Data stories. Cosa sono In una storia dei dati i numeri non sono semplicemente presentati, sono accompagnati da una narrazione che spiega cosa quei dati ci dicono e quali azioni – nelle politiche e nella pratica – potrebbero essere attuate per portare un cambiamento positivo nella vita delle persone. More than a mother. Oltre la maternità È il titolo della serie di data stories lanciata ad agosto 2026 dall’Ufficio della Regione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Salute. Il tema della serie è la salute delle donne. La prima storia narra la sintesi di dati sui tassi di mortalità in alcuni ambiti per le donne dal 1998 al 2022 nella regione europea dell’OMS. Stefania Davia – epidemiologa di salute globale,data, AI and digital Health per WHO Regional Office for Europe– introduce questa storia così: Questi dati sono tra le nostre fonti più preziose per comprendere la salute di una popolazione. Ci aiutano a vedere non solo quanto a lungo vivono le persone [e in particolare le donne], ma quali malattie e infortuni plasmano le loro vite, dove persistono le disuguaglianze e dove le opportunità di prevenzione potrebbero essere perse. Sebbene le donne vivano più a lungo che mai, un’analisi più approfondita dei dati rivela differenze importanti per età, geografia e rischi per la salute che potrebbero ricevere meno attenzione se la salute delle donne viene vista principalmente attraverso la lente della maternità. Messaggi chiave Rispetto agli uomini, oggi le donne trascorrono più anni convivendo con malattie croniche e disabilità. Il luogo di nascita e di vita di una donna continua ad avere un’influenza profonda sulle sue possibilità di vivere un’esistenza lunga e sana. Per le donne dell’Asia centrale, dell’Europa orientale e dell’Asia occidentale continuano a registrarsi tassi di mortalità notevolmente più elevati rispetto a quelle dell’Europa settentrionale, meridionale e occidentale. Nelle politiche sanitarie, negli interventi comunicativi e educativi, la salute femminile riceve maggiore attenzione principalmente nel periodo di gravidanza e nel percorso di accompagnamento alla nascita e post parto. E dopo? E le donne che non vivono l’esperienza della gravidanza? Le donne che non sono e saranno madri? Come stanno? E le donne che non sono e saranno più in età fertile? Mortalità materna: progressi fragili Negli ultimi due decenni, la mortalità materna è generalmente diminuita in tutta la regione europea dell’OMS. Oltre il 98% delle nascite nella Regione avviene in una struttura sanitaria e circa il 99% delle nascite è assistito da personale sanitario qualificato. Questo traguardo è stato raggiunto grazie al miglioramento dell’assistenza clinica, della sorveglianza e a un costante investimento nelle scelte politiche di prevenzione e promozione della salute sessuale e riproduttiva. Tuttavia, tra il 2018 e il 2022, nella regione europea oltre 3.500 donne sono morte per cause legate alla gravidanza e al parto. Questi dati sollevano una domanda: se i progressi sulla riduzione del tasso di mortalità materna sono in parte ancora fragili, cosa accade per le altre cause di decesso delle donne, su cui si registra un investimento inferiore nella prevenzione e nella promozione della salute? Mortalità per cause non meglio definite I dati sulla mortalità generale considerati in questa analisi mostrano come la maggior parte dei decessi femminili si verifica al di fuori del periodo di gravidanza e parto. Tra le donne di età pari o superiore a 45 anni, è significativamente più probabile che i decessi vengano registrati in categorie poco precise – classificate ufficialmente come cause di morte “non meglio definite”. Tra queste figurano termini quali fragilità, arresto cardiaco, insufficienza cardiaca, demenza non specificata o semplicemente cause sconosciute. Infatti, le donne di questa fascia d’età hanno circa il 14% di probabilità in più rispetto agli uomini che la loro causa di morte venga classificata come non meglio definita. Come spiegare questo fenomeno? Le donne vivono più a lungo e l’età avanzata è spesso accompagnata da molteplici patologie croniche, il che rende più complessa l’accertamento della causa di morte. Tuttavia, questa è solo una parte della spiegazione. Vi sono prove crescenti del fatto che le donne subiscano ritardi nella diagnosi, siano sottoposte a un numero minore di accertamenti e rimangano sottorappresentate nella ricerca clinica, in particolare per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. Le malattie cardiovascolari – la principale causa di morte sia per gli uomini che per le donne – spesso si presentano in modo diverso nelle donne e possono essere sotto diagnosticate. Questo fenomeno condiziona non solo il modo in cui le donne sono curate durante la