Adolescenti e social network. di Riccardo Lo Parrino

La questione del rapporto fra benessere degli adolescenti e social network anima il dibattito pubblico a vari livelli, sociale, culturale, antropologico, filosofico, scientifico, politico. Essa costituisce un campo di studio estremamente complesso, proprio perché i diversi livelli in gioco si intersecano e si sovrappongono, complicando non poco l’analisi scientifica.


I social network sono entrati ormai da molti anni a fare parte della vita di un numero sempre maggiore di uomini e donne, di varia età, livello di formazione, stato socio-economico, in numerose parti del mondo. Essi hanno progressivamente cambiato fisionomia per rispondere sempre più alla domanda dei consumatori che, delle grandi piattaforme sono, più o meno consapevolmente, i migliori promotori. Il prodotto maggiormente richiesto attualmente dagli adolescenti consiste in un profilo digitale sempre più personalizzato, messo dagli stessi a disposizione di Instagram, Facebook, TikTok, che lo utilizzano per proporre contenuti coinvolgenti, capaci di intercettare i loro desideri.  Più sviluppato è il sistema di personalizzazione dei profili digitali, più è in grado di neutralizzarne gli aspetti perdenti ed esaltarne quelli affascinanti, più attrattivo è il social network. Se l’obiettivo degli adolescenti è vedere soddisfatto il loro bisogno di ammirazione, quello delle big companies è che il consumatore rimanga quanto più tempo possibile sulla piattaforma per trarne il massimo profitto.

Detto ciò, piaccia o no, è difficile immaginare le vite dei giovani e dei giovanissimi disgiuntamente dai social network. E’ una condizione, questa, oggi quasi impensabile.

Come operatori che si occupano della salute mentale dei giovani dovremmo chiederci se sia estendibile anche allo spazio del web quella funzione temporaneamente suppletiva e rassicurante (qualcosa che rimanda allo “spazio psichico allargato” di Philippe Jeammet[1]) che si trovano nella vita reale a svolgere persone, gruppi, luoghi attorno all’adolescente, funzione utile alla espansione delle sue capacità psichiche di ristrutturazione di sé nella  costruzione dell’identità adulta. Perché se la risposta fosse affermativa, lo sguardo preoccupato con cui si guarda al rapporto fra adolescenti e social network potrebbe almeno in parte distendersi. Purtroppo, come sopra accennato, non rassicura il fatto che i social network abbiano nel tempo, paradossalmente, perso sempre più la loro natura “sociale” originaria: da spazi di incontro, luoghi da abitare per comunicare, stare insieme, relazionarsi, si sono trasformati in passerelle in cui esibire se stessi, preferibilmente il meglio del proprio “sé algoritmico” (John Cheney-Lippold)[2], ad altri che, catturati da  video brevi ed immagini altamente impattanti, possono esprimere un assenso o un dissenso, in un flusso temporale potenzialmente illimitato, perché studiato dalle piattaforme per essere tale.

La questione del rapporto fra benessere degli adolescenti e social network anima il dibattito pubblico a vari livelli, sociale, culturale, antropologico, filosofico, scientifico, politico. Essa costituisce un campo di studio estremamente complesso, proprio perché i diversi livelli in gioco si intersecano e si sovrappongono, complicando non poco l’analisi scientifica. Degli studi oggi disponibili, alcuni analizzano aspetti parziali e discreti del problema (ad esempio la misura dello screentime, cioè del tempo trascorso davanti allo schermo – Neza Stiglic e Russel M Viner, 2019[3]), perdendone di vista la complessità; altri, al contrario, mettono insieme dati troppo genericamente aggregati, in cui sono incluse moltissime variabili. Inevitabile che le conclusioni a cui arrivano i diversi studi siano poco chiare, confutabili e spesso contrastanti.

Nel 2023 la National Academies of Sciences, Engineering and Medicine[4] ha costituito una commissione ad hoc,  con l’auspicio di ottenere risposte esaustive circa il nesso fra social media e salute degli adolescenti. Impossibile non rimanere impressionati, infatti, dalla innegabile coincidenza fra la diffusione dell’utilizzo dei social media nella popolazione giovanile e la crescita quasi improvvisa, dall’inizio degli anni ’10 di questo secolo, nella generazione Z (i nati fra il 1997 e il 2012), dei problemi di salute mentale, in particolare dei disturbi internalizzanti, come ansia e depressione, sino alla ideazione suicidaria e al tentato suicidio, soprattutto nelle ragazze (Jean M Twenge, Jonathan Haidt,et al, 2022)[5].

