Una pillola per ogni male. di Ilaria Dei

Con Il termine ipermedicalizzazioneci si riferisce alla tendenza della società contemporanea occidentale a considerare normali disagi di natura quotidiana come malattie da curare (overdiagnosis), a trattare condizioni silenti che non avrebbero causato alcun danno (overtreatment), a condurre indagini inappropriate su soggetti sani (overprevention). La Prevenzione Quaternaria si propone di invertire questa rottaAgire in difesa di una medicina più umana, più etica, prevenire la sovradiagnosi e opporsi alla visione della salute come merce.


quando le formiche mentali

non partoriscono altre formiche

e si sta leggeri come le capre sulla rupe

della gioia.>>

Mariangela Gualtieri da Bello Mondo


Ovunque ci sono stanze tutte bianche, con file di sedie disposte contro i muri; dentro ci sono persone di ogni età, alcune con i volti serrati altre no, che attendono il loro turno. Sono le sale d’aspetto degli ambulatori dei medici di famiglia, luoghi che sanno di medicine, speranza e attesa. Più lontano, nello stesso tempo, scienziati e studiosi nel mondo discutono cosa sia eticamente accettabile che accada a quelle persone, quei pazienti, quando sarà il loro turno. Facciamo un passo indietro. Nel 1986, il medico di famiglia Marc Jamoulle conia il termine Prevenzione Quaternaria [1]. Il concetto viene poi ripreso dall’Organizzazione Mondiale dei Medici di Famiglia (WONCA) e inserito nel Vocabolario Internazionale dei Medici di Famiglia nel 1999 con la definizione di:  «L’azione intrapresa per identificare il paziente a rischio di ipermedicalizzazione, per proteggerlo da nuovi atti medici invasivi e suggerirgli interventi che siano eticamente accettabili». [2]

Il termine ipermedicalizzazione, affermatosi alla fine degli anni Settanta, inizia a diffondersi a partire dagli anni Duemila. Con questa parola ci si riferisce alla tendenza della società contemporanea occidentale a considerare normali disagi di natura quotidiana come malattie da curare (overdiagnosis), a trattare condizioni silenti che non avrebbero causato alcun danno (overtreatment), a condurre indagini inappropriate su soggetti sani (overprevention).

È così che lo stress lavorativo diventa depressione, la distrazione sul lavoro un disturbo dell’attenzione, l’eccessivo carico del lavoro di cura si tramuta in stanchezza patologica, la paura di confrontarsi con la società diviene ansia sociale.

Una minuziosa opera di cucito che lega a doppio filo l’umano e il sociale alla biologia. Qual è l’effetto? Da un lato tutti quanti, medici e pazienti, finiscono per trovare logiche e naturali queste associazioni, dall’altro si alimentano aspettative illusorie da entrambe le parti: la medicina può guarire ogni male. Accadono almeno due cose a questo punto. La prima è che la biologia così applicata non agisce per il benessere delle persone ma dà una risposta sintomatica a problemi la cui causa è al di là dell’individuo e si può rintracciare nei modi di vita moderni e nelle ingiustizie sociali. La seconda è che il progresso ci ha fatto credere che possiamo “curare” ogni male, anche quello più umano e naturale, fino a desiderare di essere degli automi, anestetizzati alla sofferenza. Ne ‘La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite’ [3] l’autore e filosofo Byung-Chul Han descrive questa paura generalizzata del dolore come algofobia, una propensione a evitare qualsiasi forma di sofferenza, a guardare con sospetto ogni forma di male, perfino le pene d’amore. Una società palliativa dove ogni pensiero negativo deve essere evitato e immediatamente sostituito con uno positivo, dove «l’assoluta medicalizzazione e farmacologizzazione del dolore impediscono che esso si faccia linguaggio, anzi critica».

L’ipermedicalizzazione agisce così sia come dispositivo di controllo sociale che come limitazione all’esperienza umana. È così che le lenti della biomedicina (e gli interessi economici e politici che vi stanno dietro) leggono e categorizzano innumerevoli aspetti della vita comune come patologie a cui si può porre rimedio con le terapie mediche. Una pillola che possa curare le fatiche e le ingiustizie del mondo e che cancelli tutte quelle emozioni negative che non vogliamo più sentire, una medicina che cura tutti i mali, una vera e propria magia moderna insomma.   La Prevenzione Quaternaria si propone di invertire questa rotta. Agire in difesa di una medicina più umana, più etica, prevenire la sovradiagnosi e opporsi alla visione della salute come merce. Così afferma la Dichiarazione del Gruppo Speciale di Interesse in Prevenzione Quaternaria e Ipermedicalizzazione del WONCA. [4]  Secondo il Gruppo, la Prevenzione Quaternaria deve svilupparsi come un movimento che coinvolge persone, pazienti, operatori sanitari e politiche di sanità pubblica e applicarsi principalmente al livello interpersonale nell’incontro medico-paziente.

