Come dichiarato da Mary Robinson, Graça Machel, Helen Clark e Hina Jilani, componenti di The Elders, al termine della loro visita in Medio Oriente dell’11-16 luglio 2026: “La Palestina rischia di essere cancellata fisicamente, economicamente, culturalmente e politicamente”. Per questo il Coordinamento degli Enti Locali per la pace e i Diritti Umani invita a far approvare con urgenza un Ordine del Giorno Prima che sia davvero troppo tardi, diciamo con chiarezza che: la Palestina non deve sparire; i palestinesi devono avere la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa sicurezza degli israeliani; il diritto internazionale deve essere rispettato; le popolazioni civili devono essere soccorse e protette; l’Italia e l’Europa devono agire. Ogni atto conta. Ogni Comune conta. Insieme possiamo cambiare le cose. SCARICA L’ORDINE DEL GIORNO e la lettera ➡️ LettxODG_LaPalestinaNonDeveSparire In vista dell’Assemblea Nazionale per le città della pace, si invitano inoltre comuni, province e regioni: ✔️ a partecipare all’assemblea che si terrà a Perugia il 9 e 10 ottobre 2026, in occasione dei 40 anni del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani Compila il form per iscriverti: https://forms.gle/iAfU15vKJTZGStC66 ✔️ ad aderire al Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace https://cittaperlapace.it/doc.php?tipo=news&id=458 fonte: https://www.perlapace.it/la-palestina-non-deve-sparire/
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In fondo in fondo, bastava veramente poco! Si conclude così la storia dell’infortunio che ha coinvolto Giuseppe, operaio di un’agenzia interinale. In quel periodo lavorava come carropontista presso un’acciaieria, ma poiché in passato si era occupato un po’ di tutto, soprattutto nel settore edile, il datore di lavoro decise di coinvolgerlo anche nel rifacimento del pavimento galleggiante di un edificio adibito a uffici. Era stato deciso di non intervenire sulla struttura portante del pavimento, limitandosi quindi alla sola sostituzione delle piastrelle: quelle non perimetrali andavano semplicemente appoggiate sulla struttura esistente, mentre quelle a contatto con le quattro pareti verticali dovevano essere tagliate e adattate alle misure necessarie. Fu proprio durante queste operazioni di taglio che Giuseppe rimase vittima di un infortunio che gli causò una grave lesione alla mano destra. Questa storia è la centoventicinquesima storia ad arricchire il Repertorio delle Storie di Infortunio. leggi la storia completa Bastava veramente poco. leggi la sintesi collegati al repertorio delle storie di infortunio,
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Al via la campagna di comunicazione “The Saboteurs” lanciata dalla Joint action (JA) PreventNCD, l’iniziativa europea per il contrasto alle malattie non trasmissibili. Concepita intorno al messaggio chiave di quanto il contesto di vita influisca sulla nostra salute e di come piccole azioni quotidiane inserite in ambienti di vita che siano favorevoli alla salute possano aiutarci a vivere meglio e più a lungo, la campagna “The Saboteurs”, attraverso strumenti digitali tra cui un video animato, intende mostrare come tutti gli elementi del mondo intorno a noi agiscano da “sabotatori”, ostacolando silenziosamente le scelte salutari. In occasione della European Mobility Week 2026 (Settimana europea della mobilità attiva) promossa dalla Commissione Europea, che si tiene dal 16 al 22 settembre con il tema “Mobility for Everyone”, la campagna dei partner italiani di PreventNCD parte proprio dall’attività fisica e sulle possibilità che i luoghi e gli ambienti di vita come le città offrono per praticare mobilità attiva in modo sicuro e accessibile, garantendo equità intergenerazionale, perché ogni aumento di movimento e attività fisica è un guadagno di salute e benessere. Leggi il Primo Piano dell’ISS e guarda il su YouTube il video “The Saboteurs”.