vita, ma anche il modo in cui sono registrate le loro morti. Se i decessi sono definiti in modo impreciso, le conseguenze vanno oltre la qualità dei dati e iniziano a oscurare il vero carico di malattia, indeboliscono le strategie di prevenzione e distorcono le priorità di ricerca. Di fatto, le donne diventano meno visibili – non solo nei sistemi sanitari, ma anche nei dati che determinano le decisioni. La mortalità per violenza: il rischio invisibile La violenza rappresenta un rischio drammatico che supera ampiamente la mortalità materna e richiede interventi politici urgenti e mirati. Le donne hanno infatti più probabilità di morire per cause di violenza subita che per motivi legati alla gravidanza o al parto. Inoltre, questo rischio non si limita alle donne giovani, ma persiste per tutto il corso della vita, interessando anche le donne anziane attraverso abusi psicologici, violenze domestiche e femminicidi. Indicazioni per le politiche e la pratica Per rafforzare i sistemi di dati che determinano il modo in cui comprendiamo la salute delle donne nel corso dell’intero ciclo di vita occorre agire sui seguenti fronti: • la diagnosi deve poggiare su una ricerca clinica più inclusiva, una maggiore consapevolezza delle manifestazioni cliniche e dei trattamenti specifici per sesso • i sistemi di sorveglianza della salute della popolazione dovrebbero prevedere analisi più disaggregate per età e sesso e una maggiore visibilità delle donne anziane nelle statistiche sanitarie • le informazioni sulla mortalità devono basarsi su di un migliore sistema di certificazione delle cause di morte, indagini più approfondite sui decessi in età avanzata e una maggiore specificità nella codifica •la […]
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Approfondire i principali cambiamenti psicologici, relazionali e sociali associati alla transizione alla genitorialità, con particolare attenzione all’esperienza della paternità e riflettere sul ruolo dei modelli culturali e delle dinamiche di genere nella costruzione dei ruoli genitoriali e nella distribuzione delle responsabilità di cura. È questo l’obiettivo principale del corso “Incontrare i genitori in cerchio. I gruppi di sostegno per la paternità nella comunità”, che si è svolto all’ISS. L’evento è stato organizzato nell’ambito della JA PreventNCD, Task 6.5. Leggi l’approfondimento.
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Proposta di legge di iniziativa popolare Firma per il diritto alla salute Rendiamo effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro. Firma QUI Come effettuare la firma Clicca sul pulsante e accedi con lo SPID, la CIE o la CNS Scorri l’elenco delle iniziative e clicca su “Sosteniamo il Servizio Sanitario Nazionale” (il numero dell’iniziativa è 6500013) Premi su sostieni iniziativa, clicca su continua e nuovamente su sostieni iniziativa I 5 pilastri della proposta 1. RISORSE Il livello di finanziamento del fondo sanitario nazionale non deve essere inferiore al 7,5% del PIL. 2. PERSONALE È necessario valorizzare economicamente e professionalmente il lavoro di chi tutela e promuove la salute. Bisogna garantire il personale necessario ad assicurare prevenzione, assistenza e cura con assunzioni a tempo indeterminato. I Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta devono progressivamente passare dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale. La spesa per il personale del SSN non deve più essere soggetta ad alcun tetto, e devono essere introdotti limiti alle esternalizzazioni. 3. TERRITORIO Deve essere assicurato il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale definita dal DM 77/2022 (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti, ecc.). 4. TEMPI DI ATTESA Deve essere garantito il rispetto dei tempi di attesa attraverso investimenti nel SSN per la presa in carico dei bisogni di salute delle persone. 5. NON AUTOSUFFICIENZA La salute delle persone anziane è una delle priorità del nostro Paese, da affrontare affermando il diritto all’assistenza e alle cure con una copertura pubblica, universale e uniforme. Sono necessarie politiche per rispondere ai bisogni delle persone anziane e non autosufficienti. Si deve dar seguito al potenziamento dell’assistenza domiciliare e al miglioramento dell’assistenza residenziale e semiresidenziale. Altre aree prioritarie salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, salute mentale, dipendenze, consultori familiari, farmaceutica e ricerca. Governo pubblico, programmazione e partecipazione per garantire universalità, uguaglianza, equità e globalità fonte: https://www.salutediritto.it/ vedi anche Appalti e sanità: ecco i click days … Dal 9 all’11 e dal 16 al 18 settembre mobilitazione sulle proposte di legge d’iniziativa popolare.
