
Una città può farci ammalare. Traffico, inquinamento atmosferico, rumore, caldo, sedentarietà, scarsità di verde, isolamento sociale e difficoltà di accesso ai servizi non sono problemi separati: sono caratteristiche dell’ambiente urbano che incidono quotidianamente sulla salute.
Ma vale anche il contrario. Una città può essere progettata in modo da ridurre l’esposizione ai rischi, favorire attività fisica e relazioni sociali, proteggere dal caldo, garantire accesso al verde e ai servizi essenziali e rendere più facile vivere bene anche senza automobile.
È questo il senso di una “città che cura”. Non una città trasformata in un grande ospedale, ma un ambiente urbano nel quale la prevenzione comincia prima dell’ingresso nel sistema sanitario.
L’Organizzazione mondiale della sanità parla da tempo di healthy urban planning: una pianificazione che mette le persone e le comunità al centro e valuta le conseguenze delle decisioni urbanistiche sulla salute e sul benessere. La questione riguarda sempre di più anche l’equità, perché le popolazioni economicamente e socialmente più fragili tendono a vivere nei quartieri maggiormente esposti a traffico, rumore, caldo e carenza di verde.
La salute si costruisce anche fuori dagli ospedali
La sanità interviene prevalentemente quando un problema di salute si è già manifestato. La città, invece, può incidere sui determinanti della salute ogni giorno.
L’OMS ricorda che sistemi di trasporto urbano mal progettati contribuiscono a incidentalità stradale, inquinamento atmosferico e acustico e ostacolano l’attività fisica; la scarsità di verde, l’isola di calore urbana e la mancanza di spazi per camminare o pedalare sono a loro volta associate a condizioni meno favorevoli alla salute.
Questo significa che molte decisioni apparentemente “urbanistiche” sono anche decisioni sanitarie: quanto spazio assegnare alle automobili, dove localizzare una scuola, quanto verde mantenere in un quartiere, se costruire un marciapiede continuo, se consentire nuove abitazioni lungo una grande arteria stradale, se un anziano possa raggiungere a piedi una farmacia o un ambulatorio.
Il principio dovrebbe essere semplice: prima di approvare una trasformazione urbana, chiedersi anche quali effetti produrrà sulla salute.
Il verde è un’infrastruttura sanitaria, non un ornamento
Tra gli elementi più studiati c’è il verde urbano. Parchi, alberi, giardini e altri spazi naturali possono favorire attività fisica, ridurre lo stress, aumentare le occasioni di relazione sociale e contribuire a ridurre caldo, rumore e alcuni inquinanti atmosferici.
WHO Europe sottolinea che gli spazi verdi urbani possono produrre benefici sia diretti sia indiretti sulla salute, compresi effetti sul benessere mentale e sulla mortalità. Ha sviluppato anche GreenUr, uno strumento destinato alle città per stimare disponibilità, accessibilità e possibili benefici sanitari degli spazi verdi.
Ma il dato quantitativo non basta. Un grande parco distante diversi chilometri non sostituisce necessariamente piccoli spazi verdi accessibili quotidianamente. Conta la distribuzione, la vicinanza alle abitazioni, l’accessibilità per bambini, anziani e persone con disabilità, la qualità della vegetazione, la sicurezza e la possibilità di utilizzare realmente lo spazio.
Il criterio quindi non dovrebbe essere soltanto quanti metri quadrati di verde possiede una città, ma quanti cittadini possano raggiungere facilmente un luogo verde di qualità.
Anche l’acqua può curare la città
Lo stesso vale per gli spazi blu: fiumi, canali, laghi, coste e altre superfici d’acqua.
WHO Europe evidenzia come gli ambienti naturali e gli spazi blu possano favorire salute mentale, attività fisica, socialità e qualità urbana, purché siano accessibili e gestiti in sicurezza.