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Presentato oggi (15 settembre 2026) al CNEL il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani promosso da Auser, SPI CGIL, Abitare e Anziani L’Italia invecchia, ma le nostre case e le nostre città non sembrano ancora essersi adeguate a una società che vive più a lungo. È questa la fotografia che emerge dal Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, promosso da Auser, Abitare e Anziani e SPI CGIL e presentato oggi a Roma presso il CNEL. Il Rapporto analizza l’impatto delle tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – e propone un nuovo modello di welfare abitativo. I curatori della ricerca partono da una consapevolezza: l’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno da affrontare soltanto sul terreno delle pensioni, della sanità o dell’assistenza. Riguarda profondamente anche il modo in cui si vive e si abita. La ricerca è a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella. Tre transizioni che cambiano il modo di abitare Il Rapporto legge la condizione abitativa degli anziani alla luce di tre grandi transizioni che stanno trasformando contemporaneamente la società: demografica, digitale e ambientale. La crescita della longevità, il calo delle nascite e il cambiamento delle strutture familiari indeboliscono alcune delle tradizionali reti di prossimità. Sempre più persone arrivano alla vecchiaia senza una rete familiare vicina. La transizione digitale modifica il rapporto con i servizi, la salute, il lavoro di cura e le relazioni, ma può produrre nuove forme di esclusione per chi non possiede strumenti o competenze adeguate. Infine, la crisi climatica colpisce in maniera particolare le persone più fragili. Chi vive solo, dispone di risorse economiche limitate o abita in edifici inefficienti è maggiormente esposto alle ondate di calore e alla povertà energetica. Il dato più evidente è anche uno dei grandi paradossi dell’abitare anziano in Italia: il 90,7% degli over 65 è proprietario della propria abitazione, circa 13 milioni di persone. Solo il 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma essere proprietari non significa necessariamente abitare bene. Molte abitazioni sono state costruite oltre quarant’anni fa e non sono state pensate per accompagnare l’invecchiamento dei loro abitanti: mancano ascensori, persistono barriere architettoniche, gli impianti possono essere obsoleti e i consumi energetici elevati. A rendere più difficile l’adattamento delle abitazioni alle nuove esigenze interviene anche la condizione economica: circa il 50% dei pensionati vive con meno di 1.500 euro al mese e il 10,5% con meno di 500 euro. Bollette, manutenzione e costo della vita rendono spesso impossibili o difficilmente sostenibili gli interventi necessari. Il risultato è che milioni di persone anziane si trovano a vivere in case magari di proprietà, ma troppo grandi, costose da mantenere e sempre meno adeguate alle esigenze che cambiano con l’età. Non basta una casa accessibile se fuori c’è una città che non lo è La qualità dell’abitare, sottolinea il Rapporto, non si esaurisce tra le mura domestiche. Conta ciò che c’è fuori dalla porta di casa: il marciapiede, la fermata dell’autobus, il negozio, la farmacia, il centro sanitario, gli spazi verdi e i luoghi di incontro. Un marciapiede dissestato, un attraversamento pericoloso o un trasporto pubblico insufficiente possono diventare barriere quasi insormontabili per una persona anziana. La ricerca evidenzia difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali come farmacie, supermercati, uffici comunali e strutture sanitarie. Particolarmente significativo è il dato sulla sicurezza stradale: nel 2024 quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni. Un dato che mostra come lo spazio urbano sia ancora troppo spesso progettato privilegiando la velocità e la mobilità automobilistica rispetto alla sicurezza e all’accessibilità. Dalla casa all’“abitare”: un nuovo modello di welfare È proprio questo uno dei principali cambiamenti culturali proposti dalla ricerca: superare l’idea della casa come semplice bene patrimoniale e riconoscerla come prima infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia. Una casa adeguata deve essere sicura, accessibile e sostenibile, ma anche collegata ai servizi e alle relazioni del territorio. Per questo il Rapporto propone di parlare non soltanto di “abitazione”, ma di “abitare”: un concetto che comprende sicurezza e comfort, ma anche relazioni, partecipazione e comunità. Da qui l’attenzione verso nuove forme dell’abitare, dal cohousing ai condomini solidali, dalle abitazioni assistite leggere ai quartieri progettati per favorire prossimità e relazioni sociali. Un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani Il Rapporto avanza anche