in PRIMO PIANO

  • La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la sentenza Asciutto e altri c. Italia. I giudici di Strasburgo hanno accertato all’unanimità la violazione dell’Articolo 7 (principio di legalità e divieto di retroattività della pena) in quanto non si può applicare mai nei confronti di un detenuto retroattivamente un regime penitenziario più duro (come quello di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario), nonché la violazione dell’Articolo 3, essendo l’ergastolo ostativo senza speranza  in contrasto con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. La Corte si muove nel solco di decisioni già prese in precedenza dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte Costituzionale italiana. Afferma infine che, per il periodo successivo all’entrata in vigore, alla fine del 2022, della riforma in materia di ergastolo ostativo, imposta dalla Corte costituzionale e dalla stessa giurisprudenza europea, non vi sarebbe violazione dell’art. 3 CEDU. Tale riforma, seppur con molte cautele, esclude infatti l’automatismo dell’ergastolo per chi non collabora con la giustizia o non è nelle condizioni di farlo. Antigone è intervenuta nel procedimento in qualità di amicus curiae e le proprie argomentazioni sono state quasi del tutto riprese dalla Corte di Strasburgo. L’associazione, nel proprio parere, aveva evidenziato da un lato, come l’art. 4-bis o.p. richiamasse progressivamente un numero sempre maggiore di reati, e dall’altro, come le garanzie inderogabili dell’Articolo 7 CEDU non possano subire deroghe legate alla gravità o alla natura dei reati contestati. L’accertamento unanime della violazione dell’Articolo 7 da parte della Corte EDU recepisce pienamente questo principio: la modalità di esecuzione della pena non può tradursi, a posteriori e in senso sfavorevole, in una ridefinizione della pena stabilita al momento della commissione del reato. “Non si può che esprimere viva soddisfazione per una decisione che riafferma principi cardine dello Stato di diritto e punta a superare la pena privativa della libertà personale a vita senza prospettiva di rilascio. Inoltre il riconoscere il principio di irretroattività di norme peggiorative delle condizioni di vita penitenziarie costituisce un tassello della legalità costituzionale”. A dirlo sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e Juan Patrone, responsabile del contenzioso con le corti supreme e componente del direttivo di Antigone. Il giudizio ha riunito i ricorsi di quattro cittadini condannati all’ergastolo per gravi delitti commessi tra gli anni ‘80 e i primi anni ‘90. I ricorrenti lamentavano che l’applicazione sopravvenuta dell’art. 4-bis o.p. nel 1992 a fatti commessi prima della sua entrata in vigore precludesse loro l’accesso ai benefici e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia (nel loro caso inesigibile o non più possibile), determinando una condizione di pena perpetua insuscettibile di riesame. La Corte EDU ha dunque stabilito: Violazione dell’Articolo 7 CEDU (all’unanimità): l’applicazione del regime ostativo dell’art. 4-bis a delitti commessi prima delle riforme del 1992 muta in sede esecutiva la portata intrinseca della sanzione. Una pena che, secondo le norme vigenti al momento della sua irrogazione, poteva essere successivamente mitigata, è stata trasformata retroattivamente e in termini non prevedibili in una pena definitivamente priva di possibilità di attenuazione, in violazione del principio di legalità. Violazione dell’Articolo 3 CEDU: la Corte ha ravvisato la violazione per l’intero arco temporale compreso tra l’applicazione dell’art. 4-bis e la riforma del 2022, che ha sancito come la collaborazione con la giustizia non sia più l’unica strada per accedere ai benefici penitenziari. Prima della riforma, il detenuto per reati ostativi (come quelli di mafia o terrorismo) che non collaborava era soggetto a una preclusione assoluta, con la presunzione “iuris et de iure” della sua pericolosità sociale. La sentenza consolida, quindi, l’orientamento già tracciato dalla pronuncia Viola c. Italia del 2019 e dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (in particolare le sentenze nn. 253/2019 e 32/2020), confermando in via definitiva l’incompatibilità con la dignità umana di un sistema che ancori la speranza di liberazione esclusivamente alla collaborazione di giustizia. Anche sul versante della valutazione della corrispondenza nuova legge del 2022 ai principi generali europei e costituzionali, la Corte di Strasburgo, confermando un profilo di analisi che Antigone aveva segnalato nel proprio parere, ha affermato che l’innalzamento dei requisiti temporali e la configurazione di oneri probatori particolarmente stringenti rischiano di porsi in frizione con gli orientamenti europei consolidati. La Corte EDU ha infatti richiamato l’attenzione sul termine dei 30 anni di espiazione effettiva della pena del carcere