Esperienze italiane di Primary Health Care. di Martina Consoloni

Le esperienze raccolte, diverse per contesto, obiettivi e configurazioni, mettono in evidenza alcune costanti: il ruolo cruciale della prossimità e del radicamento territoriale; la forza delle reti interprofessionali; la capacità trasformativa della partecipazione, quando sostenuta da alleanze stabili. Allo stesso tempo, mostrano le fragilità strutturali che spesso accompagnano le innovazioni dal basso: assenza di strumenti di valutazione, carenza di raccordi istituzionali, dipendenza da risorse estemporanee.



Le esperienze raccolte, diverse per contesto, obiettivi e configurazioni, mettono in evidenza alcune costanti: il ruolo cruciale della prossimità e del radicamento territoriale; la forza delle reti interprofessionali; la capacità trasformativa della partecipazione, quando sostenuta da alleanze stabili. Allo stesso tempo, mostrano le fragilità strutturali che spesso accompagnano le innovazioni dal basso: assenza di strumenti di valutazione, carenza di raccordi istituzionali, dipendenza da risorse estemporanee.

Che cosa significa oggi costruire salute nei territori, a partire dalle comunità e da un’idea di cura centrata sulle persone, e non sulle prestazioni? Come tornare a immaginare la salute come diritto e la cura come pratica sociale orientata all’equità? La pubblicazione del libro “Esperienze orientate alla Primary Health Care in Italia. Un percorso di mappatura”[1], edito da Cultura e Salute Editore Perugia, prova a rispondere a queste domande, restituendo un mosaico di esperienze che nel nostro Paese stanno trasformando – spesso in modo silenzioso ma incisivo – il modo di intendere e fare cure primarie.

Il volume nasce nell’ambito di “MedicInRete – Formazione e Networking per le Cure Primarie”, un progetto promosso dal Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, in collaborazione con l’Alleanza per le Cure Primarie e la Campagna Primary Health Care Now or Never, e grazie al finanziamento della Fondazione Banca Popolare di Milano. Nel 2024, nella prima edizione del progetto, sono stati coinvolti oltre cento medici provenienti da tutta Italia, che stanno completando la propria formazione in Medicina Generale o in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie, o che hanno da poco iniziato a esercitare la professione.[2] L’obiettivo principale del progetto, in prosecuzione anche nel 2025, è quello di sostenere i giovani medici e incoraggiarli a divenire protagonisti del cambiamento, facendosi promotori in prima persona di progetti innovativi nel campo delle cure primarie.[3] Per questo, MedicInRete ha promosso momenti di formazione e autoformazione sui principi della Primary Health Care[4], insieme a laboratori dedicati allo scambio di buone pratiche, al confronto tra approcci e contesti lavorativi differenti e al rafforzamento delle competenze interprofessionali. Inoltre, da giugno 2024, è stato avviato un percorso di “mappatura” di esperienze italiane orientate, più o meno esplicitamente, ai principi della Primary Health Care. La metodologia ha previsto l’utilizzo di una scheda che ha guidato i partecipanti nella raccolta e sistematizzazione di diverse informazioni relative a ciascuna esperienza: gli attori coinvolti, le forme di governance e coordinamento, le modalità con cui sono finanziate e rese sostenibili nel tempo, i meccanismi di integrazione con altri attori o servizi, i dispositivi di monitoraggio e valutazione, le strategie eventualmente messe in atto per promuovere la partecipazione della comunità e/o per sostenere percorsi di formazione e ricerca.

Il percorso di mappatura ha permesso ai partecipanti di confrontarsi tra loro e con chi quelle esperienze le ha ideate e/o le vive quotidianamente. In alcuni casi, i partecipanti hanno deciso di analizzare le realtà entro cui sono direttamente coinvolti come professionisti. Questa dimensione dialogica e autoriflessiva si è rivelata fondamentale in un’ottica di apprendimento collettivo: non solo ha consentito di mettere in luce i punti di forza e le criticità delle diverse iniziative, ma ha anche generato spunti operativi per immaginare nuove progettualità nei contesti territoriali. A partire da questo processo, è stata raccolta una selezione di 37 esperienze provenienti da molteplici realtà locali, che spaziano dalle sperimentazioni in medicina di gruppo alle strategie di presa in carico delle persone con bisogni di cure palliative, includendo anche percorsi di prevenzione e promozione della salute rivolti a soggettività marginalizzate, spesso costruiti in sinergia con il Terzo settore e gli Enti locali, oltreché ambulatori popolari autorganizzati. Queste esperienze, pur nella loro eterogeneità, condividono alcuni elementi chiave: il lavoro in équipe multidisciplinari e intersettoriali, l’integrazione socio-sanitaria, l’ascolto dei bisogni della popolazione, la presa in carico globale, la partecipazione delle comunità.