Chi sperava che la Commissione desse una risposta univoca e incontrovertibile alla domanda “i social network fanno male oppure no alla salute mentale dei giovani”, è rimasto deluso. A dicembre 2023 la Commissione ha pubblicato un rapporto conclusivo, fornendo risultati che mostrano un quadro patchwork, coì sintetizzato da Sandro Galea, epidemiologo membro della Commissione: “While some users, using social media in particular ways, may have their mental health adversely affected, for many others there will be no such harm, and others still the experience will be helpful“. I lavori della Commissione hanno tuttavia espresso la necessità che le tech companies (poche compagnie detentrici di un potere planetario), gli enti regolatori e i policymakers, si impegnino a massimizzare quanto di buono le piattaforme sono in grado di offrire e a minimizzare quanto di negativo e potenzialmente dannoso in esse vi è.

Queste conclusioni non hanno convinto alcuni tenaci assertori del collegamento diretto fra uso di social network e malessere psicologico giovanile. Fra questi c’è Jonathan Haidt, psicologo della New York University’s Stern School of Business, autore del bestseller internazionale “The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood is Cousing an Epidemic of Mental Illness”[6]. L’autore individua 2 fattori principali che sarebbero confluiti  fra il 2010 e il 2015  nel determinare quello che egli chiama il “Great Rewiring of Childhood”, presupposto all’insorgenza burrascosa e dilagante della sofferenza psicologica adolescenziale a cui stiamo assistendo: il declino dell’infanzia Play-based e la crescita dell’infanzia Phone-based.  Il mondo adulto, secondo l’analisi di Haidt, non sarebbe stato in grado di proteggere i bambini da ciò che veniva loro proposto nel mono virtuale,  e cioè un prodotto disegnato per creare dipendenza. Nella sezione finale del libro l’autore offre ai lettori suggerimenti pratici  per non perseverare in pratiche potenzialmente dannose per i bambini, fra i  quali non dare loro uno smartphone come primo telefono, ritardare la consegna dello smartphone e l’apertura di account su qualsiasi piattaforma almeno  sino all’ingresso nella scuola superiore, favorire il gioco con altri bambini, cercare di inserirli in stabili comunità del mondo reale.

Le critiche a tale posizione, ritenuta da alcuni studiosi non sostenuta da evidenze scientifiche abbastanza forti, eccessivamente rigida, semplicistica, oltreché colpevolizzante i genitori, non hanno tardato ad arrivare. Una delle più nette è quella pubblicata nel 2024 su Nature da Candice L. Odgers[7], professoressa di scienze psicologiche e informatiche della University of California.  Un approfondimento delle argomentazioni portate da Odgers è possibile attraverso l’ascolto [8] (o la lettura [9]) di uno stimolante confronto fra la stessa Odgers e Haidt organizzato dall’University of Virginia nell’ambito della IX conferenza annuale Youth-Nex 2024. Il dibattito, che fornisce per altro numerosi riferimenti bibliografici, si snoda in una serie di argomentazioni e contro argomentazioni messe in campo dai due studiosi vigorosamente, punto per punto, verrebbe da dire, ”senza esclusione di colpi”.  Odgers sottolinea come nel 90% degli studi oggi disponibili non sia possibile distinguere causa ed effetto. In altre parole, potrebbe essere che si trovino a trascorrere più tempo online i ragazzi che hanno già problemi di salute mentale. Il nesso causa-effetto fra social network e disturbi mentali verrebbe meno totalmente. Ma l’obiezione più consistente mossa agli studi e alle deduzioni di Haidt riguarda un approccio considerato riduzionista a un problema come quello dell’origine e dello sviluppo dei disturbi mentali in età evolutiva, a cui contribuiscono fattori multipli e interconnessi, sia di tipo biologico che ambientale: “se…ci si limita a guardare l’andamento delle curve, – afferma Odgers– per poi cercare di costruire una spiegazione a posteriori, il rischio è di far combaciare i dati con le nostre teorie preesistenti” .