precise proposte operative. Tra queste, la creazione di un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, la diffusione di nuove forme di residenzialità, il sostegno all’adattamento delle abitazioni e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. L’obiettivo è costruire città e quartieri nei quali sia possibile invecchiare continuando a essere parte attiva della comunità. Perché la sfida della longevità non è soltanto vivere più a lungo, ma poterlo fare restando autonomi, sicuri, partecipi e inseriti in una rete di relazioni. Una città per gli anziani è una città per tutti La ricerca invita infine a cambiare prospettiva. L’invecchiamento non è una questione che riguarda soltanto gli anziani, ma il futuro dell’intera società. Marciapiedi accessibili, trasporti efficienti, servizi di prossimità, spazi pubblici sicuri, abitazioni adeguate e reti sociali forti migliorano la qualità della vita di tutti: bambini, famiglie, persone con disabilità e cittadini temporaneamente fragili. Gli anziani, inoltre, non sono soltanto destinatari di assistenza. Se messi nelle condizioni di partecipare, rappresentano una risorsa di competenze, memoria, esperienza e capacità di costruire legami. “Dobbiamo smettere di considerare la casa soltanto come un bene patrimoniale e riconoscerla come una infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia – ha sottolineato il presidente nazionale Auser Enrico Piron. Abitare significa poter vivere in sicurezza, avere servizi vicini, relazioni e possibilità di partecipare alla vita della comunità. La sfida, conclude, è passare da una città che separa a una città che connette. Perché una città accessibile agli anziani è una città migliore per tutti. Una città capace di prendersi cura non soltanto di chi oggi è anziano, ma anche di chi anziano […]
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Nel 2025 sono morte in Italia almeno 249 persone per intossicazione acuta da sostanze: quasi cinque ogni settimana. Dopo la grande riduzione avvenuta dagli anni Novanta, il calo si è fermato. Per arrivare a zero servono naloxone, drug checking, servizi di prossimità e un cambio radicale delle politiche. Duecentoquarantanove morti in un anno: quasi cinque ogni settimana. È il dato più recente contenuto nella Relazione al Parlamento sulle dipendenze 2026, riferito al 2025. Si tratta dei decessi per intossicazione acuta direttamente accertati dalle forze dell’ordine: il 7,8% in più rispetto ai 231 registrati nel 2024. Non siamo davanti all’epidemia che ha travolto gli Stati Uniti, ma neppure a un problema residuale. Dopo la drammatica stagione degli anni Novanta, quando si superarono le 1.500 vittime annuali, la mortalità è fortemente diminuita. A determinare quel risultato non furono l’inasprimento delle pene o la retorica della “lotta alla droga”, ma la diffusione dei trattamenti con metadone, delle unità di strada, dei servizi a bassa soglia e del naloxone consegnato direttamente alle persone che usano oppioidi. Da alcuni anni, però, il calo si è arrestato e il dato torna a crescere. I numeri ufficiali vanno inoltre maneggiati con cautela. I 249 casi rappresentano le morti riconosciute immediatamente come overdose dalle forze dell’ordine, non l’intera mortalità associata alle sostanze. La stessa Relazione governativa utilizza fonti e definizioni differenti: dati di polizia, certificati Istat e indagini tossicologico-forensi non coincidono per tempi, criteri e ampiezza. Nel 2024, per esempio, nei casi esaminati dalle tossicologie forensi furono rilevate sostanze stupefacenti, psicotrope o alcol in 928 decessi, con un aumento del 13% sull’anno precedente. Non tutti erano overdose, ma il confronto mostra quanto il perimetro dei 231 casi direttamente accertati fosse ristretto. Cambiano le sostanze, non il bisogno di protezione La cocaina è ormai al centro del quadro italiano. Nel 2025 è stata attribuita a questa sostanza circa una morte direttamente accertata su tre ed è risultata associata al 32% dei ricoveri droga-correlati. Il 28% delle persone seguite dai SerD aveva cocaina o crack come sostanza primaria. Nel 2024 cocaina e crack erano stati indicati in 80 decessi, sostanzialmente alla pari con eroina e altri oppioidi. La classificazione per singola sostanza rischia però di semplificare un fenomeno nel quale contano molto il policonsumo, la variabilità della potenza, la presenza di adulteranti e l’associazione con alcol, benzodiazepine o farmaci. Nel 2025 i pronto soccorso hanno registrato 9.641 accessi direttamente droga-correlati, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Crescono inoltre nuove sostanze psicoattive e oppioidi sintetici: non è una ragione per alimentare campagne allarmistiche sul “fentanyl”, ma per rendere più tempestivi monitoraggio e interventi. L’età delle vittime si è