in PRIMO PIANO

  • Workshop internazionale – I Nodi Territoriali di Salute: Ingaggio e Partecipazione Comunitaria per la Promozione dell’Equità in Salute promosso il 2 .10.2025 da Nodi Territoriali di Salute di Rimini, Comune di Rimini, Unione dei Comuni della Valmarecchia, Comune di Bellaria Igea Marina, AUSL della Romagna, Università di Bologna campus di Rimini rivolto a Cittadini/e, Associazioni e organizzazioni del territorio, Enti locali, Professionisti/e e lavoratori/rici della salute e del benessere per fare il punto sul piano di contrasto alle disuguaglianze del Distretto di Rimini, sui progressi compiuti nell’implementazione delle Microzone e sul Progetto Nodi Territoriali per la Salute e per discutere e condividere le best practice emerse in un anno di attività. Scarica il programma Materiali presentati Linee di indirizzo per la costituzione delle Unità Sperimentali Integrate nel sistema delle cure territoriali della Romagna Nodi Territoriali di Salute: a che punto siamo? Storia della partecipazione nel sistema sanitario brasiliano: macro e micro politiche Mappatura delle disuguaglianze a Rimini come strumento di azione Esperienze ‘gemelle’ dal Brasile Casa Community Lab Romagna: strumenti in costruzione Ricerca Valutativa e Policy dei Servizi Sanitari, Ausl Romagna Casa Community Lab Santarcangelo di Romagna Casa Community Lab Forlì Casa Community Lab Brisighella Fonte: https://www.aprirenetwork.it/book/i-nodi-territoriali-di-salute/

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  • Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È quanto emerge dal bilancio di fine anno di Antigone. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3%); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1% mancano acqua calda o si registrano condizioni igieniche adeguate. Gravissime anche le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. Sempre più critici i dati sulle morti: 238 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 79 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. “Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi – denuncia Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”. “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma – prosegue Gonnella – il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”. C ome già ricordato, alla fine di novembre 2025, le persone detenute nelle 189 carceri italiane per adulti erano 63.868, a fronte delle 61.861 registrate alla fine del 2024. Un aumento costante, pari a oltre 180 persone in più ogni mese. Eppure, questo incremento non può essere spiegato con un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%. A crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità. Nel frattempo la capienza del sistema penitenziario è ulteriormente diminuita. Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nell’anno che si sta per concludere, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti efffettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa. Il risultato è un sovraffollamento strutturale che ha ormai raggiunto livelli intollerabili: mancano all’appello quasi 18.000 posti rispetto alle presenze effettive, con un tasso nazionale di affollamento pari al 138,5%. In alcune carceri si toccano livelli che ricordano le condizioni che portarono l’Italia alla condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: a Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Monbello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%. Ancora più preoccupante è la situazione negli istituti penali per minorenni. Il cosiddetto Decreto Caivano ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150% di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa. Sempre più spesso, ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni nei servizi minorili vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. Una dinamica che se così non fosse avrebbe peraltro provocato un tasso di affollamento ben superiore negli Ipm. Se si guarda alle condizioni materiali degli istituti – come Antigone fa attraverso il suo monitoraggio indipendente che conduce con continuità dal 1998 – si capisce quanto il momento sia complicato. Nel 10% degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. Una situazione aggravata dal sovraffollamento che ha portato alcune carceri a trasformare spazi di socialità o per attività in celle di pernotto. La situazione del personale non è meno critica. Sempre dai dati delle visite di Antigone si evidenzia come solo il 77,5% degli istituti ha un direttore con incarico esclusivo; negli altri casi la direzione è condivisa tra più carceri, con evidenti ricadute sulla qualità della gestione. In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili: a Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e addirittura 180 per educatore. Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte […]