Recuperare un fiume urbano significa quindi qualcosa di più che realizzare un’opera paesaggistica. Può creare percorsi pedonali e ciclabili, aumentare biodiversità, ridurre il caldo, offrire spazi di socialità e, quando la rinaturalizzazione è progettata correttamente, contribuire anche alla gestione delle acque.
La città che cura non separa quindi salute, natura, adattamento climatico e qualità dello spazio pubblico.
Una città più fresca è una città più sana
Le ondate di calore stanno rendendo evidente quanto il modo in cui costruiamo le città incida sul rischio sanitario.
Edifici, asfalto e superfici impermeabili accumulano calore durante il giorno e lo restituiscono durante la notte, creando l’isola di calore urbana. Nei quartieri più densi e meno verdi le temperature possono rimanere elevate proprio nelle ore nelle quali l’organismo dovrebbe recuperare.
Ambientenonsolo ha recentemente approfondito il rapporto tra caldo e salute nelle città attraverso il progetto H2C, che sottolinea l’urgenza di integrare adattamento climatico e prevenzione sanitaria.
Alberi con chiome sufficientemente grandi, ombra lungo i percorsi pedonali, parchi, acqua, materiali meno assorbenti, de-impermeabilizzazione e ventilazione urbana non sono quindi soltanto elementi di progettazione ambientale: possono diventare misure di sanità pubblica.
Camminare dovrebbe essere la scelta più semplice
Una parte consistente dell’attività fisica quotidiana non deriva dallo sport, ma dagli spostamenti ordinari.
Se scuole, negozi, servizi e fermate del trasporto pubblico sono raggiungibili a piedi o in bicicletta, muoversi diventa parte della vita quotidiana. Se invece le distanze sono grandi, le strade insicure e i marciapiedi insufficienti, l’automobile diventa quasi obbligatoria.
L’OMS ricorda che una quota elevata degli spostamenti automobilistici europei riguarda distanze molto brevi: circa il 30% è inferiore a tre chilometri e la metà a cinque chilometri.
Questo significa che urbanistica e mobilità possono trasformare l’attività fisica da scelta individuale a caratteristica strutturale dell’ambiente urbano.
Ambientenonsolo ha raccontato proprio questa impostazione nelle linee guida milanesi per la mobilità attiva, dove camminare e pedalare vengono considerate infrastrutture di salute, sicurezza, accessibilità e inclusione.
La prossimità non è soltanto una questione di minuti
La cosiddetta città dei 15 minuti ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla distanza tra abitazioni e attività quotidiane. Ma la vera questione non è se un servizio si trovi esattamente a quindici minuti.
Conta se le persone possano raggiungere facilmente:
- scuole;
- servizi sanitari;
- alimentari;
- trasporto pubblico;
- verde;
- strutture sportive;
- luoghi di socialità;
- servizi amministrativi e culturali.
Una città nella quale le necessità quotidiane richiedono continui spostamenti automobilistici produce traffico, emissioni e sedentarietà, ma crea anche una forma di esclusione per chi non guida: bambini, adolescenti, anziani, persone con disabilità o famiglie che non dispongono di un’automobile.
La prossimità è quindi anche una politica di autonomia e uguaglianza.
Lo spazio pubblico può produrre salute
Nel 2025 Ambientenonsolo ha già raccontato il rapporto delle Nazioni Unite Healthier Cities and Communities Through Public Spaces, che considera gli spazi pubblici una leva per attività fisica, salute mentale, relazioni sociali e riduzione delle disuguaglianze.
Una piazza ombreggiata, una strada scolastica, una panchina, un percorso pedonale continuo o un piccolo giardino possono sembrare interventi modesti rispetto a una grande infrastruttura. Eppure modificano concretamente la possibilità di uscire di casa, incontrare altre persone, muoversi e trascorrere tempo all’aperto.
Questo è particolarmente importante per anziani, bambini e persone con minore autonomia.