progressivamente alzata. Nel 2024 l’età media era di circa 43 anni e l’83% dei morti era composto da uomini. È il profilo di una popolazione spesso segnata da lunghi percorsi di consumo, problemi di salute, povertà, carcere, precarietà abitativa e isolamento. Ma le medie nascondono anche persone giovani, consumi occasionali e contesti ricreativi nei quali una sostanza inattesa o una combinazione possono diventare fatali. Su Fuoriluogo lo abbiamo scritto più volte: se oggi l’Italia registra numeri molto inferiori a quelli di trent’anni fa, il merito è della riduzione del danno. Eppure gli interventi restano frammentati e dipendenti dal luogo in cui si vive. I Livelli essenziali di assistenza la includono dal 2017, ma mancano standard nazionali, risorse vincolate e una reale esigibilità. Ci sono città con unità mobili, drop-in e distribuzione del naloxone; altrove questi strumenti sono assenti o affidati alla tenacia di pochi operatori. Il modello italiano del Take Home Naloxone, studiato da Forum Droghe, ha anticipato molti altri Paesi: il farmaco salvavita viene affidato alle persone che usano oppioidi e alle loro reti perché possano intervenire immediatamente. Tuttavia la distribuzione rimane disomogenea e molte farmacie non ne garantiscono la disponibilità. Anche l’arrivo del naloxone nasale senza obbligo di prescrizione non risolve il problema se il prezzo, la scarsa informazione o la mancata presenza sul territorio ne limitano l’accesso. Quota zero non è un miraggio Portare a zero le morti evitabili significa innanzitutto distribuire gratuitamente naloxone, sia in formulazione iniettabile sia nasale, nei SerD, nelle farmacie, nelle carceri, nei dormitori, nelle unità di strada e nei luoghi del divertimento. Ogni persona in trattamento con oppioidi, dimessa da una comunità o liberata dal carcere dovrebbe riceverlo insieme a una formazione essenziale: dopo un periodo di astinenza la tolleranza diminuisce e il rischio di overdose aumenta. Servono poi drug checking accessibile e anonimo, sistemi di allerta rapida costruiti con chi usa sostanze, stanze del consumo sicuro, trattamenti agonisti senza liste d’attesa e servizi aperti anche a chi non vuole o non riesce a interrompere il consumo. Occorre rafforzare gli interventi per cocaina e crack, superando un’offerta ancora troppo concentrata sugli oppioidi, e integrare salute, casa e sostegno al reddito. Infine bisogna smettere di confondere prevenzione e repressione. Lo stigma spinge a consumare da soli e allontana dai servizi; la criminalizzazione rende il mercato più imprevedibile e ostacola la richiesta di aiuto. Depenalizzare l’uso, proteggere chi chiama i soccorsi e coinvolgere le persone che usano droghe non significa minimizzare i rischi: significa ridurli davvero. Duecentoquarantanove non è un numero basso. Sono 249 morti in gran parte prevenibili. L’obiettivo non può essere amministrarle, né accontentarsi che siano meno che altrove. L’unico obiettivo accettabile è zero. fonte: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/overdose-obiettivo-zero/
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La Confederazione delle Associazioni Regionali di Distretto (CARD) organizza a Roma il Convegno: “Il Distretto per la Comunità che cura”, per ridisegnare i distretti sanitari territoriali. L’evento punta a coinvolgere attivamente la comunità locale nella co-progettazione e co-produzione dei servizi domiciliari, ambulatoriali e residenziali. Si discuterà di sanità digitale e nuove tecnologie, ponendole sempre al servizio della relazione umana e dell’”Human Touch”. Un focus centrale sarà dedicato alla prossimità empatica per garantire cure umanizzanti e vicine alle persone più fragili e vulnerabili. L’obiettivo è superare la logica delle semplici prestazioni per rendere i LEA distrettuali reali interventi d’eccellenza sul territorio. Il congresso si svolgerà in residenziale presso l’Auditorium Antonianum (Via Manzoni,1 Roma). L’evento sarà aperto a 400 partecipanti di tutte le specializzazioni sanitarie. L’iscrizione al congresso è obbligatoria e potrà essere trasmessa compilando il form disponibile sul sito web carditalia.com a partire da giugno 2026. La partecipazione è gratuita per i soci CARD. Per i non associati, è prevista una quota di partecipazione pari a €150 IVA inclusa e dovrà essere versata prima della compilazione del modulo di iscrizione, indicando gli estremi del pagamento nell’apposito campo libero. Informazioni e Programma