previsto dalla riforma del 2022 per i reati ostativi, ricordando che i precedenti della giurisprudenza europea (Vinter c. Regno Unito e Bancksó c. Ungheria) individuano nei venticinque anni la soglia congrua entro cui collocare la prima effettiva possibilità di riesame. Come ha ricordato e scritto papa Francesco, “l’ergastolo è una pena di morte nascosta”. La decisione di Strasburgo riafferma che la speranza non è una concessione astratta, ma un principio giuridico vivente che mette al centro la dignità umana, bene indisponibile di ciascuna persona a prescindere dal reato commesso. fonte: https://www.antigone.it/news/3656-l-ergastolo-ostativo-e-un-trattamento-inumano-e-degradante-e-non-si-puo-applicare-retroattivamente-la-pronuncia-della-cedu-che-richiama-il-parere-di-antigone

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  • Dal 1 gennaio all’8 settembre 2026 al sistema di sorveglianza nazionale delle arbovirosi – coordinato dall’ISS – risultano: 265 casi confermati di Dengue (24 autoctoni mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 56% con luogo di esposizione Maldive, nessun decesso); 25 casi confermati di Chikungunya (1 autoctono mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 42% con luogo di esposizione Seychelles, nessun decesso); 3 casi di Zika virus (tutti associati a viaggi all’estero, nessun decesso). —> Per maggiori informazioni consulta la dashboard. —> Per i dati sulle infezioni da West Nile e Usutu virus consulta la pagina dedicata. —> Consulta anche la pagina generale sulla sorveglianza nazionale e i bollettini periodici. Leggi anche le FAQ dedicate al Toscana virus.   fonte: EpiCentro ISS

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  • L’Italia sta invecchiando, ma le nostre case, le nostre città e le politiche abitative sembrano non essersene ancora accorte. Quasi un anziano su due oltre i 75 anni vive solo in case spesso vecchie e insicure, costose da mantenere in quartieri dove i servizi sono carenti. Come cambieranno le nostre città quando un italiano su tre avrà più di 65 anni? Le case in cui viviamo sono davvero adatte a una società sempre più longeva? E cosa significa progettare quartieri capaci di contrastare solitudine, fragilità ed esclusione? Sono alcune delle domande al centro del Terzo Rapporto “Abitare la longevità. Politiche abitative e urbane generative di comunità“, promosso da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani, che sarà presentato martedì 15 settembre 2026, dalle ore 9.30 alle 13.30, presso Villa Lubin – CNEL, Viale David Lubin 2, Roma. Il Rapporto fotografa un Paese in piena trasformazione, attraversato da tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – che stanno cambiando profondamente il modo di vivere, abitare e costruire relazioni. Oggi gli over 65 sono quasi 15 milioni e nel 2040 saranno oltre 18 milioni, mentre aumentano le persone anziane che vivono sole e cresce il rischio di isolamento sociale. La ricerca lancia un messaggio chiaro: l’invecchiamento non può essere affrontato soltanto come una questione sanitaria o assistenziale. La qualità dell’abitare, la sicurezza degli spazi urbani, i servizi di prossimità e le reti di comunità sono fattori decisivi per garantire autonomia, benessere e partecipazione. Nel corso della presentazione saranno illustrati dati, scenari e proposte per ripensare le politiche abitative e la rigenerazione urbana, con l’obiettivo di costruire città più accessibili, inclusive e sostenibili. Tra le proposte: un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, nuove forme di residenzialità e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. Il Rapporto propone una prospettiva che riguarda l’intera società: una città progettata per le persone più fragili è una città migliore per tutti. L’impegno di Auser, Spi e Abitare anziani, nel campo della ricerca e della progettazione e realizzazione di soluzioni giuste ed eque per tutte le fasce sociali si accompagna all’agire di tutti i giorni a favore delle persone anziane e fragili, alla difesa e allargamento dei loro diritti. Per partecipare in presenza all’evento è necessario registrarsi a questo link fonte: https://auser.it/notizie/il-15-settembre-a-roma-presso-il-cnel-presentazione-del-terzo-rapporto-sulla-condizione-abitativa-degli-anziani/

