e di rabbia, non dare parola a questi facilita l’agire, pensando di recuperare onore e credibilità mostrando con il telefonino il proprio coraggio, le proprie azioni violente o oltre il limite. L’ammirazione, delle immagini riprese con il telefonino alimenta fantasie di successo, vendetta. Non si ha la certezza che verranno viste, ma sono nella rete, quindi qualcuno se ne accorgerà. Dal “cogito ergo sum” (penso dunque sono Cartesio) al “cogitor ergo sum” (“sono pensato quindi sono”) al “videbor ergo sum” (“sarò visto e quindi sono”). Un processo regressivo che dal pensiero che sostanzia all’essere che assume consistenza solo nella visione dell’altro. Si tratta di modalità che sembrano esprimere un bisogno primario di sintonizzazione, riconoscimento, attaccamento e individuazione che vengono prima della capacità di pensare la quale per svilupparsi ha bisogno di un apparato per pensare i pensieri (Bion) e di un’altra mente che strutturi mediante l’essere sognato e pensato.
Non essere visti e comunicare a qualcuno, ma essere visti e lanciare messaggi in balia del mondo. Derive di naufraghi, chiusi in casa, senza studiare e lavorare (NEET), fanno diventare invisibili, aumentano la maggioranza esclusa.
Il ruolo del mondo adulto e della scuola
Il cattivo esempio del mondo adulto è quello che si debba vincere “a tutti i costi”, anche usando mezzi illeciti. Prevalgono messaggi di forza, tracotanza e mancanza di umanità: i morti a Gaza come in Ucraina, in Israele come in Iran sono numeri. Sono molto presenti le immagini di distruzione e annientamento dell’altro che, come noto, hanno effetti su tutti in particolare i giovani.
Di fronte a questo e alle mobilitazioni di giovani, il mondo adulto ha molti motivi di interrogarsi. L’inquinamento ambientale e il cambiamento climatico, pure sostenuti dai giovani sono stati dagli adulti quasi totalmente negati. I giovani sono riapparsi non visti nel recente referendum sulla giustizia. E hanno saputo da che parte stare.
L’educazione e istruzione pubblica ha bisogno di investimenti e per superare le concentrazioni degli istituti e le classi “pollaio”. Va superata una cultura solo apparentemente meritocratica, ridefinendola in modo diverso emancipante e critico. Le condizioni di lavoro e le retribuzioni degli insegnanti sono spesso citate ma non affrontate. Le forme di partecipazione ed educazione degli adulti, in particolare dei genitori, devono essere promosse e supportate anche con professionisti (psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, educatori) creando un ponte tra scuola e casa anche con interventi domiciliari. I ragazzi hanno bisogno di adulti che dovrebbero essere credibili, autorevoli, di riferimento, capaci di dialogo, di porre limiti e dare esempi. Questo dovrebbe avvenire in tutte le sedi, dalle famiglie, nelle televisioni e nei social per creare una comunità educante.
Agli adulti spetta il compito, cruciale, di dare l’esempio e riflettere sulla condizione dei minori con un altro atteggiamento che li consideri protagonisti, parti della società (con il lavoro, la cittadinanza, il diritto di voto, la possibilità di avere casa, di emanciparsi e costruirsi un futuro) è la via per una comunità accogliente, educante e curante che sappia coesistere e tutelare il pianeta.