La qualità dello spazio pubblico dovrebbe quindi essere valutata anche sulla base della domanda: chi riesce realmente a usarlo?
Progettare anche per chi ha otto o ottant’anni
Una città progettata prevalentemente intorno all’adulto che guida un’automobile produce inevitabilmente barriere per molti altri cittadini.
Un bambino dovrebbe poter raggiungere progressivamente scuola e amici senza dipendere sempre da un accompagnatore. Una persona anziana dovrebbe poter camminare trovando marciapiedi continui, attraversamenti sicuri, ombra e luoghi dove sedersi. Una persona con disabilità dovrebbe trovare percorsi realmente accessibili.
La città che cura utilizza quindi una prospettiva life-course: considera le esigenze delle persone lungo tutto l’arco della vita.
Questo cambia anche la progettazione. Una panchina non è semplice arredo urbano; può determinare se una persona anziana riesca o meno a percorrere una certa distanza. Un attraversamento sicuro può cambiare l’autonomia di un bambino. Un marciapiede senza ostacoli decide concretamente se una persona in carrozzina possa utilizzare autonomamente la strada.
Ridurre traffico significa curare più problemi insieme
Poche politiche urbane producono contemporaneamente tanti effetti sanitari quanto la riduzione della dipendenza dall’automobile.
Meno traffico può significare:
- meno inquinamento atmosferico;
- meno rumore;
- meno incidenti;
- più spazio per camminare e pedalare;
- minori emissioni climalteranti;
- più spazio pubblico;
- maggiore autonomia per chi non guida.
Il rapporto MobilitAria 2026, analizzato da Ambientenonsolo, mostra però che le grandi città italiane rimangono ancora lontane dagli obiettivi di mobilità sostenibile e qualità dell’aria.
Il problema quindi non è soltanto introdurre veicoli meno inquinanti. Una città elettrificata ma ancora congestionata mantiene occupazione dello spazio, incidentalità, sedentarietà e una parte del rumore.
La politica sanitaria più efficace è ridurre la necessità di utilizzare continuamente l’automobile.
Il rumore deve entrare nell’urbanistica
Lo stesso ragionamento vale per l’inquinamento acustico.
Una persona può trascorrere anni vivendo lungo un’arteria trafficata, una ferrovia o vicino a un aeroporto. Intervenire soltanto con doppi vetri significa proteggere in parte l’interno dell’abitazione, ma non il balcone, la strada, il giardino o il sonno quando le finestre sono aperte.
La pianificazione dovrebbe quindi evitare di aumentare ulteriormente la popolazione residente nelle zone più esposte e utilizzare le mappe acustiche per orientare trasformazioni e interventi.
Una città che cura dovrebbe cercare anche di progettare la quiete, mantenendo e creando aree nelle quali sia possibile sottrarsi almeno temporaneamente al rumore urbano.
Respirare aria migliore non dipende solo dalla tecnologia dei veicoli
La qualità dell’aria è probabilmente il rapporto più evidente tra ambiente urbano e salute. Ma anche qui l’urbanistica conta.
Densità, posizione delle strade, forma degli edifici, distanza dalle sorgenti, presenza del verde e mobilità influenzano l’esposizione.
Le politiche più efficaci dovrebbero quindi combinare riduzione delle emissioni con riduzione dell’esposizione: scuole, strutture sanitarie e residenze per anziani non dovrebbero essere localizzate dove le concentrazioni sono maggiori senza una valutazione sanitaria preventiva.
Il progetto SalPIAm, per esempio, studia congiuntamente qualità dell’aria, rumore e salute nelle città portuali italiane proprio per individuare scenari di intervento capaci di ridurre le esposizioni delle comunità.
Salute e disuguaglianze non possono essere separate
La città non distribuisce in modo uniforme benefici e rischi.
Quartieri ricchi di alberi, servizi, trasporto pubblico e spazi pedonali possono trovarsi a poca distanza da aree attraversate da infrastrutture, prive di verde e maggiormente esposte a caldo e inquinamento.