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Più lavoro retribuito per le donne. Ancora ampio il divario di genere nel lavoro familiare. Nel 2023, si riduce il tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare non retribuito rispetto a vent’anni prima (-37 minuti al giorno; -12,4% rispetto al 2003). Tra le occupate aumenta il tempo destinato al lavoro retribuito (+1 ora e 33 minuti alla settimana rispetto al 2003). Nel confronto europeo, l’Italia presenta il divario di genere più ampio sia nel tempo di lavoro familiare non retribuito sia nel tempo di lavoro retribuito. Il riequilibrio dei carichi familiari tra uomini e donne procede molto lentamente: il divario nel tempo dedicato al lavoro familiare si è ridotto da 3 ore e 22 minuti al giorno nel 2003 a 2 ore e 27 minuti nel 2023. Tra gli occupati in coppia di 25-64 anni, le donne dedicano 2 ore e 22 minuti al giorno in più degli uomini al lavoro domestico e di cura. Il divario è particolarmente elevato in presenza di figli e nel Mezzogiorno. Circa due ore e mezzo di differenza tra uomini e donne nel lavoro familiare Nel complesso della popolazione di 15 anni e più, il divario di genere rispetto al lavoro familiare non retribuito giornaliero si è ridotto di circa 55 minuti in vent’anni, da 3 ore e 22 minuti nel 2003 a 2 ore e 27 minuti nel 2023. Si tratta di un progresso reale (-27,2% in vent’anni), che tuttavia lascia alle donne un carico di lavoro che è ancora ben oltre il doppio di quello degli uomini (4 ore e 21 minuti contro 1 ora e 54 minuti). La riduzione del divario di genere è avvenuta principalmente per effetto della contrazione del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare, associata alla maggiore partecipazione delle donne al lavoro retribuito e favorita dalla diffusione di tecnologie ed elettrodomestici (Istat, 2026). Tuttavia, la diversa partecipazione al lavoro retribuito non spiega da sola il divario di genere: anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono occupati, le donne svolgono ancora il 68,9% del lavoro familiare complessivo. Il lavoro familiare non retribuito presenta un profilo per età simile tra uomini e donne, ma con intensità molto diverse: il tempo dedicato aumenta dall’infanzia all’età adulta e si riduce nelle classi più anziane. Le differenze di genere, visibili già tra bambini e ragazzi (10 minuti nel 2023), si ampliano progressivamente con l’età e raggiungono i valori più elevati nelle età centrali, in cui si concentrano insieme i carichi di cura dei figli, la gestione della casa e la partecipazione al mercato del lavoro. Nel 2023, nella classe 45-64 anni, le donne dedicano al lavoro familiare quasi 3 ore in più degli uomini (2 ore e 55 minuti). Nella fascia 25-44 anni il divario è poco inferiore (2 ore e 49 minuti). In questa fase della vita, il tempo dedicato al lavoro familiare dalle donne supera le 4 ore giornaliere, mentre quello degli uomini si attesta intorno all’ora e mezza. Nel corso di vent’anni il divario si è ridotto in tutte le classi di età. In età adulta questa riduzione è avvenuta principalmente per effetto della contrazione dei tempi femminili: le donne di 25-44 anni dedicano al lavoro familiare circa 50 minuti in meno rispetto al 2003, quelle di 45-64 anni circa 70 minuti in meno. I tempi dedicati al lavoro familiare dagli uomini nelle stesse classi di età sono invece rimasti sostanzialmente stabili, con una lieve crescita tra il 2003 e il 2013 e una sostanziale stabilizzazione nel decennio successivo. Un andamento, questo, in parte riconducibile alla crisi occupazionale del periodo 2008-2014, che aveva comportato una temporanea riduzione del tempo di lavoro retribuito per gli uomini, aumentando la loro disponibilità di tempo da dedicare al lavoro domestico. Nelle classi di età più anziane il meccanismo di riduzione del divario è in parte diverso. Tra i 65-74enni il tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare resta quasi invariato nel corso degli anni (da 5 ore 51 minuti a 5 ore 40 minuti), mentre quello degli uomini aumenta significativamente (da 2 ore 45 minuti a 3 ore 8 minuti): è quindi l’aumento del contributo maschile, favorito dall’uscita dal mercato del lavoro, a determinare il riavvicinamento. Tra gli over 75enni, invece, i tempi femminili aumentano (da 3 ore 51 minuti a 4 ore 11 minuti), così come quelli maschili (da 2 ore 6 