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  • Proposta di legge di iniziativa popolare Firma per il diritto alla salute Rendiamo effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro. Firma QUI Come effettuare la firma Clicca sul pulsante e accedi con lo SPID, la CIE o la CNS Scorri l’elenco delle iniziative e clicca su “Sosteniamo il Servizio Sanitario Nazionale” (il numero dell’iniziativa è 6500013) Premi su sostieni iniziativa, clicca su continua e nuovamente su sostieni iniziativa I 5 pilastri della proposta 1. RISORSE Il livello di finanziamento del fondo sanitario nazionale non deve essere inferiore al 7,5% del PIL. 2. PERSONALE È necessario valorizzare economicamente e professionalmente il lavoro di chi tutela e promuove la salute. Bisogna garantire il personale necessario ad assicurare prevenzione, assistenza e cura con assunzioni a tempo indeterminato. I Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta devono progressivamente passare dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale. La spesa per il personale del SSN non deve più essere soggetta ad alcun tetto, e devono essere introdotti limiti alle esternalizzazioni. 3. TERRITORIO Deve essere assicurato il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale definita dal DM 77/2022 (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti, ecc.). 4. TEMPI DI ATTESA Deve essere garantito il rispetto dei tempi di attesa attraverso investimenti nel SSN per la presa in carico dei bisogni di salute delle persone. 5. NON AUTOSUFFICIENZA La salute delle persone anziane è una delle priorità del nostro Paese, da affrontare affermando il diritto all’assistenza e alle cure con una copertura pubblica, universale e uniforme. Sono necessarie politiche per rispondere ai bisogni delle persone anziane e non autosufficienti. Si deve dar seguito al potenziamento dell’assistenza domiciliare e al miglioramento dell’assistenza residenziale e semiresidenziale. Altre aree prioritarie salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, salute mentale, dipendenze, consultori familiari, farmaceutica e ricerca. Governo pubblico, programmazione e partecipazione per garantire universalità, uguaglianza, equità e globalità fonte: https://www.salutediritto.it/ vedi anche Appalti e sanità: ecco i click days …

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  • Il coordinamento nazionale per la Salute Mentale, con dolore profondo e sgomento, saluta il compagno e amico Roberto Loddo tragicamente e prematuramente scomparso. Nelle Radici dell’Albero che in questi anni ha rapresentato il Coordinamento e la Conferenza Salute Mentale c’è senza dubbio Roberto. Qui pubblichiamo il ricordo che “il manifesto” gli ha dedicato    «C’è qualcosa di spaventoso nei processi che stiamo vivendo. Il neoliberismo produce sopraffazione e violenza in tutte le periferie del mondo. Il nostro obiettivo è intercettare dalla Sardegna, periferia del mondo, le contraddizioni del sistema in ogni dimensione della società. E immaginare un’alternativa». Così Roberto Loddo in una recente intervista. Ora che Roberto non c’è più, la vita spezzata a 45 anni, presa in un grumo oscuro di dolore che nessuna delle persone a lui più vicine era riuscita a vedere, non è a «quel qualcosa di spaventoso» che vogliamo guardare. Vogliamo guardare alla forza di immaginare, alla volontà di costruire, oltre il presente del mondo, spaventoso, un ordine nuovo fatto non di chiusure ma di aperture, di possibilità offerte e non di costrizione imposta. Roberto è stato una straordinaria figura di militante che ha attraversato tutta la storia recente della sinistra sarda, in particolare cagliaritana. Una sinistra di movimento, aperta al dialogo con la sinistra istituzionale ma a partire dalla concretezza delle lotte aperte sui più diversi fronti: l’integrazione dei migranti, la parità di genere e il riconoscimento dell’identità di genere, l’ambiente, la pace. Molte delle sue energie sono state dedicate alla difesa della salute mentale e ai diritti dei cittadini privati della libertà. È stato uno degli animatori dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica e presidente della cooperativa Il giardino di Clara, che si occupa di assistere le persone che vivono la sofferenza mentale; ma ha anche lavorato a lungo a Radio Onde Corte, prima radio della salute mentale in Sardegna. Faceva parte della Conferenza su volontariato e giustizia, organo di rappresentanza delle associazioni del volontariato sardo nel mondo delle carceri. Dal gennaio del 2025 era entrato a far parte della segreteria regionale di Sinistra italiana come responsabile della comunicazione. Roberto era direttore del quindicinale on line il manifesto sardo. Era succeduto nell’incarico a Marco Ligas, tra i fondatori in Sardegna del collettivo «il manifesto» al momento della radiazione dal Pci. Una redazione, quella che lo attorniava, aperta al contributo di tutte le anime della sinistra sarda e impegnata a leggere la realtà dell’isola dentro i grandi processi storici che segnano la contemporaneità, tenendo insieme analisi e informazione. Lo scorso anno Il manifesto sardo e Roberto hanno dato un prezioso contributo organizzativo alla presentazione dell’inserto del manifesto dedicato a Luigi Pintor, Essenzialmente Pintor, in occasione del centenario della nascita di uno dei fondatori del giornale. «Roberto – così lo ricorda la giornalista Claudia Sarritzu, amica di una vita – era una casa. La sua casa nel vecchio quartiere di Stampace dove faceva incontrare le persone ma soprattutto, le idee. Roberto è la nostra città. Mare, colli, strade strette. Vento. Mi mancheranno quelle braccia larghe e quel sorriso in cui c’era tutta la speranza del mondo». fonte: https://ilmanifesto.it/addio-a-roberto-loddo-e-alla-sua-forza-di-immaginare

