in PRIMO PIANO

  • Nel decreto milleproroghe (articolo 5 comma 1) il Governo ha previsto una ulteriore proroga del nuovo sistema per la presa in carico e l’assistenza alle persone anziane non autosufficienti che entrerà in vigore solo nel 2028. … … così inizia la dura lettera di protesta dei Sindacati dei Pensionati di CGIL, CISL, UIL. RIFORMA NON AUTOSUFFICIENZA, ENNESIMO RINVIO Nel decreto milleproroghe il Governo ha previsto una ulteriore proroga del nuovo sistema per la presa in carico e l’assistenza alle persone anziane non autosufficienti che entrerà in vigore solo nel 2028. Infatti, viene rinviato il Decreto che doveva approvare il Regolamento per disciplinare l’accesso delle persone anziane ai Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali della Non Autosufficienza e l’integrazione con i LEA sanitari, per stabilire: i criteri per la individuazione delle priorità di accesso ai Punti Unici di Accesso (PUA) per l’accoglienza e la gestione integrata nelle Case della Comunità da parte di Ambiti Territoriali Sociali/Distretti sanitari) la composizione e le modalità di funzionamento delle Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM: composte da professionisti sanitari e sociali) lo strumento della valutazione multidimensionale unificata omogeneo, informatizzato e scientificamente validato per l’accertamento della non autosufficienza e per la definizione del Piano Assistenziale Individualizzato (PAI) le eventuali modalità di armonizzazione con la disciplina sulla valutazione delle persone con disabilità. In questo modo è rinviata non solo la sperimentazione del nuovo sistema, ma anche l’entrata in vigore in tutto il territorio nazionale delle nuove regole per la presa in carico delle persone non autosufficienti al 1 gennaio 2028. Questo ennesimo slittamento dimostra che il governo non coglie l’urgenza di dare concreta attuazione ad una riforma che riguarda i diritti di milioni di persone e loro familiari. Permangono, inoltre, significative criticità di natura organizzativa e amministrativa, riconducibili ai gravi ritardi nel reclutamento del personale, nell’adozione delle tecnologie necessarie e nella semplificazione dei processi burocratici. Tali ritardi finiscono per compromettere l’effettiva operatività della riforma, mettendo a rischio diritti che dovrebbero essere immediatamente esigibili da migliaia di pensionati fragili e dalle loro famiglie. Tuttavia deve essere chiaro che la presa in carico della persona non autosufficiente, con la valutazione multidimensionale dei suoi bisogni e il relativo Piano di Assistenza Individuale, sono già Livelli Essenziali (LEPS) della Non Autosufficienza, in quanto definiti per Legge e previsti nel vigente Piano per la non autosufficienza. Quindi è compito del Governo finanziare, ben oltre le limitate risorse attuali, l’erogazione dei LEPS e dei LEA, e responsabilità delle Regioni e dei Comuni, tramite le Aziende Sanitarie, i loro Distretti e gli Ambiti Territoriali Sociali, dare attuazione ai Livelli Essenziali per assicurare il diritto alla cura e alla salute. Servono risorse adeguate e tempi certi, ma soprattutto un confronto democratico con chi, come i sindacati dei pensionati, rappresenta milioni di persone che devono poter far sentire la propria voce P. le Segreterie nazionali Stefano Cecconi,      Anna Maria Foresi,      Francesca Salvatore        SPI CGIL,                   FNP CISL,                      UILP UIL