WHO Europe sottolinea che le popolazioni socialmente svantaggiate tendono spesso a essere esposte agli ambienti urbani peggiori.
Per questo una politica urbana orientata alla salute non dovrebbe semplicemente aumentare la media cittadina di verde o piste ciclabili. Dovrebbe chiedersi dove gli interventi producano il maggiore beneficio sanitario e riducano le maggiori disuguaglianze.
Anche gli interventi sul verde devono essere valutati in questa prospettiva. WHO Europe sottolinea che i benefici possono essere particolarmente rilevanti per i gruppi socioeconomici più svantaggiati, ma che progettazione e coinvolgimento delle comunità sono decisivi perché gli spazi siano realmente utilizzati.
Evitare la “green gentrification”
Esiste però un possibile paradosso.
Un quartiere reso più verde, accessibile e piacevole può aumentare rapidamente di valore. Se affitti e prezzi immobiliari crescono, le persone che avrebbero dovuto beneficiare maggiormente dell’intervento possono essere costrette a trasferirsi.
È il fenomeno noto come green gentrification.
Questo significa che politiche ambientali e sanitarie devono essere accompagnate, quando necessario, da politiche abitative e sociali. Altrimenti un intervento progettato per ridurre le disuguaglianze può finire per spostarle altrove.
Una città che cura deve quindi proteggere non soltanto gli ecosistemi urbani, ma anche la possibilità delle persone di continuare ad abitare i quartieri migliorati.
Valutare la salute prima delle trasformazioni
Se la città influenza così profondamente la salute, una conseguenza logica sarebbe utilizzare molto di più la Health Impact Assessment – Valutazione di Impatto Sanitario nelle grandi trasformazioni urbane.
WHO Europe considera la valutazione degli effetti sulla salute uno degli strumenti per integrare urbanistica e salute.
Prima di approvare un grande quartiere, un nuovo asse viario, un centro commerciale o una trasformazione urbanistica significativa sarebbe utile stimare:
- variazioni dell’esposizione all’inquinamento;
- rumore;
- opportunità di attività fisica;
- accesso al verde;
- esposizione al caldo;
- incidentalità;
- accessibilità ai servizi;
- effetti sulle disuguaglianze.
Non per impedire ogni trasformazione, ma per scegliere tra alternative diverse quella che produce migliori risultati anche dal punto di vista sanitario.
Misurare gli effetti e non soltanto le opere
Una città può dichiarare di avere costruito cinquanta chilometri di piste ciclabili, piantato diecimila alberi o realizzato nuovi parchi. Sono indicatori utili, ma descrivono ciò che è stato fatto, non necessariamente ciò che è cambiato.
Una politica orientata alla salute dovrebbe invece misurare:
- quante persone raggiungono un parco a piedi;
- quante camminano o pedalano di più;
- quanto è diminuita l’esposizione al caldo;
- quante persone respirano aria migliore;
- quante vivono in aree meno rumorose;
- se sono diminuite le disuguaglianze tra quartieri.
WHO Europe sottolinea proprio la necessità di valutare gli effetti sanitari e distributivi degli interventi sul verde urbano e di integrare monitoraggio e valutazione nella progettazione.
Il criterio dovrebbe diventare: non quante opere abbiamo realizzato, ma quanto abbiamo migliorato le condizioni di vita.
Una politica sanitaria che attraversa tutti gli assessorati
Il limite principale della “città che cura” è anche organizzativo.
Salute, urbanistica, mobilità, ambiente, verde, politiche sociali e casa sono generalmente affidati a settori amministrativi differenti. Ma i determinanti della salute urbana attraversano tutte queste competenze.
Il movimento WHO Healthy Cities, nato negli anni Ottanta e ancora oggi attivo, insiste proprio sulla necessità di leadership politica locale, collaborazione intersettoriale, partecipazione delle comunità ed equità.