minuti a 2 ore 36 minuti), cosicché il divario di genere rimane sostanzialmente stabile. Il crescente carico di lavoro familiare in questa fase della vita riflette anche l’intensificarsi delle attività di cura reciproca tra partner anziani, in una popolazione che invecchia e sopravvive più a lungo, ma in un contesto in cui le condizioni di salute migliorano progressivamente, in maniera tale da rendere gli anziani maggiormente autosufficienti. Occupazione e lavoro familiare femminili: Italia distante dai Paesi nordici Tra i 12 Paesi europei che negli ultimi anni hanno condotto l’Indagine uso del tempo, l’Italia si distingue per una doppia asimmetria di genere che non ha eguali….LEGGI TUTTO SU ISTAT Testo integrale e nota metodologica (.pdf, 770 Kb)
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Il 29 e il 30 settembre la Cgil celebrerà i suoi 120 anni a Milano, città nella quale nel 1906 si costituì la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) in occasione del suo primo Congresso. Due giornate dedicate alla storia, al presente e soprattutto al futuro del lavoro, sintetizzate nello slogan “La persona al centro”. Le celebrazioni prenderanno il via martedì 29 settembre alle ore 14 presso lo spazio Rubattino 56 (in via Raffaele Rubattino 56), con l’iniziativa dal titolo “Le trasformazioni del lavoro. La persona al centro”. Sarà l’occasione per confrontarsi, con diverse personalità, sulle grandi sfide che il sindacato ha di fronte: dall’intelligenza artificiale ai cambiamenti tecnologici, dalla transizione energetica a un nuovo modello di sviluppo, fino alla necessità di costruire un’economia di pace, superando l’attuale economia di guerra. Maurizio Landini aprirà e concluderà la prima giornata. Mercoledì 30 settembre l’appuntamento sarà alle ore 11.30 presso il Teatro alla Scala. L’evento vedrà la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e sarà dedicato alle lotte e alle conquiste della Cgil in questi 120 anni attraverso le parole, la musica e le immagini di numerosi artisti, tra i quali Lella Costa, Angela Finocchiaro, Stefano Massini e Lodo Guenzi. Chiuderà le celebrazioni il segretario generale Maurizio Landini. Info – la stampa che desidera partecipare all’evento del 30 settembre al Teatro alla Scala potrà accreditarsi inviando un’email all’indirizzo ufficiostampa@cgil.it entro e non oltre sabato 26 settembre, specificando: nome e cognome, luogo e data di nascita, codice fiscale e testata. Il biglietto sarà nominativo e non cedibile. Per l’iniziativa del 29 settembre, invece, ci si potrà accreditare in loco. Svelato il francobollo per i 120 anni di Cgil. Landini “dedicato al valore delle persone e del lavoro”
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Spesa sanitaria pubblica: nel 2025 l’Italia al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE ed europea. 15a in Europa per spesa pro-capite: divario di € 36 miliardi rispetto alla media europea. Ultima nel G7. Il SSN perde sempre più terreno: da Bruxelles l’allarme sulle ricadute economiche e sociali. Cartabellotta: «basta con il solito copione pre-manovra: servono risorse e riforme» Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato € 36 miliardi. «Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci». In vista dell’avvio del confronto sulla Legge di Bilancio 2027, la Fondazione GIMBE ha analizzato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica 2025 nei Paesi OCSE, con l’obiettivo di offrire elementi oggettivi al confronto politico e al dibattito pubblico, sottraendo il tema a letture strumentali. La fonte utilizzata è il dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 17 luglio 2026. I confronti con i Paesi OCSE e con quelli europei riguardano la spesa sanitaria pubblica, espressa sia in percentuale del PIL sia in dollari pro-capite a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto (PPP). Nell’interpretazione dei dati va considerato che la spesa sanitaria pubblica di ciascun Paese comprende diversi schemi di finanziamento, di cui generalmente uno prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera). Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL. Nel 2025 in Italia la spesa sanitaria pubblica è pari al 6,2% del PIL, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella europea, entrambe al 7,1%. Sono 14 i Paesi europei dell’area OCSE che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella dell’Italia: il differenziale varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL) (figura 1). Spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a $ 3.952: $ 909 in meno rispetto alla media OCSE ($ 4.861) e $ 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei ($ 4.965). Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, 14 investono più dell’Italia: dai $ 47 in più della Spagna ($ 3.999) ai $ 4.774 in più della Germania ($ 8.726) (figura 2). «Nel confronto europeo – commenta il Presidente – l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie: davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale». Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo $ 424 pro-capite nel 2019. È cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia; poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo; e ancora nel 2025, quando la spesa sanitaria pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile (figura 3). Nel 2025 il divario rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE raggiunge i $ 1.013 per abitante a prezzi correnti e a parità di potere d’acquisto (PPP), corrispondenti – sulla base dei parametri OCSE – a € 612,4 pro-capite. «Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’ISTAT al 1° gennaio 2026 – commenta Cartabellotta – il gap complessivo sfiora € 36,1 miliardi. È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore, che ha lasciato il SSN sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia». Spesa sanitaria pubblica pro-capite: confronto con i paesi del G7. «Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2025 – spiega il Presidente – restituisce una fotografia impietosa: l’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso» (figura 4): nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con $ 3.952 pro-capite, meno della metà della Germania ($ 8.726). Emblematico il Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia. «Questi dati – commenta Cartabellotta – confermano che il finanziamento della sanità non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra: una trattativa su quanti miliardi il Ministro della Salute riuscirà a strappare al MEF per il 2027. Il Ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque, ma la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest’anno: bisogna interrompere questa liturgia annuale. Serve un patto […]
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AGENAS ha pubblicato in consultazione le “Linee di indirizzo per l’erogazione di servizi di telemedicina nelle farmacie convenzionate”. Il documento è il frutto di un Protocollo d’intesa tra l’Agenzia e Federfarma, finalizzato alla promozione e allo sviluppo di modelli di telemedicina nelle farmacie rurali e definisce un modello organizzativo di riferimento nazionale destinato a Regioni/PP.AA. e Aziende Sanitarie Locali per l’integrazione strutturata delle farmacie pubbliche e private convenzionate nella rete dell’assistenza territoriale, in attuazione del D.M. n. 77/2022 e degli obiettivi di digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Le indicazioni contenute nel documento possono essere estese, su base volontaria, anche alle farmacie urbane convenzionate, in funzione dell’idoneità delle apparecchiature disponibili per l’erogazione dei servizi di telemedicina. L’obiettivo è rendere disponibili prestazioni di Telemedicina, con particolare attenzione ai contesti rurali e interni, valorizzando la farmacia convenzionata come nodo di prossimità, in raccordo operativo con MMG/PLS, specialisti, distretti e Case della Comunità. Allo stesso modo si intende offrire un supporto tecnico-logistico e assistenziale al cittadino, ed in particolare ai pazienti cronici e fragili, nell’accesso alla prestazione, grazie alla presenza e al ruolo attivo del farmacista promuovendo così modelli sostenibili e replicabili. Per approfondimenti: Comunicato stampa PDF Documento “Linee di indirizzo per l’erogazione di servizi di telemedicina nelle farmacie convenzionate” PDF FONTE: https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2801-sanit%C3%A0-territoriale-e-telemedicina-pubblicate-le-linee-di-indirizzo-agenas-per-l%E2%80%99erogazione-dei-servizi-nelle-farmacie-convenzionate
...- VIOLENZA CONTRO LE DONNE DALL’INFANZIA ALL’ETÀ ADULTA: Istat stima violenza subita prima dei 16 anni