Ogni esperienza documentata non si limita a descrivere ciò che funziona, ma ne evidenzia anche limiti e criticità. Per questo, non si tratta di una serie di modelli da replicare, ma di esperienze da leggere, discutere, eventualmente da ripensare.

Le esperienze incluse nel volume rappresentano il risultato di questo lavoro collettivo di indagine, di analisi e di restituzione. L’idea della pubblicazione nasce dalla volontà di far emergere e mettere in relazione queste esperienze territoriali. Lo strumento della mappatura, infatti, non si propone di misurare o valutare, ma di riconoscere e valorizzare ciò che già esiste, anche se spesso è poco conosciuto o non pienamente integrato nelle strategie istituzionali. Come spiega Ardigò Martino nelle “Premesse metodologiche” del volume: “Nella tradizione occidentale moderna, la cartografia è stata utilizzata come dispositivo di potere, uno strumento di delimitazione e controllo, un mezzo per tracciare confini e stabilire gerarchie tra i territori e i saperi a partire dal punto di vista di chi detiene il potere di narrare e definire […] Nelle geografie diseguali della sanità globale, i territori non sono tutti uguali: ci sono territori che curano e territori dell’abbandono, luoghi in cui la salute è un diritto garantito e luoghi in cui la salute è un privilegio difficile da ottenere. Mappare significa rompere questo squilibrio, far emergere le realtà sommerse, dare visibilità a chi lotta ogni giorno per costruire forme di assistenza più eque […] Questa mappa, dunque, non è una fotografia statica, ma un dispositivo in movimento. Non si chiude su se stessa, ma si propone come un invito all’azione, alla sperimentazione, alla creazione di nuove reti. È una mappa che non delimita, ma apre. Non traccia confini, ma crea passaggi”.

Tra le esperienze raccolte nel volume vi è il Centro di Cultura Socio Sanitaria (CCSS) di Pieve Emanuele (MI), nato nel 2022 in risposta alla carenza di medici di medicina generale dovuta a numerosi pensionamenti. Promosso da un “comitato di crisi” che ha riunito MMG, istituzioni locali e altri attori del territorio, il CCSS ospita oggi ambulatori di medicina generale, servizi di segreteria e continuità assistenziale, oltre alla presenza di pediatra, assistente sociale, infermiere e diversi professionisti sanitari che offrono prestazioni a tariffe calmierate. Il centro, che al momento della mappatura non era ancora riconosciuta come Casa della Comunità[5], ha inoltre attivato collaborazioni con scuole, associazioni e farmacie. Tra i suoi punti di forza spiccano gli “ambulatori aperti”, che prevedono – previo consenso del paziente – visite congiunte tra personale medico, paramedico e sociale per una presa in carico globale. Una criticità rilevata riguarda invece la mancanza di un raccordo strutturato con l’ospedale.

Un’altra esperienza significativa tra quelle raccolte è quella della Medicina di Gruppo “Alma Ata” di Quart (AO)[6], nata nel 2022 dalla volontà di un gruppo di giovani dottoresse di lavorare insieme secondo una visione condivisa della cura. L’approccio cooperativo e orizzontale si traduce nella gestione condivisa del carico assistenziale, nelle riunioni settimanali di équipe, nelle attività di formazione e autoformazione, e nel forte legame con la comunità locale. L’esperienza è caratterizzata da attenzione costante alle relazioni interne e da pratiche di autovalutazione, ma mostra anche la consapevolezza della necessità di sviluppare strumenti più strutturati di monitoraggio e valutazione.

A Tarzo (TV), un piccolo comune collinare del Veneto, si è invece sviluppata una rete di collaborazione interprofessionale che coinvolge MMG, servizi sociali, amministrazione comunale e associazioni locali. Il progetto ha attivato uno sportello di supporto psicologico, diversi percorsi di promozione della salute e prevenzione, un servizio di trasporto gratuito. In prospettiva, si lavora a introdurre “prescrizioni sociali”[7] e “prescrizioni verdi”[8]. L’esperienza mostra come anche in contesti rurali sia possibile costruire percorsi di salute comunitaria integrata, pur in assenza di strategie per un solido coordinamento e con risorse limitate.

Sempre a titolo di esempio, è stato documentato anche il progetto Su.Pr.Eme promosso dall’ONG Medici con l’Africa Cuamm nella Capitanata (FG). Grazie a una clinica mobile e a una équipe multidisciplinare, l’esperienza ha raggiunto migliaia di braccianti stranieri esclusi dal sistema sanitario, offrendo cure di base, orientamento socio-sanitario, mediazione culturale, e costruendo fiducia. Nonostante il riconoscimento dell’OMS come buona pratica internazionale[9], la sostenibilità economica dell’intervento è minata dalla discontinuità dei finanziamenti.