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  • “Tutti i cittadini dell’Unione Europea dovrebbero poter essere se stessi, in libertà e in sicurezza” Questo è l’incipit della pagina web della Commissione EU che presenta la Strategia per l’Uguaglianza delle persone LGBTIQ+ 2026 – 2030, pubblicata a ottobre di quest’anno. Tra i valori fondanti dell’Unione Europea infatti c’è l’uguaglianza, intesa come “uguaglianza nella diversità” ossia riconoscere e valorizzare tutte le differenti specificità individuali in quanto arricchenti per la società – società che a sua volta ha il dovere di perseguire l’equità, attraverso politiche attive, in particolare favorenti l’inclusione di minoranze e gruppi “vulnerabili”. Già nel 2015 la Commissione EU aveva pubblicato un documento  specificamente mirato alla lotta contro la discriminazione verso le persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, non binarie, intersessuali, queer (LGBTIQ+): “List of Actions to Advance LGBTI Equality”– uno dei primi strumenti di policy su teli temi. Nel 2020 è stata poi emanata la LGBTIQ Equality Strategy 2020 – 2025, Strategia per l’Uguaglianza con l’obiettivo concreto di “proteggere” le persone della comunità queer e garantire loro pari/equi diritti. La nuova Strategia per l’Uguaglianza LGBTIQ+dell’UE riprende la precedente Strategia, e analogamente a quella si propone di orientare fortemente le politiche dei suoi Stati Membri. Vi si dichiara che promuovere l’uguaglianza delle persone LGBTIQ+ vuol dire proteggerle da pratiche dannose e “crimini d’odio”, rafforzare la comunità queer e le associazioni impegnate, attivare la società civile e responsabilizzare gli Stati Membri EU. Per far ciò, la Strategia propone una serie di misure/azioni che integrano la voce delle minoranze LGBTIQ+ all’interno di tutte le politiche, per permettere ad ogni persona “… di essere se stessa senza rischio di discriminazione, esclusione, violenza”. La nuova strategia stabilisce 3 settori d’azione principali, quali: – la protezione da discriminazione e violenze – l’emancipazione attraverso l’inclusione e l’uguaglianza – la responsabilizzazione di tutti gli stakeholder. 1. L’Obiettivo strategico della protezione nasce dalla constatazione dei livelli sproporzionati di violenza e odio che le persone LGBTIQ+ continuano a subire, esacerbati dalle narrazioni anti-LGBTIQ+ che circolano in tutto il mondo. I dati derivano soprattutto dalla III survey LGBTIQ+ dell’European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), pubblicata nel 2023, che ad esempio evidenzia che il 55% delle persone LGBTIQ+ partecipanti erano state vittime di crimini d’odio nei 12 mesi precedenti la survey, con un aumento del 18% dal 2019 (anno della I survey). Meritano un affondo le cosiddette “pratiche di conversione”, ossia interventi fortemente dannosi che poggiano sull’idea medica falsa di “malattia”, e causano profondo e persistente dolore e sofferenza, a livello fisico e psicologico, incluso violenze sessuali, abusi verbali, umiliazioni: la survey FRA 2023 rileva che il 24% delle persone LGBTIQ+ ne ha fatto esperienza, in particolare persone trans, non binarie e intersex (la percentuale aumenta a quasi il 50% per le donne/uomini trans). E’ perciò necessario affrontare il problema dell’odio e garantire sicurezza, combattendo queste forme di razzismo e xenofobia. Attualmente il quadro normativo degli Stati Membri è incoerente e frammentario, e non c’è ancora a livello europeo una legislazione che protegga dai reati basati sull’orientamento sessuale e/o sull’identità di genere. La Commissione EU sta perciò lavorando su vari fronti e con vari strumenti, insieme agli Stati Membri e alla società civile: iniziativa legislativa inerente ai crimini d’odio commessi on line (hate speech) e al cyber-bullismo, finanziamento di progetti di associazioni e organizzazioni mirati al contrasto della LGBTIQ-fobia e della discriminazione (ad esempio AgoraEUprogramme), creazione di luoghi sicuri (ad esempio con l’imminente EU strategy on victims’ rights), miglioramento della rilevazione dei reati d’odio attraverso la formazione del personale di polizia, verifica della corretta applicazione del Justice programme anche attraverso la formazione dei magistrati, rinforzo della sicurezza durante eventi ad alto rischio come le manifestazioni Pride attraverso l’applicazione della European internal security strategy, riduzione del rischio di esclusione sociale per i gruppi vulnerabili attraverso l’applicazione dellaPreparedness Union Strategy.  2. L’Obiettivo strategico dell’emancipazione vuole promuovere l’empowerment delle persone LGBTIQ+ affinché possano avere accesso libero ed equo agli ambiti lavorativo, sanitario, educativo-formativo, ecc. in tutti i luoghi – incluse le zone rurali e remote, consapevoli del proprio potenziale contributo alla vita sociale ed economica della comunità. Nella pratica, ciò vuol dire: – promuovere l’inclusione sin dai primi anni di vita: vivere sin da bambini in un ambiente familiare e scolastico supportivo e inclusivo delle “diversità” aiuta a sviluppare competenze socio-emotive e valori quali ad es. fiducia, resilienza, un senso positivo dell’identità, empatia e rispetto verso le altre persone, che perdureranno nell’età adulta. I figli e le figlie delle “famiglie arcobaleno” e i/le giovani LGBTIQ+ sono spesso bersaglio di pregiudizi e discriminazione sin da piccoli. Inoltre, secondo la III survey FRA, il 67% delle persone LGBTIQ+ (due terzi dei partecipanti!) ha dichiarato di aver sofferto a scuola a causa di