La terza Indagine sulla Sicurezza delle donne dai 16 ai 75 anni, condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026, ha permesso di stimare alcune componenti della violenza subita prima dei 16 anni. L’Indagine – parte dell’Accordo tra l’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità, firmato nel 2017 e prorogato fino al 2026 – ha rilevato la violenza prima dei 16 anni in base a una metodologia armonizzata con l’Indagine europea sulla violenza di genere condotta da Eurostat tra il 2021 e il 2024. I dati europei sono stati rilasciati nel report “Childhood violence and its lifelong impact” pubblicato nel 2026. Rispetto alla precedente Indagine (condotta nel 2014), in questa occasione sono state rilevate anche le violenze fisiche subite da parte di qualsiasi autore e alcune forme di violenza psicologica, come le umiliazioni da parte dei genitori. Il report conferma i risultati delle precedenti edizioni dell’Indagine (2006 e 2014) in merito all’esistenza di processi di trasmissione intergenerazionale della violenza, evidenziando uno stretto legame tra la violenza fisica e sessuale subita nell’infanzia e la violenza subita da adulte. Il report presenterà dapprima i dati dell’esperienza di violenza subita prima dei 16 anni, per poi analizzare il legame tra questa e la violenza subita da adulte, sia da parte del partner sia da altri autori. Un’attenzione particolare è dedicata al ruolo della violenza assistita come fattore di rischio per l’esposizione ad altre forme di violenza. Principali risultati Il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari a circa 3 milioni, e l’11,4% delle straniere di questa stessa età, oltre 244mila donne, dichiarano di aver subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, violenze che si sono verificate soprattutto da parte di persone conosciute o in ambito familiare. Tra le straniere il dato più elevato si riscontra tra le rifugiate (22,4%, pari a 7mila 260 donne); le romene hanno un dato simile alle italiane (14,6%, corrispondente a 71mila 800 donne), seguite dalle donne filippine (12,0%, 8mila 800). In particolare, l’8,2% (poco meno di 1 milione e 650mila) delle donne italiane e il 3,4% (circa 72mila 700) delle straniere hanno subìto almeno una violenza sessuale prima dei 16 anni. Rispetto al 2014, anno della precedente Indagine condotta dall’Istat, si assiste a una diminuzione delle donne tra 16 e 70 anni (il confronto è possibile solo in questa fascia di età) che hanno subìto violenze sessuali prima dei 16 anni: il 7,8% contro il 10,6%. Il 7,2% delle italiane e il 2,8% delle straniere ha subìto contatti indesiderati nelle aree intime del corpo, ma quando la violenza sessuale si fa più grave la frequenza si riduce e le differenze tra italiane e straniere si attenuano. Ad esempio, quote pari al 2,1% delle italiane e all’1,8% delle straniere sono state costrette a toccare le parti intime di qualcuno, con una frequenza maggiore per le romene e le donne rifugiate. Parenti, amici e amici di famiglia costituiscono la maggiore parte degli autori, quasi tutti di sesso maschile. La violenza sessuale agita da familiari è più rara, ma quando accade si ripete con più frequenza. Più del 58% delle vittime, da piccola, non ha parlato con nessuno delle violenze subite. La maggior parte degli episodi di violenza sessuale si verifica tra gli 11 e i 16 anni, ma l’8,2% delle vittime italiane colloca il primo episodio prima dei 6 anni. Circa il 9% delle donne ha subìto violenze fisiche prima dei 16 anni (9,2% delle italiane pari a 1 milione e 847mila; il 9,6% delle straniere, oltre 206mila). Le forme più diffuse sono le spinte, gli strattonamenti e gli schiaffi, subiti prima dei 16 anni dall’8,1% delle donne italiane e dal 9,3% delle donne straniere; le forme più gravi, essere colpite violentemente, prese a calci, percosse con oggetti, bruciate o ferite con un’arma, hanno riguardato il 3,1% delle italiane e il 3,3% delle straniere. La violenza più grave è soprattutto per mano dei genitori. Il 4,3% delle donne italiane e il 4,6% delle straniere hanno subìto sempre o spesso umiliazioni o denigrazioni prima dei 16 anni; per le prime è più spesso la madre ad averle perpetrate, per le seconde il padre. Alla violenza subìta si somma la violenza assistita. Il 10,4% delle donne italiane e straniere ha assistito, durante l’infanzia, alle violenze verbali o