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Proposta di legge di iniziativa popolare Firma per il diritto alla salute Rendiamo effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro. Firma QUI Come effettuare la firma Clicca sul pulsante e accedi con lo SPID, la CIE o la CNS Scorri l’elenco delle iniziative e clicca su “Sosteniamo il Servizio Sanitario Nazionale” (il numero dell’iniziativa è 6500013) Premi su sostieni iniziativa, clicca su continua e nuovamente su sostieni iniziativa I 5 pilastri della proposta 1. RISORSE Il livello di finanziamento del fondo sanitario nazionale non deve essere inferiore al 7,5% del PIL. 2. PERSONALE È necessario valorizzare economicamente e professionalmente il lavoro di chi tutela e promuove la salute. Bisogna garantire il personale necessario ad assicurare prevenzione, assistenza e cura con assunzioni a tempo indeterminato. I Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta devono progressivamente passare dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale. La spesa per il personale del SSN non deve più essere soggetta ad alcun tetto, e devono essere introdotti limiti alle esternalizzazioni. 3. TERRITORIO Deve essere assicurato il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale definita dal DM 77/2022 (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti, ecc.). 4. TEMPI DI ATTESA Deve essere garantito il rispetto dei tempi di attesa attraverso investimenti nel SSN per la presa in carico dei bisogni di salute delle persone. 5. NON AUTOSUFFICIENZA La salute delle persone anziane è una delle priorità del nostro Paese, da affrontare affermando il diritto all’assistenza e alle cure con una copertura pubblica, universale e uniforme. Sono necessarie politiche per rispondere ai bisogni delle persone anziane e non autosufficienti. Si deve dar seguito al potenziamento dell’assistenza domiciliare e al miglioramento dell’assistenza residenziale e semiresidenziale. Altre aree prioritarie salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, salute mentale, dipendenze, consultori familiari, farmaceutica e ricerca. Governo pubblico, programmazione e partecipazione per garantire universalità, uguaglianza, equità e globalità fonte: https://www.salutediritto.it/ vedi anche Appalti e sanità: ecco i click days … Dal 9 all’11 e dal 16 al 18 settembre mobilitazione sulle proposte di legge d’iniziativa popolare.
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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la sentenza Asciutto e altri c. Italia. I giudici di Strasburgo hanno accertato all’unanimità la violazione dell’Articolo 7 (principio di legalità e divieto di retroattività della pena) in quanto non si può applicare mai nei confronti di un detenuto retroattivamente un regime penitenziario più duro (come quello di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario), nonché la violazione dell’Articolo 3, essendo l’ergastolo ostativo senza speranza in contrasto con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. La Corte si muove nel solco di decisioni già prese in precedenza dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte Costituzionale italiana. Afferma infine che, per il periodo successivo all’entrata in vigore, alla fine del 2022, della riforma in materia di ergastolo ostativo, imposta dalla Corte costituzionale e dalla stessa giurisprudenza europea, non vi sarebbe violazione dell’art. 3 CEDU. Tale riforma, seppur con molte cautele, esclude infatti l’automatismo dell’ergastolo per chi non collabora con la giustizia o non è nelle condizioni di farlo. Antigone è intervenuta nel procedimento in qualità di amicus curiae e le proprie argomentazioni sono state quasi del tutto riprese dalla Corte di Strasburgo. L’associazione, nel proprio parere, aveva evidenziato da un lato, come l’art. 4-bis o.p. richiamasse progressivamente un numero sempre maggiore di reati, e dall’altro, come le garanzie inderogabili dell’Articolo 7 CEDU non possano subire deroghe legate alla gravità o alla natura dei reati contestati. L’accertamento unanime della violazione dell’Articolo 7 da parte della Corte EDU recepisce pienamente questo principio: la modalità di esecuzione della pena non può tradursi, a posteriori e in senso sfavorevole, in una ridefinizione della pena stabilita al momento della commissione del reato. “Non si può che esprimere viva soddisfazione per una decisione che riafferma principi cardine dello Stato di diritto e punta a superare la pena privativa della libertà personale a vita senza prospettiva di rilascio. Inoltre il riconoscere il principio di irretroattività di norme peggiorative delle condizioni di vita penitenziarie costituisce un tassello della legalità costituzionale”. A dirlo sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e Juan Patrone, responsabile del contenzioso con le corti supreme e componente del direttivo di Antigone. Il giudizio ha riunito i ricorsi di quattro cittadini condannati all’ergastolo per gravi delitti commessi tra gli anni ‘80 e i primi anni ‘90. I ricorrenti lamentavano che l’applicazione sopravvenuta dell’art. 4-bis o.p. nel 1992 a fatti commessi prima della