La sicurezza e lo spettro dello stato di polizia: in 33 articoli una stretta che va contro la Costituzione.
Il 25 febbraio è in vigore un nuovo Decreto sicurezza che raccoglie in 33 articoli svariate norme assai discutibili, a cominciare dalla mancanza dei requisiti costituzionali di necessità e urgenza. Ennesimo provvedimento: va, infatti, ricordato il precedente decreto che già l’anno scorso peggiorava il codice Rocco prevedendo l’incarcerazione per le madri incinte o con bambini di meno di un anno, la criminalizzazione persino della protesta nonviolenta in carcere e la possibilità per i servizi segreti non solo di infiltrare, ma di promuovere organizzazioni terroristiche. L’inventiva del governo Meloni nel produrre norme di pura propaganda è senza fine. L’emergenza sarebbero i coltelli usati dai minori con un aumento delle pene per il possesso di lame superiore a 8 cm., con arresto da uno a tre anni e ammenda da 1.000 a 10.000 euro, prevista da 200 a 1.000 euro per i genitori; l’inutilità della misura è confermata dal tragico episo-dio che riguarda un tredicenne non punibile. Il coacervo di commi si conclude con il divieto di vendita di coltelli ai minori e la sanzione amministrativa pecuniaria al trasgressore da 300 a 12.000 euro. Ma non basta: la polizia giudiziaria trasmette gli atti al prefetto che potrà irrogare san-zioni amministrative accessorie, in parti-colare la sospensione della patente di guida prendendo a modello la disciplina della legge antidroga, punitiva e proibizionista (Dpr 309/90). Un terribile doppio binario, senza garanzie sostanziali. Viene modificato il “decreto Caivano” nella parte della criminalità minorile e si prevede un “ammonimento” da parte del questore.
Il nuovo decreto prevede pure: un sostanzioso aggravamento delle pene per il furto con destrezza (incentivando così il furto violento!); una grave limitazione nella concessione di benefici (lavoro all’esterno, permessi premio e misure alternative) ai condannati per reati che divengono ostativi; un ampliamento del cosiddetto Daspo urbano deciso da questura e prefetto. Infine, per chiudere il cerchio repressivo, è statuito il fermo di polizia, per un tempo non superiore a 12 ore.
Viene poi modificato l’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza che riguarda l’omesso preavviso al questore di riunioni in luogo pubblico (una piazza) o aperto al pubblico (un teatro). L’art. 17 della Costituzione dice che non è richiesto preavviso per le riunioni anche in luogo aperto al pubblico, mentre deve essere dato preavviso alle autorità solo delle riunioni in luogo pubblico e possono essere vietate soltanto per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica. La previsione costituzionale viene dunque travolta cancellando la differenza tra i due tipi di riunione. La depenalizzazione for-male si trasforma in una assurda sanzione amministrativa classista fino a 10.000 euro che consente il diritto di manifesta-zione ai ricchi.
La novità più pericolosa consiste però nella possibilità che viene concessa alla polizia penitenziaria di realizzare operazioni sotto copertura nelle carceri; gli “agenti provocatori” saranno protetti da uno scudo penale, come già quelli infiltrati in organizzazioni eversive. È facile prevedere che il carcere rischierà di diventare una polveriera. Ma forse è esattamente questo l’intento del governo: un’escalation della tensione, premessa per nuove leggi liberticide e maggiori poteri alle tante polizie.
fonte: L’Espresso