atti di bullismo, insulti, minacce, derisione – situazioni che hanno lasciato conseguenze a lungo termine. In ambito sanitario, inoltre, da evidenziare che il 14% delle persone LGBTIQ+ ha dichiarato di essere stato oggetto di discriminazione da parte degli operatori, secondo quanto rilevato dalla III survey FRA: la conseguenza è una disparità di prevenzione, diagnosi, trattamento a causa della resistenza a rivolgersi ai servizi per timore di reazioni ostili. E’ necessario pertanto continuare a lavorare per aumentare la consapevolezza, condividere informazioni e facilitare lo scambio di conoscenze tra gli operatori/professionisti sanitari attraverso strumenti quali progetti formativi (in particolare HEALTH4LGBTI realizzato nel biennio 2016 – 2018 dall’organizzazione indipendente, internazionale e non governativa ILGA Europa ), la piattaforma delle politiche sanitarie EU, il portale delle best practices in sanità pubblica, ricerche sul miglioramento della qualità dell’accesso ai servizi, ecc. La salute mentale è una delle aree critiche e di rischio elevato per le persone LGBTIQ+ : la III survey FRA ha rilevato che il 66% delle persone con una qualche forma di disabilità ha dichiarato di aver pensato al suicidio nell’anno precedente alla survey; è perciò più che mai necessario parlare di un “approccio globale alla salute mentale” – creare luoghi di lavoro inclusivi che supportino il benessere delle persone LGBTIQ+ : la III survey FRA mostra una diminuzione della discriminazione in ambito lavorativo (del 18% rispetto alla survey del 2019), e una attenzione alle politiche di inclusione […]

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  • Nonostante decenni di politiche per la qualità dell’aria, le città europee continuano a essere esposte a livelli di inquinamento da polveri sottili incompatibili con la tutela della salute. È quanto emerge dall’Urban PM2.5 Atlas – Air Quality in European Cities, 2025 Report, pubblicato dal Joint Research Centre della Commissione europea, che analizza in modo sistematico le origini spaziali e settoriali del particolato fine (PM2.5) in 150 aree urbane dell’Unione europea. Il rapporto parte da un dato chiave: nel 2023 il 94% della popolazione urbana europea è stato esposto a concentrazioni di PM2.5 superiori ai valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, fissati a 5 µg/m³ come media annua. Anche rispetto ai nuovi limiti europei al 2030 (10 µg/m³), oltre il 40% delle stazioni di monitoraggio non è ancora in linea. Le conseguenze sanitarie restano pesantissime: 239.000 morti premature nel 2022 nell’Unione europea sono attribuibili all’esposizione cronica al PM2.5. Da dove arriva il PM2.5 che respiriamo in città Il valore aggiunto dell’Atlante sta nell’andare oltre la semplice misurazione delle concentrazioni, per rispondere a una domanda cruciale per le politiche pubbliche: a quale scala conviene intervenire e su quali settori. L’analisi mostra che, in media, circa il 24% del PM2.5 urbano deriva dalle emissioni della città stessa, mentre salendo alla “grande città” (area urbana più cintura dei pendolari) la quota sale al 38%. In oltre due terzi delle città analizzate, almeno il 30% dell’inquinamento da PM2.5 potrebbe quindi essere ridotto con azioni locali, senza attendere interventi nazionali o europei. Allargando lo sguardo, emerge però anche il peso delle politiche di scala più ampia: in media il 65% del PM2.5 urbano è riconducibile alle emissioni del Paese nel suo complesso, con valori particolarmente elevati in aree come la Pianura Padana o alcune regioni della Polonia. Il messaggio è chiaro: servono strategie multilivello, capaci di integrare azioni urbane, nazionali ed europee. Riscaldamento domestico, traffico e agricoltura: i veri nodi Dal punto di vista settoriale, l’Atlante conferma uno spostamento importante delle responsabilità rispetto al passato. Il principale contributore medio al PM2.5 urbano è oggi il settore residenziale, con una quota pari al 29%. In circa metà delle città analizzate, il riscaldamento domestico – in particolare la combustione di biomassa – pesa per oltre il 25% delle concentrazioni, superando il 40% in un quinto dei casi. Il trasporto stradale resta un fattore rilevante, con una media del 14%, ma con forti differenze tra le città: incide soprattutto nei grandi centri densamente popolati e lungo i principali corridoi urbani. Ancora più interessante è il ruolo dell’agricoltura, responsabile in media del 15% del PM2.5 urbano attraverso la formazione di particolato secondario legato alle emissioni di ammoniaca. In molte città dell’Europa occidentale, pur lontane dalle aree agricole, questo contributo supera il 20%, dimostrando quanto le politiche agricole siano decisive anche per la qualità dell’aria urbana. L’industria, invece, mostra una riduzione relativa del suo peso, legata soprattutto al forte calo delle emissioni di ossidi di zolfo registrato negli ultimi anni a livello europeo. Un trend che cambia le priorità delle politiche urbane Confrontando le edizioni 2019, 2023 e 2025 dell’Atlante, il JRC individua una tendenza strutturale: aumenta il peso relativo delle emissioni urbane, in particolare quelle residenziali, mentre diminuisce quello