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  • Il Sistema Sanitario Nazionale dopo la pandemia risulta ancora segnato da forti disomogeneità territoriali e criticità gestionali, seppur avviato verso una fase di consolidamento. Lo afferma la Corte dei conti nella Relazione al Parlamento sulla gestione dei Servizi Sanitari Regionali, approvata dalla Sezione autonomie con Delibera n. 21/SEZAUT/FRG/2025, da cui emerge l’aumento da 131,3 a 138,3 miliardi della spesa sanitaria pubblica riferita al triennio 2022-2024, con una crescita del 4,9% rispetto al 2023 (5,4% sul 2022) e il mantenimento di un’incidenza stabile sul PIL (6,3-6,4%, a fronte di una media europea pari al 6,9%). L’aumento, specifica la magistratura contabile, è trainato dalle voci di spesa relative a personale (+5,6%) e consumi intermedi (+7,5%), ma ridotto a un incremento reale di poco superiore all’1% a causa dell’inflazione, evidenziando una dinamica di spesa più difensiva che espansiva. Spesa privata e divari territoriali indeboliscono l’equità di accesso e l’universalità del servizio. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva è stata di 185 miliardi, di cui il 74% a carico di PA e assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% a carico dei regimi volontari, con una crescita della quota riferita alla componente privata che colloca quest’ultima tra le più elevate nel raffronto con la media europea. Persistono significative diseguaglianze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e un evidente disallineamento Nord-Sud. Le Regioni in piano di rientro (Calabria, Molise, Sicilia, Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia) continuano a mostrare difficoltà strutturali nonostante alcuni miglioramenti nei conti. L’aumento della mobilità sanitaria interregionale segna, inoltre, divari nell’attrattività e nella capacità di erogazione dei servizi. Sul fronte degli investimenti PNRR della Missione 6 (Salute), in cui sono previsti 15,6 miliardi per rafforzare prossimità, digitalizzazione e infrastrutture sanitarie, a fine 2024 risultava completato il 41% degli obiettivi, con il restante 59% da concludersi nel biennio 2025-2026. La rete di prossimità (con 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità in programma) rappresenta l’asse strategico per il nuovo SSN, ma il monitoraggio svolto ha evidenziato ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture. Sul versante farmaceutico, la spesa complessiva 2024 ha superato il tetto programmato del 15,3% del FSN. L’introduzione dei nuovi tetti di spesa e il meccanismo del payback garantiscono un equilibrio finanziario che presenta, tuttavia, notevoli margini di incertezza legati al contenzioso con le imprese. Cresce l’uso di generici e biosimilari. Sul personale, si registra il significativo ricorso a contratti flessibili e, in alcune regioni, ai cosiddetti “gettonisti”, istituto che comporta maggiori costi e richiede un monitoraggio costante. In generale, la carenza di risorse pubbliche si riflette nella difficoltà di reclutamento e di mantenimento in servizio del personale. La Corte ha richiamato la necessità di rafforzare la governance, accelerare gli investimenti, stabilizzare il personale e correggere i divari tra Regioni. Il futuro del SSN dipenderà, infatti, dalla capacità di trasformare le risorse in servizi qualitativamente migliori, aumentando l’efficienza gestionale e rafforzando l’equità territoriale. Corte dei conti Ufficio Stampa Corte dei Conti: RELAZIONE AL PARLAMENTO SULLA GESTIONE DEI SERVIZI SANITARI REGIONALI (pubblicazione 19.1.2026)

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  • Giacomo, un giovane operaio lavora in un’officina di manutenzione di un’azienda di trasporto ferroviario. Insieme al collega Matteo sta spostando una lamiera per sistemarla in verticale sulla rastrelliera ma, durante lo spostamento, la lamiera urta contro una porta a vetri che si frantuma e una lama si conficca nel braccio di Giacomo recidendogli un’arteria. Questo è il centodiciannovesimo racconto aggiunto al repertorio, a differenza dei precedenti non si basa su un’inchiesta infortunio di un Servizio PreSAL ma sulla descrizione di un infortunio da parte di alcuni Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Puoi collegarti al repertorio delle storie di infortunio, leggere la sintesi storia n. 119  leggere il racconto completo “Trappola di cristallo”. fonte: https://www.dors.it/2026/01/trappola-di-cristallo/

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  • Su cosa si vota? Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025. Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi: A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati; B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”; C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM). Attenzione, quindi. Questa riforma costituzionale non introduce solo la “separazione delle carriere” tra giudici e pm, come si sente dire spesso. Fa molto di più. Perché diciamo NO alla riforma…LEGGI TUTTO VAI AL SITO https://www.referendumgiustizia2026.it/