fisiche tra i genitori, nonché alle umiliazioni e denigrazioni rivolte ai fratelli (10,3% per le italiane, 11,6% per le straniere). Vivere in un clima di violenza rende più vulnerabili: le donne che assistono alla violenza sia verbale sia fisica da piccole sono anche quelle che, sempre da piccole, hanno subìto più violenze fisiche e/o sessuali (quasi la metà per le italiane, poco meno di un terzo per le straniere). La quota di donne che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% per le italiane e al 27,4% per le straniere, quasi raddoppia se si sono subite violenze fisiche o sessuali anche da piccole (57,2% per le italiane e 56,8% per le straniere). Un dato del tutto simile a quello rilevato nel resto d’Europa. Sono soprattutto le violenze subite o assistite da piccole nella famiglia a peggiorare la situazione. Il dato più elevato si riscontra per le italiane quando è il padre ad avere usato violenza fisica nei confronti della figlia (68,2% tra le italiane, 65,6% per le straniere), per le straniere è maggiore il ruolo delle madri (88,1% contro il 64,4% per le italiane). Circa il 15% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni Il 14,9% delle donne dai 16 ai 75 anni ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni (il 15,3% delle donne italiane e l’11,4% delle straniere). La violenza fisica interessa quote sostanzialmente analoghe nelle due popolazioni (9,2% tra le italiane e 9,6% tra le straniere), mentre quella sessuale è più frequente tra le italiane (8,2% contro 3,4%), che da giovani subiscono più di frequente molestie sessuali, rispetto alle straniere, esattamente come accade tra le donne adulte. […]
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Come dichiarato da Mary Robinson, Graça Machel, Helen Clark e Hina Jilani, componenti di The Elders, al termine della loro visita in Medio Oriente dell’11-16 luglio 2026: “La Palestina rischia di essere cancellata fisicamente, economicamente, culturalmente e politicamente”. Per questo il Coordinamento degli Enti Locali per la pace e i Diritti Umani invita a far approvare con urgenza un Ordine del Giorno Prima che sia davvero troppo tardi, diciamo con chiarezza che: la Palestina non deve sparire; i palestinesi devono avere la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa sicurezza degli israeliani; il diritto internazionale deve essere rispettato; le popolazioni civili devono essere soccorse e protette; l’Italia e l’Europa devono agire. Ogni atto conta. Ogni Comune conta. Insieme possiamo cambiare le cose. SCARICA L’ORDINE DEL GIORNO e la lettera ➡️ LettxODG_LaPalestinaNonDeveSparire In vista dell’Assemblea Nazionale per le città della pace, si invitano inoltre comuni, province e regioni: ✔️ a partecipare all’assemblea che si terrà a Perugia il 9 e 10 ottobre 2026, in occasione dei 40 anni del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani Compila il form per iscriverti: https://forms.gle/iAfU15vKJTZGStC66 ✔️ ad aderire al Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace https://cittaperlapace.it/doc.php?tipo=news&id=458 fonte: https://www.perlapace.it/la-palestina-non-deve-sparire/
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In fondo in fondo, bastava veramente poco! Si conclude così la storia dell’infortunio che ha coinvolto Giuseppe, operaio di un’agenzia interinale. In quel periodo lavorava come carropontista presso un’acciaieria, ma poiché in passato si era occupato un po’ di tutto, soprattutto nel settore edile, il datore di lavoro decise di coinvolgerlo anche nel rifacimento del pavimento galleggiante di un edificio adibito a uffici. Era stato deciso di non intervenire sulla struttura portante del pavimento, limitandosi quindi alla sola sostituzione delle piastrelle: quelle non perimetrali andavano semplicemente appoggiate sulla struttura esistente, mentre quelle a contatto con le quattro pareti verticali dovevano essere tagliate e adattate alle misure necessarie. Fu proprio durante queste operazioni di taglio che Giuseppe rimase vittima di un infortunio che gli causò una grave lesione alla mano destra. Questa storia è la centoventicinquesima storia ad arricchire il Repertorio delle Storie di Infortunio. leggi la storia completa Bastava veramente poco. leggi la sintesi collegati al repertorio delle storie di infortunio,
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