dell’industria. Questo non significa che l’inquinamento sia aumentato in assoluto, ma che i progressi più rapidi in alcuni settori stanno rendendo più visibili le criticità rimaste. In questo contesto, il rapporto lancia un messaggio netto alle amministrazioni locali: le città hanno oggi un margine di intervento più ampio di quanto spesso si pensi. Politiche su riscaldamento domestico, mobilità, pianificazione urbana ed efficienza energetica possono produrre benefici significativi, soprattutto se coordinate con misure nazionali ed europee su agricoltura ed emissioni industriali residue. Dalla mappa all’azione L’Urban PM2.5 Atlas 2025 non è solo un esercizio scientifico, ma uno strumento operativo per la governance della qualità dell’aria. In un’Europa che si è data obiettivi ambiziosi con il Piano d’azione “Inquinamento zero” e con la nuova direttiva sulla qualità dell’aria, il messaggio è chiaro: senza un forte protagonismo delle città, la transizione verso aria più pulita resterà incompleta. Per la salute dei cittadini, ma anche per la credibilità delle politiche climatiche e ambientali, il tempo delle azioni mirate e basate sui dati è adesso. Le schede relative alle città italiane comprese nell’Atlante FONTE: https://ambientenonsolo.com/polveri-sottili-nelle-citta-europee-perche-agire-a-livello-locale-e-decisivo/?utm_source=newsletterNotizie+ambientali+del+12+gennaio+2026&utm_medium=emailMarco&utm_term=2026-01-12&utm_campaign=Notizie+ambientali+del+12+gennaio+2026 Fonte immagine: https://i0.wp.com/ambientenonsolo.com/wp-content/uploads/2025/12/Screenshot-2025-12-23-alle-17.09.21.png?w=1184&ssl=1

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  • SPI CGIL Commento alla legge di bilancio 226 in ambito socio sanitario e per la Non Autosufficienza. SANITÀ Più finanziamenti per le armi meno risorse per la Cura È previsto un modesto incremento del Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN)vigente: di 2,38 miliardi per il 2026, di 2,631 miliardi nel 2027, di 2,633 miliardi a decorrere dal 2028. Le risorse assegnate al FSN sono del tutto insufficienti al rilancio del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale: lo stanziamento varia ben al di sotto del PIL nominale (vedi Tabella 1), in specie nel 2027 e nel 2028, e il calo del valore dell’incidenza sul PIL del FSN è ancor più preoccupante (vedi il Grafico 1). Anche considerando il Documento programmatico di Bilancio (DPB 2025), l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL si conferma ancora largamente al di sotto di quella di altri importanti Paesi OCSE. Mentre è previsto un forte incremento delle spese per le armi. Inoltre, gran parte dell’incremento è vincolato, quindi non liberamente disponibile alle Regioni per assicurare i Livelli Essenziali di Assistenza LEA. Una parte consistente delle risorse è destinata a favorire attività e strutture private.  Tabella 1 andamento Livello FSN 2025 2026 2027 2028 FSN a legislazione vigente* 136.533 140.595 141.297 142.131 Incremento Legge Bilancio 2026 n. 199/2025 art. 1 comma 333 = 2.382,2 2.631 2633,1 FSN post Legge Bilancio 2026 142.977,2 143.928 144.764,1 Variazione FSN su anno precedente 4,7% 0,66% 0,% Variazione PIL nominale programmatico (in base a PDB 2025) 2,8% 2,5% 2,7% Incidenza FSN su PIL (in base a PDB 2025) 6,16% 6,05% 5,93% * ante legge bilancio 2026, valore indicato dalla Corte dei Conti audizione ddl Bilancio 2025 capitolo 3 Tavola 15 Grafico 1 – andamento incidenza % FSN sl PIL Incidenza FSN % su PIL – elaborazione SPI-CGIL su effetti comma art. 1 comma 333 Legge Bilancio 2026 ⇒ Per una più ampia valutazione CGIL confederale: LINK “Rafforziamo il SSN”  SOCIALE – NON AUTOSUFFICIENZA Standard, obiettivi, fabbisogni e finanziamenti dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali sono ancora una volta rinviati. Non Autosufficienza: la riforma tradita. Commi da 696 a 705 Qui si trattano i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali, compresi i LEPS della Non Autosufficienza. Tuttavia non si affronta compiutamente l’attuazione della riforma della Non Autosufficienza (vedi anche NON AUTOSUFFICIENZA: la riforma tradita), e resta del tutto insufficiente il finanziamento per tutti i LEPS (vedi sotto la Tabella della Relazione Tecnica alla Legge Bilancio 2026). Standard, obiettivi specifici, fabbisogni e finanziamenti dei LEPS sono ancora una volta rinviati a successivi provvedimenti, per entrare progressivamente in vigore dal 2027. Comma 697 Conferma i LEA Livelli Essenziali dell’Assistenza Sanitaria, secondo le norme di riferimento (DPCM 12.1.2017) Comma 698 Precisa che con i commi da 699 a 711 si interviene sui Livelli essenziali delle prestazioni nella materia “Assistenza” (ai sensi dell’articolo 14, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68) – Prestazioni sociali, con esplicito riferimento anche a quelli già definiti dalla legge 234/2021. Il rischio più grave è che l’intervento “ridimensioni” i LEPS Non Autosufficienza (NA), non sia ben coordinato: con quanto già definito per i LEPS NA dalla legge 234/2021, con il Piano nazionale Non Autosufficienza 2022-2024 (DPCM 3.10.2022) e con le sperimentazioni in corso e previste del D.Lgs 29/24 in attuazione