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  • Cresce il numero degli ospiti, ma resta il divario Nord-Sud nell’offerta Al 1° gennaio 2024 in Italia risultano attivi 12.987 presidi residenziali con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti (+4,4% rispetto all’anno precedente). L’offerta rimane fortemente disomogenea sul territorio: nel Nord-Est si contano 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, nel Sud solo 3,4. Gli ospiti accolti sono 385.871, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente; tre su quattro sono anziani, in gran parte ultraottantenni e donne. Nei presidi operano complessivamente quasi 395mila unità di personale: 355mila sono dipendenti retribuiti, circa 36mila volontari e quasi 4mila operatori del servizio civile. In aumento gli ospiti dei presidi residenziali In Italia, al 1° gennaio 2024, risultano attivi 12.987 presidi residenziali, che dispongono complessivamente di 425.780 posti letto (7,2 ogni 1.000 residenti). Vi operano 15.772 “unità di servizio” (v. Glossario) e gli ospiti totali risultano 385.871, un numero superiore del 6% rispetto a quello del 1° gennaio 2023. Il 75% degli ospiti è ultra-sessantacinquenne, il 19% ha un’età tra i 18 e i 64 anni e il restante 6% è composto da minori. Quasi otto su 10 i posti letto destinati all’assistenza socio-sanitaria Su circa 16mila unità di servizio attive, 9.407 erogano assistenza socio-sanitaria (v. Glossario): si tratta di quasi 334mila posti letto, pari al 78% del totale. Le restanti 6.365 unità offrono servizi di tipo socio-assistenziale (v. Glossario), con 91.960 posti letto (il 22% dei posti letto complessivi). Le unità di servizio socio-sanitarie accolgono soprattutto anziani non autosufficienti, cui è destinato il 77% dei posti letto disponibili; un ulteriore 15% è destinato agli anziani autosufficienti e alle persone con disabilità (in entrambi i casi poco più del 7% dei posti); il restante 8% è per gli adulti con patologie psichiatriche (5%), per le persone con dipendenze patologiche (2%) e per minori (1%). Le unità di tipo socio-assistenziale sono orientate principalmente all’accoglienza e alla tutela di persone con varie forme di disagio: il 41% dei posti letto è dedicato all’accoglienza abitativa e un ulteriore 41% alla funzione socio-educativa, che riguarda soprattutto i minori di 18 anni. Le unità che svolgono prevalentemente una funzione tutelare – volta a sostenere l’autonomia di anziani, adulti con disagio sociale e minori all’interno di contesti protetti – coprono il 12% dei posti letto e il restante 6% è dedicato all’accoglienza in emergenza. L’offerta residenziale sul territorio si differenzia fortemente rispetto alle categorie di utenti assistiti: nelle regioni del Nord prevalgono i servizi rivolti agli anziani non autosufficienti (72,0% nel Nord-Ovest e 75,0% nel Nord-Est), circa il doppio rispetto al Mezzogiorno. Al Sud, invece, si trova una percentuale più alta, rispetto alle altre ripartizioni, di posti letto dedicati agli anziani autosufficienti, alle persone con disabilità e agli immigrati.  Testo integrale e nota metodologica (.pdf, 468 Kb)  Indice delle tavole (.pdf, 65 Kb)  Tavole (.xlsx, 208 Kb)