Le esperienze raccolte, diverse per contesto, obiettivi e configurazioni, mettono in evidenza alcune costanti: il ruolo cruciale della prossimità e del radicamento territoriale; la forza delle reti interprofessionali; la capacità trasformativa della partecipazione, quando sostenuta da alleanze stabili. Allo stesso tempo, mostrano le fragilità strutturali che spesso accompagnano le innovazioni dal basso: assenza di strumenti di valutazione, carenza di raccordi istituzionali, dipendenza da risorse estemporanee. Nel contesto delle cure primarie, in cui le pratiche locali tendono a restare frammentate e difficilmente riconoscibili nei quadri istituzionali, riteniamo che la possibilità di ricostruire e sistematizzare percorsi innovativi possa configurarsi come una leva conoscitiva e strategica per avviare nuove sperimentazioni.

Il volume, in questo senso, non rappresenta un punto di arrivo, ma vorrebbe generare nuovi dialoghi, connessioni e progettualità. “Esperienze orientate alla Primary Health Care in Italia” vuole essere un patrimonio condiviso per chi lavora nella sanità territoriale, per chi si occupa di programmazione, per il Terzo settore e per tutte le persone impegnate a costruire salute in modo più giusto e collaborativo. Non è un libro di ricette, ma una raccolta di pratiche che dimostrano che innovare, nel campo delle cure primarie, è ancora possibile.

Martina Consoloni (Gruppo di coordinamento di MedicInRete, Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS)

Per ulteriori informazioni e aggiornamenti sul progetto MedicInRete, è possibile scrivere a: medicinrete@marionegri.it

Riferimenti

[1] Alcuni capitoli del volume sono disponibili in Open Access a questo indirizzo: https://www.edizioniculturasalute.com/prodotto/esperienze-orientate-alla-primary-health-care-in-italia-un-percorso-di-mappatura/

[2]  Per approfondire le attività realizzate nel 2024 nell’ambito del progetto MedicInRete si rimanda a: https://www.marionegri.it/magazine/giovani-medici-al-centro-della-riforma-delle-cure-primarie-in-italia-il-progetto-medicinrete-traccia-i-risultati-del-primo-anno-di-lavoro

[3] In questo contesto, il concetto di “innovazione” non è  inteso necessariamente come sinonimo di novità assoluta: piuttosto, si riferisce alla capacità di mettere in discussione gli assetti organizzativi consolidati e di ripensare le pratiche di lavoro per rafforzare l’equità, l’accessibilità, la partecipazione, l’integrazione tra diversi attori o servizi, a partire un’attenta lettura dei bisogni delle comunità e degli stessi professionisti. Ciò può avvenire anche a partire da esperienze già sviluppate altrove e che, proprio per questo, richiedono un attento lavoro di adattamento ai contesti locali.

[4] Il progetto MedicInRete ha assunto come fondamento teorico-pratico il Libro Azzurro per la Riforma delle Cure Primarie in Italia, disponibile a: https://sites.google.com/view/il-libro-azzurro-della-phc/home

[5] Nel maggio 2025 è stato ufficialmente sottoscritto un “Protocollo d’intenti e azioni operative” che sancisce che il Centro di Cultura Socio-Sanitaria di Pieve ha i requisiti per diventare la Casa di Comunità Spoke. Si veda: https://www.temasalute.it/web/index.php/list-all-categories/23-sanita/273-a-pieve-emanuele-esperienza-pilota-di-casa-di-comunita

[6] La Medicina di Gruppo “Alma Ata” è stata riconosciuta dall’Istituto Mario Negri come “realtà virtuosa”. Si veda: https://www.lavalleenotizie.it/media-valle/lambulatorio-di-quart-e-nel-progetto-medicinrete-un-esempio-virtuoso/

[7] Le “prescrizioni sociali” sono interventi che mettono in relazione i pazienti con servizi e attività non cliniche presenti nella comunità. A questo proposito si veda il Toolkit sviluppato dall’OMS: https://www.who.int/publications/i/item/9789290619765

[8] Le “prescrizioni verdi” sono interventi che promuovono il contatto con la natura come parte integrante della cura, in alternativa o in complemento ai farmaci. Vengono utilizzate in particolare per patologie croniche non trasmissibili (come diabete, obesità, malattie cardiovascolari, depressione, dolore cronico) e per il benessere psicologico e fisico complessivo. Si veda: https://www.prescrizioniverdi.it/

[9] Per approfondire si veda il report dell’OMS che cita l’esperienza tra le best bractices per migliorare la salute delle persone rifugiate e migranti: https://www.who.int/publications/i/item/9789240067110

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2025/10/esperienze-italiane-di-primary-health-care/

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