della Legge delega 33/2023. Art. Commi 699-700 istituiscono un Sistema di garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) nel settore sociale, determinato in ciascun ambito territoriale sociale ATS, quale livello di spesa necessario a garantire progressivamente, a partire dall’anno 2027, i LEP Sociali. nello specifico, i Livelli richiamati sono: LEPS per la Non Autosufficienza (comma 700) previsti dalla legge 234/2921 (commi 162,163) in servizi di: assistenza domiciliare, sollievo, supporto; sono strettamente collegati all’attuazione del PNRR M6C1 (Cure a domicilio, Punto Unico Accesso con Unità Valutative Multidimensionali per Piano di Assistenza Individuale nelle Case della Comunità, ecc.); LEPS già previsti dal Piano nazionale Interventi Sociali 2021-2023 (comma 170 Legge 234/2021) a) pronto intervento sociale; b) supervisione del personale dei servizi sociali; c) servizi sociali per le dimissioni protette; d) prevenzione dell’allontanamento familiare; e) servizi per la residenza fittizia; f) progetti per il dopo di noi e per la vita indipendente. Obiettivi di servizio dei servizi sociali comunali (art. 1 comma 496 lettera a legge 213/2023): 1 Assistente sociale/6.500 abitanti e standard minimi di prestazione che i Comuni devono garantire per assicurare livelli uniformi di servizio sul territorio nazionale. A questi si aggiungono: Ulteriori LEPS: un’assistente sociale ogni 5.000 abitanti a livello di ATS; un’équipe multidisciplinare composta a livello di ATS da uno psicologo ogni 30.000 abitanti e da un educatore professionale socio pedagogico ogni 20.000 abitanti; un’ora settimanale di assistenza domiciliare da parte dei servizi socioassistenziali per le persone non autosufficienti da modulare in base alla consistenza della platea dei beneficiari e tenendo conto delle risorse disponibili nei bilanci degli enti. Comma 701 rinvia ad un DPCM la determinazione, entro il 30 giugno 2026, … dei livelli di spesa di riferimento per ogni ATS, dei criteri, degli obiettivi e dei beneficiari delle Prestazioni. Comma 702 – rinvia ad uno o più decreti interministeriali la determinazione dei sistemi operativi e le modalità integrate di monitoraggio anche del Sistema di garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni nel settore sociale. E prevede che ai fini del monitoraggio per calcolare la spesa destinata ai servizi sociali di ogni ATS, debbano essere considerate tutte le spese impegnate nella missione 12 (Diritti sociali, politiche sociali e famiglia degli schemi di bilancio degli enti da parte degli enti locali che forniscono servizi sociali nel rispettivo ATS, al netto dei trasferimenti reciproci e delle spese afferenti al settore sanitario). Comma 705 – disciplina il finanziamento del Sistema di garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni nel settore sociale, precisando che vi concorrono gli stanziamenti previsti a legislazione vigente, salvo un incremento di 200 milioni per l’equipe multidisciplinare ATS. La Relazione Tecnica riporta una Tabella che precisa l’entità dei Fondi Statali in questione, confermando l’insufficienza delle risorse. Tabella Relazione Tecnica Legge Bilancio 2026 (fonte: pagina 142 AS 1689 art. 126) FONDI MIN COMPETENTE CAPITOLO […]

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  • Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale Comunicato del 29 dicembre 2025 NON È ILLEGITTIMA L’INTERA LEGGE TOSCANA SUL FINE VITA, MA VARIE SUE DISPOSIZIONI VIOLANO COMPETENZE STATALI Con la sentenza numero 204 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. La Corte ha ritenuto che nel suo complesso la legge regionale sia riconducibile all’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e persegua la finalità di «dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che – trovandosi nelle condizioni stabilite da questa Corte nella sentenza n. 242 del 2019, così come ulteriormente precisate nella sentenza n. 135 del 2024 – chiedano di essere aiutate a morire». Numerose sue disposizioni hanno però illegittimamente invaso sfere di competenza riservate alla legislazione statale. Più precisamente, la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che direttamente individua i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito facendo espresso rinvio alle sentenze n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024. Secondo la sentenza, la disposizione viola la competenza legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento civile e penale, in quanto alle regioni è «precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati da questa Corte in un determinato momento storico – in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni – e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore statale». La legislazione regionale, infatti, in riferimento a delicati bilanciamenti, «che attengono essenzialmente alla materia dell’ordinamento civile e penale, non può pretendere di agire in via suppletiva della legislazione statale, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». L’articolo 4, comma 1, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo limitatamente alle parole «, o un suo delegato,» in quanto, consentendo la presentazione