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  • Favorire un confronto strutturato sulle attività sviluppate sul territorio dal punto di vista delle politiche di prevenzione attente alle differenze di genere. È questo l’obiettivo del workshop “Prevenzione e medicina di genere: stato dell’arte nelle Regioni” che si è tenuto il 21 novembre 2025 all’Istituto Superiore di Sanità (ISS). L’incontro – organizzato dal Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’ISS e dedicato ai referenti regionali per la medicina di genere (MdG) – ha rappresentato un’occasione preziosa per dare visibilità alle esperienze regionali, stimolare il dialogo tra ambiti diversi e valorizzare il ruolo di raccordo tra MdG e programmazione della prevenzione. L’adozione di un approccio di genere alla salute e alla prevenzione rappresenta oggi una priorità strategica per migliorare l’efficacia, l’equità e la sostenibilità dei sistemi sanitari. In quest’ottica, integrare sistematicamente l’attenzione al genere nelle politiche di prevenzione, e in particolare nei Piani Regionali della Prevenzione, non è solo un adempimento normativo, ma una leva concreta per rendere le azioni preventive più mirate, appropriate e capaci di rispondere ai bisogni reali delle diverse popolazioni. Un approccio di genere consente di leggere i determinanti di salute biologici, sociali, culturali e comportamentali, in modo più articolato, valorizzando le specificità e riducendo le disuguaglianze che ancora persistono tra donne e uomini nelle diverse fasi della vita. In preparazione all’incontro di novembre 2025, i referenti per la medicina di genere hanno elaborato brevi abstract descrittivi delle iniziative attive nelle proprie Regioni; questi contributi sono stati sviluppati in collaborazione con i referenti regionali per la prevenzione, a testimonianza di un lavoro sinergico e di una crescente integrazione tra le due aree. Gli abstract offrono una panoramica eterogenea ma complementare di approcci, strumenti e metodologie, evidenziando come l’attenzione al genere possa essere declinata in modo concreto all’interno dei programmi preventivi. L’intento finale di questa iniziativa è fare rete, condividere buone pratiche e promuovere metodi di lavoro comuni, capaci di facilitare l’applicazione della medicina di genere nei diversi contesti territoriali. Il workshop ha rappresentato un momento di confronto costruttivo e di reale avanzamento nel percorso di integrazione della medicina di genere nelle politiche di prevenzione. La partecipazione attiva dei referenti regionali per la MdG, in dialogo con i referenti per la prevenzione, ha evidenziato un crescente livello di consapevolezza e maturità istituzionale sul tema, nonché una diffusa volontà di tradurre i principi della medicina di genere in interventi concreti e programmati. Il confronto tra le diverse esperienze territoriali ha favorito non solo la condivisione di buone pratiche, ma anche l’emersione di criticità comuni e di bisogni trasversali, utili a orientare future azioni di supporto, coordinamento e formazione. L’esperienza ha inoltre posto le basi per sviluppi futuri, orientati alla sistematizzazione delle esperienze raccolte, alla definizione di strumenti comuni e al monitoraggio degli esiti, con l’obiettivo di rendere l’approccio di genere una componente strutturale e misurabile delle politiche di prevenzione su tutto il territorio nazionale. La costruzione di un patrimonio condiviso di esperienze e conoscenze rappresenta un passaggio fondamentale per sostenere l’implementazione della medicina di genere nella prevenzione, rafforzando la capacità delle Regioni di tradurre i principi in azioni efficaci e misurabili, a beneficio della salute di tutta la popolazione. Risorse utili -> la raccolta degli abstract presentati al workshop del 21 novembre 2025 dai referenti regionali per la MdG (pdf 217 kb) -> scarica il programma del workshop del 21 novembre 2025 (pdf 162 kb)   Testo scritto da: Elena Ortona – Centro di Riferimento per la Medicina di Genere (MEGE), ISS

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  • Assemblea aperta | Roma, 6 febbraio 2026 (10.30–15.00) – Università Roma Tre – Polo didattico di Scienze della formazione, Aula 9, via Principe Amedeo 182b. A distanza di alcune settimane dalla chiusura del Giubileo dei detenuti, dopo un ennesimo anno nero per le carceri, riteniamo necessario rilanciare una riflessione pubblica sulla condizione delle carceri italiane e sulle responsabilità che questa situazione drammatica chiama in causa. Il sovraffollamento crescente, oggi riguardante anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, la difficoltà di garantire i diritti fondamentali nonché i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone recluse sono ormai ampiamente documentati. A subirne le conseguenze sono sia le persone detenute, in particolare le più vulnerabili, sia lo stesso personale penitenziario – compreso quello sanitario e socio-assistenziale – che opera quotidianamente in contesti che favoriscono il burnout. Il tema non sempre è al centro del dibattito pubblico. Nonostante numerosi appelli, alle parole inequivoche pronunciate durante l’Anno giubilare prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV e alle prese di posizione di alte cariche istituzionali, non sono seguiti decisioni e interventi concreti. Anzi, sembra che tutto vada nella direzione di una maggiore chiusura del sistema. La parola ‘clemenza’ è inibita dal dibattito politico. Riteniamo che questa situazione riguardi l’intera società e che richieda un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni. Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà venerdì 6 febbraio 2026 a Roma, presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione, Aula 9, via Principe Amedeo 182b, dalle ore 10.30 alle 15.00. L’assemblea sarà un’occasione per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni. Gli strumenti per intervenire esistono: è necessario discuterne e renderli praticabili, a partire dalla richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di intervenire sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane. La partecipazione è aperta a chiunque ritenga importante contribuire a un cambiamento reale delle politiche penitenziarie, nel rispetto della dignità delle persone, dei loro diritti – a partire dai diritti alla salute, al lavoro, all’affettività – e dei principi costituzionali. Per sottoscrivere l’appello “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” e segnalare la propria partecipazione all’assemblea si invita a compilare il modulo disponibile qui: bit.ly/assemblea-aperta-6-febbraio-2026 Promotori A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ⁠Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. Info cnca_vulnerabilita@cnca.it fonte: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/diritti-clemenza-e-umanita-nelle-carceri-italiane/