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  • Spi Cgil: “L’iniziativa del governo nega le tutele ai più fragili”. Crollano le domande col rischio di lasciare senza tutela anziani, disabili e non autosufficienti. La sperimentazione sull’invalidità civile, quella che era stata presentata come una grande riforma orientata alla semplificazione e alla modernizzazione, si sta rivelando un drammatico ostacolo burocratico. L’allarme è stato lanciato dallo Spi Cgil, che ha pubblicato un dettagliato dossier per fare luce sulle conseguenze delle nuove procedure. Il crollo delle domande Il dato di fondo che emerge è tanto chiaro quanto preoccupante: nelle sessanta province coinvolte nelle varie fasi della sperimentazione si sta verificando un crollo delle domande di invalidità civile. L’introduzione di meccanismi farraginosi e di nuovi adempimenti non sta snellendo l’iter, ma sta letteralmente scoraggiando migliaia di persone affette da disabilità, patologie croniche o gravi forme di non autosufficienza. Quasi 90mila domande svanite nel nulla Il dossier dello Spi supporta la denuncia con cifre dettagliate, che mostrano una contrazione progressiva e sempre più marcata con l’estendersi della sperimentazione sul territorio nazionale. Nella prima fase, avviata il 1° gennaio 2025 in nove province pilota, si è registrata una contrazione del 13% delle istanze rispetto al periodo precedente, con 19.871 domande in meno. La situazione si è aggravata con la seconda tranche, iniziata il 30 settembre 2025 in undici province: in questo caso la flessione è salita al 17%, pari a 15.335 pratiche mai avviate. Il picco negativo si è raggiunto con la terza fase della sperimentazione, estesa dal 1° marzo 2026 ad altre quaranta province, dove la flessione delle istanze ha toccato la cifra record del 30%, facendo registrare 54.440 domande mancanti. Oltre 100.000 disabili rischiano di restare esclusi Il bilancio complessivo nelle sessanta province monitorate descrive un quadro di estrema gravità: sono ben 89.646 le istanze di invalidità civile in meno rispetto ai periodi antecedenti l’avvio del nuovo sistema. Se questi parametri dovessero essere confermati su scala nazionale quando il meccanismo entrerà a pieno regime nel 2027, oltre 100mila persone disabili rischiano di restare escluse dal sistema di tutela pubblica. Cos’è l’invalidità e a chi spetta Fondamentale, secondo lo Spi, richiamare la distinzione che l’ordinamento italiano traccia tra previdenza e assistenza. L’invalidità civile è una prestazione di natura squisitamente assistenziale, ricorda il sindacato, garantita a tutti i cittadini e finanziata direttamente attraverso la fiscalità generale. Il suo scopo è offrire una rete di protezione economica fondamentale a chi presenta una riduzione rilevante della capacità lavorativa o gravissime limitazioni funzionali, a prescindere dal versamento di contributi lavorativi. Diversa è l’invalidità previdenziale, accessibile solo a chi ha accumulato una determinata storia contributiva nell’ambito delle gestioni pensionistiche obbligatorie. Imporre filtri complessi e barriere procedurali sul versante assistenziale significa colpire la fascia di popolazione più esposta, priva di altre forme di garanzia economica e priva degli strumenti per orientarsi nei meandri burocratici. Spi Cgil: questa è esclusione, non lotta agli abusi Non si tratta, secondo il sindacato dei pensionati, di una virtuosa e rigorosa azione di contrasto ai fenomeni di abuso o ai cosiddetti “falsi invalidi”. Quello a cui si sta assistendo è un vero e proprio sbarramento all’accesso al diritto, dove le difficoltà nell’inoltro delle domande finiscono per tagliare fuori i soggetti più deboli. Molti cittadini rinunciano ad avviare la procedura a causa della complessità dei nuovi iter digitali e del disorientamento provocato da normative in continua evoluzione. Le richieste al Governo: subito modifiche normative Di fronte a questa situazione, lo Spi Cgil chiede un immediato e drastico cambio di rotta da parte delle istituzioni e del Ministero competente. Il sindacato sollecita “interventi correttivi” sul piano normativo e operativo per ripristinare modalità d’accesso semplici, trasparenti e realmente alla portata di tutti. È indispensabile garantire che i cittadini disabili e le loro famiglie non siano lasciati soli a fronteggiare una burocrazia che cancella le tutele invece di garantirle. La sperimentazione, conclude lo Spi, deve essere sospesa o radicalmente rivista prima che il suo recepimento definitivo trasformi un diritto costituzionale in un privilegio accessibile a pochi: “I diritti non possono trasformarsi in un percorso ad ostacoli. È necessario cambiare rotta per evitare che migliaia di persone restino senza risposte e senza protezione”. Fonte: https://www.collettiva.it/copertine/welfare/invalidita-civile-la-sperimentazione-che-taglia-i-diritti-wtwze2ww Leggi l’approfondimento nel Dossier SPI CGIL