dell’istanza anche a quest’ultimo, «deroga vistosamente al quadro normativo fissato dalla legge numero 219 del 2017, nel quale la procedura medicalizzata di assistenza al suicidio è stata inquadrata dalla giurisprudenza di questa Corte». Incostituzionali sono stati dichiarati anche gli articoli 5 e 6, in tutte le parti in cui prevedono stringenti termini per la verifica dei requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito e la definizione delle relative modalità di attuazione. Ferma rimanendo la necessità di una sollecita presa in carico dell’istanza del richiedente, la Corte ha ritenuto che questa disciplina invada la competenza legislativa statale in materia di ordinamento civile, in quanto coinvolge scelte che necessitano di uniformità di trattamento sul territorio nazionale. Inoltre, la fissazione di termini stringenti contrasta con i principi fondamentali desumibili dalla legge numero 219 del 2017, che invece «valorizza e promuove la cosiddetta alleanza terapeutica», per cui deve essere «sempre consentita la possibilità di svolgere tutti quegli approfondimenti clinici e diagnostici che la Commissione, multidisciplinare e coinvolgente diverse competenze (tra cui quelle psichiatriche, palliative, psicologiche, medico legali, eccetera), ritenga appropriati», anche «attraverso la concreta messa a disposizione di cure palliative efficaci», «nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito». È stato dichiarato incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che, disciplinando il supporto al suicidio medicalmente assistito, impegna le aziende unità sanitarie locali ad assicurare il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato. Nel confermare quanto stabilito dalla sentenza n. 132 del 2025, la Corte ha ritenuto che la disposizione regionale viola la competenza concorrente in materia di tutela della salute, in quanto «non si pone come attuazione nel dettaglio di preesistenti principi fondamentali rinvenibili nella legislazione statale, ma come una illegittima “determinazione” degli stessi da parte della legislazione regionale». La dichiarazione di incostituzionalità ha anche riguardato i commi 2, primo periodo, e 3, del medesimo articolo 7. Il primo in quanto «facendo esplicito riferimento a un livello di assistenza sanitaria ulteriore, evoca comunque e illegittimamente, dal punto di vista dell’assetto costituzionale delle competenze, la categoria dei “livelli essenziali di assistenza”», interferendo quindi su definizioni riservate al legislatore statale. Il secondo laddove prevede che la «persona in possesso dei requisiti autorizzata ad accedere al suicidio medicalmente assistito può decidere in ogni momento di sospendere o annullare l’erogazione del trattamento». In caso di suicidio medicalmente assistito, infatti, «non vi è propriamente alcuna “erogazione” di un trattamento che possa essere sospeso o annullato (come invece nelle ipotesi di eutanasia attiva, riconducibili nell’ordinamento italiano alla fattispecie di omicidio del consenziente), ma piuttosto un’assistenza dei sanitari a una persona che dovrà compiere da sé la condotta finale che direttamente causa la propria morte». Immuni da censure sono state invece ritenute le altre disposizioni contenute nella legge regionale. La Corte ha ritenuto che l’introduzione di una disciplina a carattere organizzativo e procedurale come quella impugnata non possa ritenersi preclusa dalla circostanza che lo Stato non abbia ancora provveduto all’approvazione di una legge che disciplini in modo organico, nell’intero territorio nazionale, l’accesso alla procedura medicalizzata di assistenza al suicidio. Infatti, nei limiti sopra precisati, i principi fondamentali della materia sono già desumibili dalla legislazione vigente, letta alla luce della sentenza della Corte. fonte Comunicato 29.12.2025 La Sentenza della Corte Costituzionale 204/2025

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  • I dati relativi al 2024 sulle coperture vaccinali (CV) in Italia mostrano valori simili a quelli dell’anno precedente per la maggior parte delle vaccinazioni raccomandate nei primi anni di età, con un leggero incremento delle CV relative a morbillo, rosolia, parotite e varicella. In particolare, nei bambini e nelle bambine nati nel 2022 la CV per la polio (usata come proxy per le vaccinazioni contenute nell’esavalente) è pari a 94,45%, rimanendo leggermente sotto l’obiettivo del 95% raccomandato dall’OMS. Riguardo alle CV nell’adolescenza, la rilevazione è stata effettuata tra i 16enni (coorte 2008) e i 18enni (coorte 2006). Tra i primi si riscontra una lieve diminuzione delle CV per polio e I e II dose di rosolia, e l’anti-morbillo (II dose) risulta 90,85%. Nei 18enni si osservano valori in linea con quelli del 2023, con un aumento per la CV contro la difterite. È quanto emerge dai dati sulle coperture vaccinali 2024 pubblicati, per singolo antigene, dal Ministero della Salute. fonte: EpiCentro ISS