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  • Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 12 gennaio 2026, su proposta del Ministro della Salute Orazio Schillaci, il disegno di legge delega per la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e per la revisione del modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale. A nostro parere, i principi e i criteri direttivi cui dovranno attenersi i decreti legislativi per dare attuazione alla legge sono concentrati principalmente su funzioni ospedaliere, compresa la creazione di ospedali di Terzo livello corrispondenti alle strutture ospedaliere di eccellenza a livello nazionale con bacino di utenza nazionale e sovranazionale, comprese le strutture in cui la titolarità e la gestione delle attività assistenziali siano direttamente e integralmente riconducibili a fondazioni, associazioni o altri enti privati, anche a carattere religioso, che operino esclusivamente senza scopo di lucro, ovvero a enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Appaiono deboli le indicazioni per dare attuazione al DM 77/2022 sul potenziamento della rete socio sanitaria territoriale (la piena applicazione del DM/77oggi è fortemente in ritardo) e per la presa in carico delle persone non autosufficienti pur prevista dall’altra Riforma del PNRR, la Legge 33/2023. Nulla sulla Prevenzione. La notizia sul sito del Ministero della Salute Di seguto alcuni primi commenti: Disegno legge Sanità del Governo: Cgil, facile riorganizzare ciò che già funziona e abbandonare interventi necessari. di Daniela Barbaresi Il Ddl delega del Governo sul Ssn rischia di essere un assist alla sanità ospedaliera privata e universitaria. di Claudio Maria Maffei      