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  • La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi. Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute. Naturalmente la questione ha una portata che supera la vicenda giudiziaria. Nel suo ragionamento la Corte attribuisce grande importanza al patrimonio di conoscenze accumulato nel tempo. Non cerca la dimostrazione di un rapporto causale tra l’esposizione e la malattia di ciascun ricorrente, né individua uno studio epidemiologico decisivo, ma considera piuttosto la convergenza di indagini ambientali, epidemiologiche e sanitarie e si domanda se quanto era noto fosse sufficiente a rendere prevedibile il rischio e a richiedere misure efficaci di protezione. È un passaggio importante anche per la scienza perché mette al centro almeno due domande chiave: quanto dobbiamo sapere per agire quando sono in gioco rischi gravi e persistenti per la salute? E quale ricerca serve quando le conoscenze disponibili sono già sufficienti a giustificare la prevenzione? Molte conoscenze, distribuite in modo diseguale Negli ultimi dieci anni la ricerca sulla Terra dei Fuochi è proseguita intensamente. Facendo una rassegna personale su PubMed, su 23 lavori pubblicati tra il 2014 e il 2026 su ambiente e salute nella Terra dei Fuochi (o sovra o sotto insiemi) emerge una distribuzione piuttosto istruttiva: soltanto 2 sono studi di epidemiologia di popolazione; 7 riguardano biomonitoraggio umano, epidemiologia clinica e biomarcatori; 10 studiano ambiente, alimenti, indicatori di esposizione e relazioni One Health; 4 sono rassegne o contributi di integrazione delle evidenze, percezione del rischio e policy. È cresciuta soprattutto la capacità di descrivere ciò che avviene lungo la catena che collega contaminazione ed effetti biologici: metalli e altri contaminanti nelle matrici ambientali e alimentari, dose interna, biomarcatori, alterazioni molecolari, salute riproduttiva, microbioma. Alcuni lavori più recenti cercano opportunamente di integrare salute umana, animale e ambientale secondo una prospettiva One Health. L’epidemiologia di popolazione ha avuto uno sviluppo molto più limitato. Questo non significa che manchino dati sulla salute. Una parte rilevante delle informazioni proviene dai sistemi istituzionali: mortalità, ricoveri, registri tumori, anomalie congenite, studi SENTIERI. Il risultato è però un patrimonio conoscitivo ricco ma al tempo stesso frammentato, prodotto con scale geografiche troppo ampie, periodi di osservazione e finalità eterogenei e, soprattutto, riferito a periodi non sufficientemente aggiornati. Anche il quadro ambientale resta in evoluzione. Molte delle pressioni che hanno caratterizzato la Terra dei Fuochi non appartengono soltanto al passato: persistono siti contaminati, discariche e aree interessate da abbandono o gestione illecita dei rifiuti, mentre gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica procedono con tempi spesso molto lunghi. A ciò si aggiungono pressioni ambientali attuali, non necessariamente coincidenti con quelle che hanno originato la vicenda. Una geografia delle esposizioni così complessa rende ancora più necessario aggiornare e integrare la sorveglianza ambientale e sanitaria. A questa persistenza e trasformazione delle pressioni ambientali corrisponde un quadro sanitario che continua a presentare segnali di attenzione, anch’essi distribuiti in modo molto eterogeneo. I segnali sanitari persistono, ma cambiano da luogo a luogo Il Sesto Rapporto SENTIERI, pubblicato nel 2023 su dati di mortalità 2013-2017 e ospedalizzazione 2014-2018,  continua a rilevare nel Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano eccessi per mortalità generale, tumori e diverse patologie considerate a priori di interesse per le pressioni ambientali presenti. Ma lo stesso rapporto sottolinea un limite fondamentale: un’area comprendente 77 comuni è troppo vasta ed eterogenea perché un unico indicatore epidemiologico possa descriverla adeguatamente. Da qui la raccomandazione di sviluppare sorveglianza a scala comunale e sub-comunale e studi integrati ambiente-salute. L’Atlante regionale della mortalità 2006-2014, pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione nel 2020, aveva mostrato una distribuzione non omogenea degli eccessi.  La ASL Napoli 2 Nord presentava una mortalità generale significativamente superiore alla media campana in entrambi i sessi e diversi eccessi per cause specifiche; Caserta mostrava un profilo più selettivo. Dati più recenti della Regione Campania mostrano bene il problema della scala.  