sua entrata in vigore precludesse loro l’accesso ai benefici e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia (nel loro caso inesigibile o non più possibile), determinando una condizione di pena perpetua insuscettibile di riesame. La Corte EDU ha dunque stabilito: Violazione dell’Articolo 7 CEDU (all’unanimità): l’applicazione del regime ostativo dell’art. 4-bis a delitti commessi prima delle riforme del 1992 muta in sede esecutiva la portata intrinseca della sanzione. Una pena che, secondo le norme vigenti al momento della sua irrogazione, poteva essere successivamente mitigata, è stata trasformata retroattivamente e in termini non prevedibili in una pena definitivamente priva di possibilità di attenuazione, in violazione del principio di legalità. Violazione dell’Articolo 3 CEDU: la Corte ha ravvisato la violazione per l’intero arco temporale compreso tra l’applicazione dell’art. 4-bis e la riforma del 2022, che ha sancito come la collaborazione con la giustizia non sia più l’unica strada per accedere ai benefici penitenziari. Prima della riforma, il detenuto per reati ostativi (come quelli di mafia o terrorismo) che non collaborava era soggetto a una preclusione assoluta, con la presunzione “iuris et de iure” della sua pericolosità sociale. La sentenza consolida, quindi, l’orientamento già tracciato dalla pronuncia Viola c. Italia del 2019 e dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (in particolare le sentenze nn. 253/2019 e 32/2020), confermando in via definitiva l’incompatibilità con la dignità umana di un sistema che ancori la speranza di liberazione esclusivamente alla collaborazione di giustizia. Anche sul versante della valutazione della corrispondenza nuova legge del 2022 ai principi generali europei e costituzionali, la Corte di Strasburgo, confermando un profilo di analisi che Antigone aveva segnalato nel proprio parere, ha affermato che l’innalzamento dei requisiti temporali e la configurazione di oneri probatori particolarmente stringenti rischiano di porsi in frizione con gli orientamenti europei consolidati. La Corte EDU ha infatti richiamato l’attenzione sul termine dei 30 anni di espiazione effettiva della pena del carcere previsto dalla riforma del 2022 per i reati ostativi, ricordando che i precedenti della giurisprudenza europea (Vinter c. Regno Unito e Bancksó c. Ungheria) individuano nei venticinque anni la soglia congrua entro cui collocare la prima effettiva possibilità di riesame. Come ha ricordato e scritto papa Francesco, “l’ergastolo è una pena di morte nascosta”. La decisione di Strasburgo riafferma che la speranza non è una concessione astratta, ma un principio giuridico vivente che mette al centro la dignità umana, bene indisponibile di ciascuna persona a prescindere dal reato commesso. fonte: https://www.antigone.it/news/3656-l-ergastolo-ostativo-e-un-trattamento-inumano-e-degradante-e-non-si-puo-applicare-retroattivamente-la-pronuncia-della-cedu-che-richiama-il-parere-di-antigone
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Dal 1 gennaio all’8 settembre 2026 al sistema di sorveglianza nazionale delle arbovirosi – coordinato dall’ISS – risultano: 265 casi confermati di Dengue (24 autoctoni mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 56% con luogo di esposizione Maldive, nessun decesso); 25 casi confermati di Chikungunya (1 autoctono mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 42% con luogo di esposizione Seychelles, nessun decesso); 3 casi di Zika virus (tutti associati a viaggi all’estero, nessun decesso). —> Per maggiori informazioni consulta la dashboard. —> Per i dati sulle infezioni da West Nile e Usutu virus consulta la pagina dedicata. —> Consulta anche la pagina generale sulla sorveglianza nazionale e i bollettini periodici. Leggi anche le FAQ dedicate al Toscana virus. fonte: EpiCentro ISS
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AGENAS rende disponibile il “Documento di indirizzo contenente indicazioni per la promozione della partecipazione/co-produzione dei pazienti, dei cittadini e della comunità nell’ambito delle Case della Comunità”. Il documento fornisce indicazioni per favorire e rendere concretamente applicabili i processi di partecipazione e co-produzione all’interno delle Case della Comunità, a supporto di Regioni e Province Autonome, Aziende sanitarie, Distretti, professionisti e comunità locali. Le indicazioni sono state elaborate in coerenza con il DM 77/2022, che definisce modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale. Consulta il Documento di indirizzo PDF Per approfondire LINK fonte: https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2802-case-della-comunit%C3%A0-il-documento-agenas-sulla-partecipazione-di-pazienti,-cittadini-e-comunit%C3%A0
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