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  • Autonomia differenziata in sanità: equiparare LEA e LEP è una scorciatoia per accelerare la legge. Ma cristallizza le diseguaglianze regionali, indebolisce il Mezzogiorno e genera effetti boomerang al Nord per eccesso di mobilità sanitaria. Cure essenziali: oggi già oltre 40 punti di divario nei LEA tra le Regioni. Audizione della Fondazione GIMBE al Senato sul Ddl per determinare i Livelli Essenziali delle Prestazioni «I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) non coincidono con i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), né sul piano normativo né su quello sostanziale. La scelta del Governo di equipararli, forzando l’interpretazione di una sentenza della Corte Costituzionale, ha il chiaro obiettivo di accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata, destinata ancor più ad essere un moltiplicatore di diseguaglianze. I LEP sanitari devono essere definiti al pari di tutte le altre materie per non cristallizzare per legge differenze regionali già oggi inaccettabili, indebolire ulteriormente le Regioni del Mezzogiorno e gravare quelle del Nord con un eccesso di mobilità sanitaria». È questo il messaggio centrale portato dal Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione odierna presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega n. 1623 per la determinazione dei LEP. LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI (LEP). I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti civili e sociali fondamentali delle persone indipendentemente dalla Regione o dal Comune di residenza. I LEP sono previsti dall’articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva nel determinarli, anche se molte funzioni sono svolte da Regioni ed enti locali. I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ad esempio: servizi sociali, istruzione, tutela della salute, trasporto pubblico locale, politiche abitative, servizi per l’inclusione sociale e lavorativa. Ad oggi i LEP non sono stati definiti se non in maniera parziale e solo in alcuni ambiti. LE DISEGUAGLIANZE REGIONALI. In sanità qualsiasi discussione sui LEP non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nell’erogazione dei LEA, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Il monitoraggio ufficiale del Ministero della Salute tramite gli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) fotografa profonde differenze tra le Regioni. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi ottenuti nelle tre macro-aree, a fronte di un punteggio medio di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280 punti, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Sicilia) e in Valle d’Aosta (tabella 1). Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti, arrivando in alcune aree a scarti ancora maggiori, con criticità soprattutto sull’assistenza territoriale e sulla prevenzione, concentrate soprattutto al Sud (tabella 2). «Tenendo conto che il NSG fornisce solo un quadro generale sull’adempimento dei LEA – ha evidenziato Cartabellotta – ma non misura l’effettiva qualità dell’assistenza erogata né tantomeno l’effettiva esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute, l’entità delle diseguaglianze regionali e territoriali è largamente sottostimata». SALUTE E AUTONOMIA DIFFERENZIATA: UNA LINEA ROSSA GIÀ SEGNALATA DA GIMBE. Il DdL 1623 è uno step fondamentale per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Nel suo intervento, il Presidente ha ricordato come, già durante l’iter legislativo della riforma, la Fondazione GIMBE avesse richiesto di espungere la tutela della salute dall’elenco delle materie trasferibili alle Regioni, perché destinata a legittimare normativamente i divari tra Nord e Sud, concretizzando un’inaccettabile violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercitare il diritto alla tutela della salute. LEP = LEA: UNA FORZATURA GIURIDICA PER ACCELERARE L’ITER LEGISLATIVO. Il DdL 1623 propone di escludere la tutela della salute dalle materie per cui determinare i LEP, sostenendo – sulla base della sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale – che in sanità i LEA assolvano già a tale funzione. Una tesi che, secondo la Fondazione GIMBE, consegue ad una lettura forzata della giurisprudenza costituzionale, funzionale solo ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Nella sentenza n. 192/2024 – ha spiegato Cartabellotta – il riferimento ai LEA ha natura meramente esemplificativa, ma non equipara formalmente i LEP sanitari ai LEA, né supera la distinzione terminologica tra i due concetti, perché farlo significherebbe confondere il principio sancito dai LEP con lo strumento operativo rappresentato dai LEA». I LEP rappresentano infatti un vincolo costituzionale: la soglia minima uniforme di prestazioni necessarie a rendere effettivi i diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale. I LEA, invece, costituiscono lo strumento: un elenco dettagliato di prestazioni sanitarie con cui perseguire il fine costituzionale dell’uniforme esigibilità del diritto alla tutela della salute. LEA INVECE CHE LEP: DEFINIRE DIRITTI FORMALI, MA NON ESIGIBILI PER MANCANZA DI RISORSE. Un altro nodo centrale è quello del finanziamento perché i LEA non vengono direttamente finanziati. «Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) – ha spiegato Cartabellotta – viene ripartito alle Regioni in base alla popolazione residente, in parte pesata per età. Per finanziare i LEP sanitari, invece, le risorse pubbliche dovrebbero coprire i costi necessari per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale». Tuttavia, oggi nessuno è in grado di quantificare in tempi brevi il costo necessario per assicurare in tutto il Paese, ad esempio, pronto soccorso non affollati, tempi di attesa ragionevoli per esami e visite specialistiche o una rete territoriale funzionante.  «E allora – ha commentato il Presidente – vista l’impossibilità di finanziare i costi effettivi dei LEP sanitari con l’attuale disponibilità di risorse, l’Esecutivo rinuncia a definirli e imbocca la scorciatoia di equipararli ai LEA, con il solo scopo di accelerare l’autonomia differenziata. Una scorciatoia che renderebbe giuridicamente accettabili le diseguaglianze regionali nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute». LE CONSEGUENZE PER I CITTADINI. «In molte aree del Paese – ha […]

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  • Workshop internazionale – I Nodi Territoriali di Salute: Ingaggio e Partecipazione Comunitaria per la Promozione dell’Equità in Salute promosso il 2 .10.2025 da Nodi Territoriali di Salute di Rimini, Comune di Rimini, Unione dei Comuni della Valmarecchia, Comune di Bellaria Igea Marina, AUSL della Romagna, Università di Bologna campus di Rimini rivolto a Cittadini/e, Associazioni e organizzazioni del territorio, Enti locali, Professionisti/e e lavoratori/rici della salute e del benessere per fare il punto sul piano di contrasto alle disuguaglianze del Distretto di Rimini, sui progressi compiuti nell’implementazione delle Microzone e sul Progetto Nodi Territoriali per la Salute e per discutere e condividere le best practice emerse in un anno di attività. Scarica il programma Materiali presentati Linee di indirizzo per la costituzione delle Unità Sperimentali Integrate nel sistema delle cure territoriali della Romagna Nodi Territoriali di Salute: a che punto siamo? Storia della partecipazione nel sistema sanitario brasiliano: macro e micro politiche Mappatura delle disuguaglianze a Rimini come strumento di azione Esperienze ‘gemelle’ dal Brasile Casa Community Lab Romagna: strumenti in costruzione Ricerca Valutativa e Policy dei Servizi Sanitari, Ausl Romagna Casa Community Lab Santarcangelo di Romagna Casa Community Lab Forlì Casa Community Lab Brisighella Fonte: https://www.aprirenetwork.it/book/i-nodi-territoriali-di-salute/

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