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  • Non possiamo andare avanti così! APPELLO PER LA DIFESA DELLA LEGALITÀ E DEL DIRITTO INTERNAZIONALE L’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela è la certificazione della orrificante legge del più forte. È l’ennesima sfacciata aggressione alla legalità, al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite. Un altro atto criminale ed eversivo, politicamente indifendibile e moralmente intollerabile. Un altro spaventoso passo nell’abisso della Terza Guerra Mondiale. Non possiamo andare avanti così! Sostenere, come ha fatto il governo italiano, che si sia trattato di un “legittimo intervento di natura difensiva contro gli attacchi ibridi alla propria sicurezza” ci mette tutti in pericolo, perché trascina il nostro paese in un mondo dominato dall’illegalità e dall’arbitrio. Lo stesso fa l’Unione Europea che, limitandosi a chiedere “moderazione”, alimenta la politica suicida del doppio standard. La mancata condanna di questo ennesimo atto di guerra -delle uccisioni e distruzioni che ha provocato, dei pretesti e degli obiettivi che lo hanno sostenuto- autorizza chiunque ad attaccare o invadere un altro paese per impadronirsi delle sue risorse o cambiarne il suo governo. Significa affermare che l’invasione russa dell’Ucraina e il genocidio israeliano di Gaza sono legittimi. Significa accettare il primato dell’unilateralismo sul multilateralismo, degli Stati Uniti sull’Onu, che resta l’unica legittima autorità ad agire per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. A questa gravissima scelta del governo italiano, compiuta in palese contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, si aggiunge la mancata difesa della legalità, del diritto internazionale e delle Istituzioni internazionali che, a partire dall’Onu, sono state incaricate della loro attuazione. Gaza, Gerusalemme, Cisgiordania, Ucraina, Libano, Siria, Iraq, Iran, Yemen, Qatar, Nigeria, Sudan, Somalia, Venezuela,… Non possiamo andare avanti così! Un mondo senza legge, dominato dalla violenza e dal militarismo, dalle guerre e dalla corsa al riarmo, dall’ingiustizia, dalla politica di potenza e dall’impunità è una polveriera destinata a scoppiare e travolgerci tutti. Siamo in grave pericolo! Oggi ad altri. Domani a noi. E sarà il disastro per il genere umano. Lo ripetiamo ancora una volta. O ci uniamo per difendere i valori che ci sono più cari, o ci mobilitiamo per difendere e rilanciare la legalità, il diritto e le istituzioni internazionali oppure perderemo anche quel che resta della nostra dignità, della nostra libertà, della nostra democrazia, del nostro benessere e, quindi, della pace. Sveglia!!! Questo appello non produrrà alcun risultato se non sarà sostenuto da una mobilitazione ampia, determinata e creativa. Ti chiediamo di sostenere questo obiettivo e attendiamo la tua adesione e i tuoi suggerimenti. Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova Perugia/Padova, 5 gennaio 2026 Aderisci all’appello! Ufficio Stampa Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace via della Viola, 1 – 06122 Perugia email stampa@perlapace.it cellulare 3351401733   www.perlapace.it www.perugiassisi.org  

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  • In gran parte del mondo, il conflitto armato rappresenta un determinante fondamentale della salute delle popolazioni e del funzionamento dei sistemi sanitari. Il peso globale dei conflitti armati e della violenza è insolitamente elevato, e i loro effetti si estendono ben oltre i campi di battaglia: il danno prodotto dalla guerra, tanto nelle zone di combattimento quanto nei contesti civili, viene sempre più normalizzato (1). Quale sarà la sfida sanitaria più urgente del 2026? Il cambiamento climatico? L’intelligenza artificiale? Le pandemie? Le malattie non trasmissibili? Tutte queste questioni continueranno a modellare la salute e la medicina. Eppure, in gran parte del mondo, il conflitto armato rappresenta un determinante fondamentale della salute delle popolazioni e del funzionamento dei sistemi sanitari. Il peso globale dei conflitti armati e della violenza è insolitamente elevato, e i loro effetti si estendono ben oltre i campi di battaglia: il danno prodotto dalla guerra, tanto nelle zone di combattimento quanto nei contesti civili, viene sempre più normalizzato. Troppo spesso il conflitto viene trattato come un fattore esterno rispetto alla salute; in realtà, esso attraversa trasversalmente ogni grande agenda sanitaria, condizionando i rischi, le risposte e la possibilità stessa di compiere progressi. Nel 2024, secondo i dati più recenti dell’Uppsala Conflict Data Program, erano in corso 61 conflitti armati tra Stati. Molti di essi sono proseguiti nel 2025 e continueranno nel 2026. Le guerre in Ucraina, Sudan e Gaza continuano a produrre costi umanitari e sanitari devastanti, mentre crisi prolungate — e spesso sottostimate — nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel, ad Haiti e in Myanmar hanno determinato spostamenti di massa, insicurezza alimentare e il collasso dei servizi essenziali. Molti di questi conflitti sono cronici, frammentati e alimentati da impasse politiche; diversi sono a rischio di escalation. La violenza non è più episodica né confinata a specifiche aree geografiche, ma assume una dimensione globale e strutturale, rimodellando la salute delle popolazioni, destabilizzando le istituzioni e indebolendo la governance e le capacità