Tante sono le divergenze, dunque, fra gli studiosi, ma non mancano,  punti di convergenza sui quali merita soffermarsi a riflettere. Primo fra tutti, l’impegno a uno sguardo attento degli adulti al mondo dei bambini e degli adolescenti che garantisca il diritto a una crescita sana, al benessere fisico e psicologico, a tutti, indipendentemente da dove siano nati e da dove provengano i loro genitori. La domanda che gli adulti in ruoli di responsabilità devono porsi è questa, riprendendo le parole di Odgers: “Di cosa ha bisogno (un giovane) per crescere e prosperare in un mondo sempre più incerto, diseguale, inquietante e, sì, digitale?” La risposta è una responsabilità primaria della politica. Un’infanzia Play-based è certamente auspicabile, ma essa è possibile solo grazie ad azioni politiche che la sostengano concretamente, che sostengano i genitori, garantendo loro un lavoro dignitoso adeguatamente remunerato e una casa in cui abitare, ampliando le tutele della maternità e della paternità, offrendo  nidi pubblici, scuole vivibili, luoghi di aggregazione per i più piccoli. L’azione politica dovrebbe esercitarsi anche attraverso una pressione, forte e inequivocabile, sulle aziende tecnologiche perché le piattaforme siano progettate partendo da un requisito fondamentale, la sicurezza. Muoversi in sicurezza nel mondo offline richiede che i bambini e i ragazzi vi siano accompagnati gradualmente da parte degli adulti, nel tempo della loro crescita; allo stesso modo essi impareranno ad abitare il mondo virtuale in maniera sicura a condizione che gli adulti siano in grado di colmare la “frattura digitale” che spesso da quel mondo li separa, talvolta loro malgrado, e si impegnino per non lasciarli navigare da soli in spazi per lo più sconosciuti. L’educazione digitale riguarda dunque, in primo luogo, il mondo adulto.

E’ interessante che segnali positivi di cambiamento nel mondo dei social, già in atto, seppure in maniera circoscritta, nascano proprio dalla generazione Z. Ne sono un esempio i cosiddetti digital campfire (Sara Wilson)[10], gruppi che utilizzano piattaforme come Telegram, Discord, Whatsapp come luoghi circoscritti – bivacchi attorno a un fuoco – di socialità attiva (condivisione di interessi, opinioni, dibattito su temi specifici), recuperando lo spirito originario, sociale appunto, delle prime piattaforme digitali, e sottraendosi alla famelica, divoratrice macchina dei network tradizionali.

E’ un bell’insegnamento di cui fare tesoro.

Riccardo Lo Parrino, Neuropsichiatra Infantile, Azienda USL Toscana Centro

Riferimenti

  1. Jeammet Philippe (1980), Réalité interne, réalité externe. Importance de leur spcificité et de leur articulation à l’adolescence. Rev fran. Psychanal, 44, 3-4, pp. 481-521
  2. Cheney-Lippold John (2011), A new Algorithmic Identity: Soft biopolitics and the modulation of control, “Theory, Culture and Society”, 28(6), pp. 164-181
  3. Stiglic Neza, Viner Russel M, Effects of screentime on the health and well-being of children and adolescents: a systematic review of rewies, BMJ, 2019 Jen 3; 9 (1), https://doi.org/10.1136/bmjopen-2018-023191
  4. National Academies of Sciences, Engineering and Medicine (2023), “Social Media and Adolescent Health”
  5. Twenge Jean M, Haidt Jonathan et al (2022), “Specification curve analysis shows that social media use is linked to poor mental health especially among girls”, Acta Psychologica, vol 224 https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2022.103512
  6. Haidt Jonathan (2024) “The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood is Cousing an Epidemic of Mental Illness”, Penguin Books Ltd
  7. Candice L. Odgers ( 2024)“The great rewiring: is social media really behind an epidemic of teenage mental illness?,” Nature, Nature, vol. 628(8006), pages 29-30
  8. Conversation with Candice Odgers and Jonathan Haidt “Making Sense of the Research on Social Media & Youth Mental Health”, University of Virginia, 9th Annual Yoouth-Nex 2024, https://tyde.virginia.edu/livestream-odgers-haidt/
  9. Odgers Candice, Haidt Jonathan (2024) Social media e salute mentale dei giovani: quale nesso? MicroMega 3/2025 pp.189-219
  10. Wilson Sara (2020) “The Era of Antisocial Social Media “, Harvard Business Review https://hbr.org/2020/02/the-era-of-antisocial-social-media

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2025/07/adolescenti-e-social-network/

Print Friendly, PDF & Email