Nel Distretto 46 di Acerra, nel periodo 2020-2022, la mortalità per tutti i tumori non risulta complessivamente superiore a quella regionale, ma emergono eccessi rilevanti per alcune sedi: negli uomini, per esempio, i tassi sono più elevati per tumori della laringe, testa-collo e mieloma; nelle donne per laringe, testa-collo, stomaco, vescica e linfoma non Hodgkin. I piccoli numeri e gli ampi intervalli di confidenza impongono cautela, ma proprio questa instabilità mostra quanto servano osservazioni continuative e territorialmente dettagliate. La “Terra dei Fuochi”, dunque, è un nome necessario per identificare un fenomeno storico, ambientale e sociale, ma comprende una popolazione non uniformemente esposta a rischi ambientali, con uno stato di salute eterogeneo, con un profilo di vulnerabilità molto complesso. Comporre il puzzle La priorità scientifica diventa allora integrare conoscenze che oggi procedono ancora troppo spesso su binari paralleli, per comporre il percorso che dalle pressioni ambientali determina impatti sulla salute, passando attraverso la catena contaminazione-esposizione-effetti biologici precoci-malattia. La ricerca recente ha prodotto molte tessere di questo puzzle, specie nella parte centrale della catena, ma ciò che ancora di fatica a vedere è l’immagine complessiva. Conoscere come cambia questa catena da un territorio all’altro, quali popolazioni sono maggiormente esposte, come evolvono nel tempo esposizioni e salute non è solo uno scopo di ricerca ma una componente fondamentale per la sanità pubblica: conoscere quale parte dei cambiamenti osservati possa essere messa in […]

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  • La qualità di una democrazia dipende anche dalla qualità del suo spazio informativo. La possibilità di accedere a informazioni libere, affidabili, pluraliste e indipendenti è infatti una condizione essenziale per partecipare consapevolmente alla vita pubblica, esercitare i propri diritti e controllare l’operato delle istituzioni. Da questa prospettiva che CILD ha sviluppato, nell’ambito del progetto STRIVE-2026, un percorso di ricerca e advocacy dedicato alla libertà e al pluralismo dei media in Italia e, in particolare, al ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo. STRIVE-2026 è sostenuto attraverso un programma di regranting della Civil Liberties Union for Europe (Liberties), con il supporto dell’Unione europea. Il progetto si inserisce nel lavoro che CILD sta portando avanti sul tema della libertà dei media e libertà di espressione e segna anche la nascita della campagna Informazione bene comune, con l’obiettivo di affrontare la libertà dei media non soltanto come una questione che riguarda giornalisti, editori e operatori del settore, ma come uno degli elementi fondamentali della qualità democratica del Paese. Il risultato di questo lavoro è un pacchetto di tre materiali, pensati con funzioni diverse ma complementari: un Legal and Policy Report, un Advocacy Brief e una Roadmap per la riforma della RAI. L’informazione come infrastruttura democratica Il punto di partenza del Legal and Policy Report, “Informazione bene comune: perché la libertà dei media riguarda la democrazia”, è un cambio di prospettiva. Le trasformazioni degli ultimi decenni, dalla concentrazione della proprietà alla crisi economica del giornalismo, dalla crescente centralità delle piattaforme digitali alle minacce fisiche e legali contro i giornalisti, mostrano come oggi non sia sufficiente pensare alla libertà dei media soltanto come assenza di censura o di interferenze dirette dello Stato. L’informazione deve essere considerata un bene comune e l’insieme di soggetti, istituzioni, regole e tecnologie che ne consentono produzione, distribuzione e accesso come una vera e propria infrastruttura democratica. In questo quadro, l’European Media Freedom Act (EMFA) rappresenta un passaggio particolarmente importante. Per la prima volta l’Unione europea ha introdotto un quadro organico che interviene su vari aspetti dell’ambito mediale e informativo. Per CILD l’attuazione del regolamento può rappresentare un’occasione che l’Italia dovrebbe utilizzare non soltanto per adeguare formalmente la propria legislazione, ma per affrontare alcune delle fragilità strutturali del proprio ecosistema informativo. Reclaiming RAI: ripensare il servizio pubblico Uno dei principali banchi di prova è rappresentato dalla RAI. Per dimensioni, diffusione territoriale, capacità produttiva e presenza sulle diverse piattaforme, il servizio pubblico continua a essere uno degli attori più importanti dello spazio informativo italiano. Proprio per questo la sua indipendenza non riguarda soltanto l’organizzazione interna dell’azienda, ma la qualità dell’intero ecosistema democratico dell’informazione. A questo tema è dedicato l’Advocacy Brief “Reclaiming RAI: indipendenza del servizio pubblico come infrastruttura democratica”. L’articolo 5 dell’EMFA introduce standard europei sull’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico e richiede garanzie concrete sulle procedure di nomina e revoca dei vertici, sulla durata dei mandati, sul finanziamento e sui meccanismi di monitoraggio. L’attuale sistema italiano presenta ancora importanti criticità rispetto a questi standard. La questione non dovrebbe essere semplicemente chi nomina la RAI, ma quali regole siano capaci di proteggerne l’indipendenza indipendentemente dalla maggioranza politica del momento. Una roadmap per la riforma Accanto all’analisi, CILD propone alcune indicazioni operative. La Roadmap “Reclaiming RAI” individua un pacchetto minimo di condizioni attraverso cui valutare una riforma realmente coerente con l’EMFA: procedure pubbliche e criteri definiti in anticipo per le nomine; maggioranze qualificate che impediscano alla sola coalizione di governo di controllare il CdA; mandati sufficientemente lunghi e non coincidenti con il ciclo politico; un finanziamento pluriennale, adeguato e prevedibile; un sistema indipendente di monitoraggio dell’attuazione dell’articolo 5 dell’EMFA. La roadmap propone inoltre un percorso che, dalla gap analysis della normativa italiana, passi attraverso l’elaborazione degli interventi legislativi, il confronto istituzionale e con le istituzioni europee, fino alla successiva verifica dell’effettiva attuazione delle nuove garanzie. L’obiettivo è arrivare a un modello che protegga l’indipendenza del servizio pubblico per disegno istituzionale e non per equilibrio politico contingente. I prossimi passi Nelle prossime settimane CILD lancerà una campagna pubblica sul tema della riforma della RAI, organizzerà una serie di incontri con decisori politici e un workshop aperto a stakeholder attivi sul tema per discutere insieme delle prospettive di media e informazione in Italia. Scarica i documenti: Legal and Policy Report Advocacy brief Roadmap di riforma fonte: https://cild.eu/blog/2026/09/04/informazione-bene-comune-proposte-cild-unindipendenza-rai-piu-forte/

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  • Negli ultimi anni il dibattito sulla contenzione meccanica e farmacologica nei contesti della salute mentale ha assunto una rilevanza centrale, non solo dal punto di vista etico e deontologico, ma anche da quello clinico, giuridico e giurisprudenziale. Il principio del “No Restraint” non rappresenta una semplice opzione procedurale o uno slogan, ma si configura come un vero e proprio paradigma di cura. Fondato sul rispetto della dignità della persona, sui diritti umani fondamentali e sul valore della relazione terapeutica, questo approccio sfida i Servizi di Salute Mentale a superare pratiche coercitive che, anziché curare, rischiano di riprodurre traumi e stigma. Nonostante la vasta letteratura scientifica dimostri che la contenzione non possiede alcuna efficacia terapeutica e sia fonte di gravi rischi fisici e psicologici, sia per i pazienti sia per gli operatori, la sua applicazione rimane ancora diffusa e disomogenea nei diversi Servizi di Diagnosi e Cura (SPDC) sul territorio nazionale. Le ragioni di questa persistenza sono complesse e riconducibili a diversi fattori. Tra i fattori organizzativi rientrano le carenze di organico, il burn-out degli operatori e la frequente inadeguatezza degli spazi assistenziali. Sul piano culturale e formativo, incidono una percezione del rischio e della pericolosità influenzata dallo stigma, nonché una formazione spesso insufficiente sulle tecniche di de-escalation e di prevenzione dell’aggressività. Infine, permangono criticità di natura giuridica e professionale, legate all’apparente conflitto tra la posizione di garanzia del medico e dell’infermiere e la tutela della libertà e della dignità del paziente. Il presente Convegno si propone come uno spazio di confronto multidisciplinare finalizzato a promuovere una svolta culturale, sostenendo il passaggio da una cultura della custodia e del controllo a una cultura della cura, dell’ascolto e dell’alleanza terapeutica; a condividere buone pratiche e modelli virtuosi, attraverso la presentazione delle esperienze degli SPDC e dei Dipartimenti di Salute Mentale “No Restraint” presenti in Italia e l’analisi degli strumenti organizzativi e clinici che rendono possibile il superamento della contenzione; ad approfondire gli aspetti etico-giuridici, esaminando il quadro normativo vigente, la giurisprudenza della Corte di Cassazione e le raccomandazioni delle Regioni e delle organizzazioni internazionali in materia di tutela dei diritti umani nella salute mentale; infine, a valorizzare la prospettiva degli utenti e dei familiari, dando voce a chi ha vissuto l’esperienza della contenzione o del percorso di cura, al fine di promuovere una reale coprogettazione dei servizi.  IL PROGRAMMA e le INFO per partecipare FacebookTwitter