necessarie a preservare i progressi sanitari. Gli effetti diretti sono evidenti: sfollamento, fame, povertà e interruzioni prolungate dell’assistenza per le malattie non trasmissibili e per la salute materno-infantile. In Ucraina, dall’inizio del 2022 sono stati documentati oltre 2.000 attacchi contro strutture sanitarie, con un grave deterioramento dei servizi di emergenza, della gestione delle patologie croniche e delle cure oncologiche, e con un peggioramento diffuso della salute fisica e mentale della popolazione. In Sudan, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato più di 200 attacchi contro strutture sanitarie e operatori dal 2023, che hanno causato quasi 1.900 morti tra civili e personale sanitario e hanno drasticamente limitato l’accesso umanitario. Nei Territori Palestinesi Occupati, le ostilità prolungate hanno portato al collasso dei servizi sanitari essenziali, a una diffusa insicurezza alimentare e a ripetuti attacchi contro chi presta cure. I conflitti contemporanei non si limitano a interrompere i sistemi sanitari: li smantellano attivamente. Il conflitto favorisce inoltre la securitizzazione della salute, limitando l’accesso ai dati, politicizzando la sorveglianza e comprimendo lo spazio per la ricerca indipendente e per la società civile, con un indebolimento profondo delle infrastrutture istituzionali che sostengono la sanità pubblica. Quando le informazioni sanitarie vengono occultate, distorte o trattate come risorse strategiche anziché come beni pubblici, ne risultano compromesse l’equità, la responsabilità, la sorveglianza e la preparazione, il monitoraggio ambientale e climatico, nonché l’erogazione e il coordinamento dei servizi essenziali. La sfida sanitaria del 2026 non riguarda soltanto la persistenza delle guerre in corso, ma anche il crescente rischio di escalation e di effetti di spillover. L’instabilità politica e le pressioni economiche stanno convergendo in modi che aumentano la probabilità di nuovi conflitti o dell’intensificarsi di quelli esistenti. Il cambiamento climatico, la scarsità idrica e l’insicurezza alimentare si intrecciano sempre più con la violenza, amplificando gli spostamenti forzati, bloccando i processi di ricostruzione e gravando ulteriormente su sistemi sanitari già fragili. Queste pressioni non restano confinate ai contesti di conflitto: interruzioni delle catene di approvvigionamento, movimenti di popolazione e instabilità regionale fanno sì che nessun sistema sanitario sia davvero isolato dagli effetti della violenza altrove. Tutte le agende sanitarie risultano gravemente compromesse laddove il conflitto persiste. Esse presuppongono sistemi sanitari funzionanti, dati affidabili, catene di fornitura stabili e fiducia pubblica; nessuna combinazione di farmaci, tecnologie di sorveglianza o meccanismi di finanziamento può sostituire ciò che manca in loro assenza. L’autorità politica per porre fine alle guerre spetta ai governi, ma la comunità sanitaria ha una responsabilità specifica: documentare i danni, proteggere l’integrità dei sistemi sanitari e dei dati, difendere la tutela dei civili e delle strutture di cura, e garantire che il conflitto venga riconosciuto e affrontato come un determinante cruciale della salute. Il diritto alla salute, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ribadito nella Dichiarazione di Alma Ata, resta al centro delle priorità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non esiste un percorso credibile per realizzarlo che possa attraversare una condizione di conflitto permanente. Rispondere alle conseguenze sanitarie della guerra è necessario, ma non può sostituire le condizioni politiche e sociali indispensabili per costruire, proteggere e sostenere sistemi sanitari. Le ambizioni di equità, resilienza, preparazione e accesso universale non possono essere realizzate in un contesto di insicurezza cronica. La pace non è contigua alla salute: ne è il fondamento. (1) No health without peace The Lancet, Editorial, Vol. 407, p. 1, January 3, 2026. Traduzione e sottotitolo di saluteinternazionale.info

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  • “Il valore strategico della Medicina di Genere per il bene del Paese” a cura di Irene Gianotto (The European House – Ambrosetti), questo l’editoriale che apre il primo numero del 2026 della Newsletter dedicata alla Medicina di Genere (MdG). Il focus scientifico è dedicato allo stress e alla dieta in gravidanza e a come cambia il cervello di maschi e femmine alla nascita, mentre il focus clinico si concentra sulle incretine (ormoni prodotti a livello gastrointestinale) nel trattamento dell’obesità dal punto di vista delle differenze di genere. Molte le altre notizie disponibili. La Newsletter è un prodotto di comunicazione ideato e sviluppato dal Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’ISS in collaborazione con il Gruppo Italiano Salute e Genere (GISeG) e il Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere. Leggi la newsletter completa (pdf 2,6 Mb) e l’archivio sul sito del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere. fonte: https://www.epicentro.iss.it/medicina-di-genere/aggiornamenti

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