Letizia Lo Giudice scrive sui casi dei presunti scafisti nei tribunali italiani per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto
Dieci anni fa un peschereccio con a bordo 348 persone venne soccorso nel Mediterraneo. Al timone un ragazzo egiziano: non ha organizzato il viaggio né incassato un euro. I trafficanti libici lo lasciarono lì dopo quattro ore, andando via su una moto d’acqua. Lui rimase seduto, motore acceso, ad aspettare i soccorsi. Fu condannato a sette anni e 8.700.000 euro di multa: 25.000 euro per ogni passeggero. Sono centinaia le storie come questa. La gente li chiama tutti “scafisti”. Ma con quella parola si assimilano e si giudicano, anche moralmente, due figure del tutto diverse: il trafficante, quello che organizza il viaggio, incassa il biglietto e rimane a terra, e il migrante messo al timone per paura, sotto minaccia o per uno sconto sulla traversata. Per la legge italiana sono tutti uguali.
L’articolo 12 del Testo unico immigrazione non fa prigionieri. Punisce chiunque compia “atti diretti” a procurare l’ingresso irregolare: non serve che il viaggio arrivi a destinazione, né che ci sia un guadagno. Il profitto, che il diritto internazionale pone al centro del traffico di migranti, da noi è solo un’aggravante. Alcune sentenze individuano il profitto, “anche indiretto”, finanche nello sconto sul biglietto. Praticamente ricorre sempre. Dopo il naufragio di Cutro le pene sono aumentate ancora: da sei a sedici anni per le ipotesi aggravate, fino a trent’anni con il nuovo reato di morte o lesioni. A scontarle, però, sono soprattutto i passeggeri al timone, perché i banchi dei trafficanti in aula sono sempre deserti. Nell’applicazione concreta, la trappola di una norma dalle maglie così larghe perpetua l’ingiustizia. Le accuse si fondano sulle dichiarazioni raccolte dagli altri passeggeri, nell’immediatezza dello sbarco; poi spariscono. Con una forzatura interpretativa queste vengono acquisite in dibattimento in quanto irripetibili, anche se si sapeva già che sarebbero spariti. Le ricognizioni si svolgono talvolta comparando l’indagato a persone del tutto diverse da lui, rendendo più facile ai testimoni credere di individuare proprio l’accusato. Lo stato di necessità viene negato perché il pericolo sarebbe stato “scelto” salendo sulla barca. Un passeggero senegalese, rivelatosi incapace di guidare il gommone, è stato condannato; il ragazzo che lo aveva sostituito al timone, processato da un altro giudice per lo stesso fatto, è stato assolto proprio per stato di necessità. I trafficanti abbandonano i barconi in acque internazionali ponendo in pericolo vite umane, ma quando viene arrestato il passeggero che hanno posto al timone, lo si processa e condanna asserendo che quel pericolo ha concorso a realizzarlo lui.
È di qualche mese fa la scarcerazione di Alaa Faraj per l’apertura del giudizio di revisione della sua condanna a trent’anni per essere stato ritenuto responsabile della “strage di Ferragosto”. Ha già scontato dieci anni in carcere da innocente e come lui ce ne sono tanti altri seppelliti tra le celle sovraffollate delle carceri italiane. Non conosciamo i loro nomi, ma stanno pagando con la negazione della libertà e del proprio futuro il prezzo di una lotta al traffico internazionale di esseri umani che lo Stato si affanna a declamare e rivendicare, senza preoccuparsi di renderla effettiva. Anche un solo innocente in carcere è un fallimento per lo Stato di diritto. Arrestare le persone sbagliate e lasciare i veri colpevoli fuori, liberi di rifarlo ancora, non è forse la più grande ingiustizia che un sistema possa infliggere alle persone e ai cittadini che invece dovrebbe proteggere? Per questo il contrasto alle migrazioni irregolari va ripensato e riscritto, guardando al fenomeno senza il paraocchi propagandistico del contrasto a chiunque purché sia straniero, recuperando le distinzioni tra gli esseri umani, tra i passeggeri e gli scafisti, perché quel nome odioso non ricorra più a sproposito.