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  • L’inquinamento chimico delle acque superficiali e sotterranee continua a rappresentare una minaccia per l’ecosistema acquatico. Per questo motivo, il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea (UE) hanno adottato una nuova Direttiva (2026/805, del 30 marzo 2026) che amplia, tra l’altro, l’elenco di sostanze prioritarie (sostanze chimiche che possono dare un rischio per salute umana e per l’ambiente) includendo contaminanti emergenti quali i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), diversi farmaci, pesticidi e biocidi che hanno un impatto rilevante sulla biodiversità e sulla salute umana. La nuova Direttiva apporta modifiche a: la direttiva 2000/60/CE, che istituiva un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque la direttiva 2006/118/CE, sulla protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento la direttiva 2008/105/CE, relativa a standard di qualità ambientale nel settore della politica delle acque. È noto che l’utilizzo delle analisi chimiche non è sufficiente a rilevare gli effetti di tutti i potenziali contaminanti presenti in un determinato corpo idrico e sono quindi necessari nuovi metodi ecotossicologici (Effect-Based Methods, EBMs) in vitro e in vivo che possano rilevare gli effetti sinergici di miscele di sostanze chimiche. In questo contesto da diversi anni l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) coordina insieme al Joint Research Center (JRC) della Commissione Europea, nell’ambito della strategia di implementazione comune della Direttiva Quadro Acque, un gruppo di lavoro europeo che ha elaborato due report tecnici riguardanti l’utilizzo di EBMs per valutare lo stato di qualità chimico delle acque superficiali. Questi metodi ecotossicologici possono rilevare effetti collegati alla salute umana quali quelli genotossici, neurotossici, embriotossici e di interferenza endocrina. Tale attività è svolta in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) che coordina l’attuazione e l’implementazione delle citate Direttive. Sulla base di questa attività, con la Direttiva 2026/805 sono stati inseriti i metodi “basati sugli effetti” con specifici obblighi giuridici di applicazione per gli Stati Membri dell’UE. In particolare, per un periodo di due anni gli Stati Membri dovranno monitorare la presenza di sostanze ad azione estrogenica nei corpi idrici, usando metodi di monitoraggio basati sugli effetti, in un certo numero di siti selezionati in cui i tre ormoni estrogeni [17-beta estradiolo (E2), estrone (E1) e 17-alfa-etinilestradiolo (EE2)] della Direttiva sono monitorati al fine di ottenere risultati comparabili. Entro il 1 dicembre 2027, la Commissione europea (CE) adotterà inoltre un atto di esecuzione che stabilisce le specifiche tecniche per il monitoraggio delle sostanze ad azione estrogenica utilizzando metodi di monitoraggio basati sugli effetti. La CE pubblicherà una relazione in cui verranno confrontati i risultati ottenuti con i metodi di analisi convenzionali e quelli ottenuti con i metodi basati sugli effetti valutando la possibilità di usare una soglia di allerta (trigger value) basata sugli effetti per gli estrogeni con la finalità di screening a sostegno della valutazione dello stato chimico. Un altro aspetto rilevante è che nell’ambito dei futuri riesami, non appena i metodi basati sugli effetti saranno pronti per essere utilizzati anche per altre sostanze prioritarie (ad esempio quelle ad azione genotossica o neurotossica), la Commissione valuterà la possibilità di imporre agli Stati membri di utilizzare questi metodi, ove necessario, almeno inizialmente in parallelo ai metodi di analisi convenzionali e valuterà la possibilità di fissare le soglie di allerta corrispondenti. In conclusione la pubblicazione della nuova Direttiva, con l’inserimento per la prima volta dei metodi di monitoraggio delle acque superficiali basati sugli effetti, tenendo conto quindi anche del rischio derivante dalle miscele potrà garantire una più efficiente e migliore protezione della salute umana e dell’ambiente. Questi metodi infatti potranno avere anche una importante funzione di screening e di sistema di allerta necessari per adottare le misure più adatte al fine di ridurre gli effetti dell’inquinamento chimico nei corpi idrici europei. Risorse utili Il documento completo “Direttiva (UE) 2026/805 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 marzo 2026, recante modifica della direttiva 2000/60/CE, che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque, della direttiva 2006/118/CE, sulla protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento, e della direttiva 2008/105/CE, relativa a standard di qualità ambientale nel settore della politica delle acque (Testo rilevante ai fini del SEE)” fonte: EpiCentro ISS Testo scritto da: Mario Carere, Ines Lacchetti, Melissa. Barra, Walter. Cristiano, Kevin di Domenico, ValentinaPantano, Aurora Mancini – Dipartimento Ambiente e Salute, Unità Ecosistemi e Salute, ISS

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