Nel 2018 e 2019 sono usciti due articoli su riviste scientifiche di medicina generale che proponevano una nuova definizione della prevenzione quaternaria, intesa come: «L’azione intrapresa per proteggere gli individui (persone/pazienti) dagli interventi medici che hanno maggiori probabilità di causare danni che benefici». [5] [6]Quello che è interessante notare nella proposta è la scomparsa del termine ipermedicalizzazione. La Prevenzione Quaternaria viene ridotta alla massima latina ‘Primum non nocere’, tanto cara alla bioetica medica da essere ripresa all’interno del Giuramento di Ippocrate, il codice etico-deontologico a cui tutti neolaureati in medicina prestano giuramento prima di avviarsi alla professione. Ogni medico ha ben chiaro che ogni sua prescrizione o procedura deve tener conto del calcolo rischio-beneficio, durante il corso universitario insegnano a ponderare, a tener conto degli effetti avversi, a basarsi sulle evidenze scientifiche. Ci sono però almeno due aspetti su cui pecca la formazione medica universitaria. Da una parte non insegna come proteggere il paziente e se stessi dal conflitto di interessi delle aziende farmaceutiche; ne va di conseguenza che quella che il medico crede essere una valutazione del rischio-beneficio in scienza e coscienza è una stima corrotta da profitti economici esterni. E ancora, e soprattutto, non insegna e trasmette una visione della salute olistica, come risultante complessa di determinanti bio-psico-antropo-sociali, ambientali e spirituali, riducendo le considerazioni al solo ambito biomedico. Non si può relegare un fenomeno complesso e multifattoriale, come quello dell’ipermedicalizzazione, a un semplice calcolo dei pro e dei contro. È evidente che sia necessaria una lettura più complessa della realtà, orientata in una direzione diversa come quella suggerita dalla WONCA.

Tornando alla concezione originaria di Prevenzione Quaternaria, possiamo soffermarci sul campo di applicazione suggerito: lo spazio di relazione interpersonale medico-paziente. Allargando ulteriormente il mirino possiamo demedicalizzare ancora il nostro sguardo e togliere per un attimo il medico dall’equazione. Cosa rimane? Resta il paziente che, astratto dal sistema medico in cui era inserito, ritorna ad essere “solamente” una persona. Questo è il nocciolo su cui l’ipermedicalizzazione va ad agire, la persona, e forse è anche il punto primario da cui la Prevenzione Quaternaria deve partire per orientare una medicina più etica. A questo proposito, Ivan Illich nel suo libro ‘Nemesi medica. L’espropriazione della salute’ (1977) [7], parla dei danni indotti dalla medicina moderna occidentale (iatrogenesi), a livello clinico, sociale e culturale. Nello specifico la iatrogenesi culturale consiste nell’effetto che ha la medicina di annientare la capacità delle persone di prendersi cura di sé e delle persone a loro vicine. Ogni atto relativo al nostro benessere è delegato a figure professionali, incaricate dalla società, prima, e poi direttamente da noi, di rispondere ai nostri disturbi. È così che non siamo più in grado di provvedere alla nostra autocura, di affrontare un comune raffreddore senza ricorrere alla consolazione dei farmaci, di tollerare dei malesseri senza che a questi venga data un’etichetta diagnostica. Soprattutto è in questo modo che pensiamo che ogni dolore e sofferenza nella vita non sia normale, possa avere una cura. Non ci crediamo umani ma automi medicalizzati e immortali; la sofferenza, la malattia, la morte, sono le cose che più ci spaventano, sono gli elefanti nella stanza della nostra vita. E così spaventati, davanti a mostri che crediamo da combattere prima ancora che da comprendere, possiamo solo affidarci a chi crediamo possa sconfiggerli: i medici. È ovviamente una bugia, un’illusione, il medico può solamente mettere sotto il tappeto i mostri per noi, ma questi non spariranno, assumeranno altre forme, forse più spaventose delle precedenti, perché totalmente fuori dal nostro controllo e dalla nostra comprensione.

Quella sala d’aspetto iniziale è un simbolo dell’attesa in cui ci poniamo quando speriamo che la medicina allevi ogni nostro male. Finché non ritorniamo a prenderci carico in prima persona della nostra cura, finché non accettiamo l’esistenza della sofferenza come espressione stessa della vita umana, tutti i tentativi dei ricercatori, dei medici, di arginare l’ipermedicalizzazione e i suoi danni saranno solamente una goccia nell’oceano.

Ilaria Dei. Specializzanda in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie. Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive. Sapienza Università di Roma

 

Bibliografia

  1. Jamoulle M. Information et Informatisation en médecine générale. En: Computer and Computerisation in General Practice. Les informa-g-iciens. Belgium: Presses Universitaires de Namur; 1986: 193–209
  2. Bentzen N, editor. Wonca International Dictionary of General/Family Practice: Wonca International Classification Committee; 1999.
  3. Han, B.-C. (2020). La società senza dolore: Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite.
  4. https://www.globalfamilydoctor.com/groups/SpecialInterestGroups/QuaternaryPrevention.aspx 08/12/25
  5. Martins C, Godycki-Cwirko M, Heleno B, Brodersen J. Quaternary prevention: reviewing the concept. Eur J Gen Pract. 2018; 24(1):106-11. Doi: https://doi.org/10.10 80/13814788.2017.1422177.
  6. Martins C, Godycki-Cwirko M, Heleno B, Brodersen J. Quaternary prevention: an evidence-based concept aiming to protect patients from medical harm. Br J Gen Pract. 2019; 69(689):614-5. Doi: https://doi.org/10.3399/bjgp19X706913.
  7. Illich, I. (1977). Nemesi medica: L’espropriazione della salute. Mondadori.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/04/una-pillola-per-ogni-male/

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