La salute dovrebbe quindi diventare una domanda trasversale in ogni grande scelta comunale:
quali conseguenze produrrà questa decisione sulla salute delle persone e su quali gruppi ricadranno benefici e costi?
Dalla città che ripara alla città che previene
Quando caldo, inquinamento, rumore, sedentarietà o isolamento producono malattia, il sistema sanitario deve intervenire. Ma una parte di quei rischi avrebbe potuto essere ridotta molto prima.
Una città che cura è soprattutto una città che previene.
Non esiste una singola infrastruttura capace di renderla sana. Serve una combinazione di politiche: verde vicino alle persone, mobilità attiva e trasporto pubblico, meno traffico, spazi pubblici accessibili, quartieri di prossimità, protezione dal caldo e dal rumore, aria più pulita, natura urbana e servizi distribuiti equamente.
La questione fondamentale è smettere di considerare la salute come competenza esclusiva degli ospedali e delle aziende sanitarie.
Ogni piano urbanistico, ogni strada, ogni parco, ogni nuova scuola e ogni trasformazione dello spazio pubblico contribuiscono a costruire l’ambiente nel quale le persone trascorreranno anni della propria vita.
Per questo la domanda da porre prima di trasformare una città non dovrebbe essere soltanto quanto costa, quanto traffico genera o quanti metri quadrati costruisce.
Dovrebbe essere anche:
questa scelta renderà più facile o più difficile vivere in salute?
Quando questa domanda diventerà ordinaria nelle decisioni urbane, la prevenzione uscirà finalmente dagli ambulatori ed entrerà nelle strade, nei quartieri e nelle piazze.
Per approfondire su Ambientenonsolo
- Città e comunità più sane attraverso gli spazi pubblici
Il rapporto ONU sugli spazi pubblici come strumenti di salute, attività fisica, benessere mentale, socialità e riduzione delle disuguaglianze.
https://ambientenonsolo.com/citta-e-comunita-piu-sane-attraverso-gli-spazi-pubblici/ - Caldo e salute nelle città: perché l’adattamento urbano è ormai una priorità
Il rapporto tra isola di calore, caratteristiche urbane, vulnerabilità e prevenzione sanitaria.
https://ambientenonsolo.com/caldo-e-salute-nelle-citta-perche-ladattamento-urbano-e-ormai-una-priorita/ - Milano e la mobilità attiva: dalle linee guida una visione di città più sana, sicura e inclusiva
Camminare e pedalare considerati come infrastrutture di salute pubblica, accessibilità e qualità urbana.
https://ambientenonsolo.com/milano-e-la-mobilita-attiva-dalle-linee-guida-una-visione-di-citta-piu-sana-sicura-e-inclusiva/ - MobilitAria 2026: le città italiane restano lontane dagli obiettivi di mobilità sostenibile e aria pulita
Il quadro delle principali città italiane tra traffico, trasporto pubblico, qualità dell’aria e transizione urbana.
https://ambientenonsolo.com/mobilitaria-2026-le-citta-italiane-restano-lontane-dagli-obiettivi-di-mobilita-sostenibile-e-aria-pulita/ - L’arboricoltura urbana come infrastruttura verde e opera pubblica
Per approfondire il ruolo degli alberi urbani come vera infrastruttura ambientale e sanitaria e non come semplice arredo.
https://ambientenonsolo.com/larboricoltura-urbana-come-infrastruttura-verde-e-opera-pubblica-con-il-cam-verde-pubblico/ - Scandicci, il diritto alla mobilità sostenibile al centro del Forum di Legambiente Toscana
Mobilità interpretata come diritto all’accesso a lavoro, scuola, servizi, cura e spazio pubblico, con attenzione alle disuguaglianze.
https://ambientenonsolo.com/scandicci-il-diritto-alla-mobilita-sostenibile-al-centro-del-forum-di-legambiente-toscana/
