Prevenire la demenza conviene. di Tiziana Lavalle

L’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023, ha descritto che il costo sociosanitario complessivo della demenza in Italia è di circa 23 miliardi di euro l’anno, di cui il 63% a carico delle famiglie. Le Linee Guida italiane 2024 sulla diagnosi e il trattamento della demenza  quantificano la prevalenza di demenza nel paese in 1.150.691 casi. Applicando il 45% di prevenibilità teorica stimato dalla Lancet Commission 2024 a questo dato, si arriva a una cifra di circa 10,3 miliardi di euro l’anno di costi potenzialmente evitabili.


L’Italia è il terzo paese al mondo per quota di popolazione over 65 (24%) e ospita oggi circa due milioni di persone con demenza o decadimento cognitivo lieve (1). Nei prossimi vent’anni questo numero è destinato a crescere in modo significativo e con esso la pressione su servizi diagnostici, residenzialità e caregiver familiari. Di fronte a questo scenario, il dibattito pubblico italiano si concentra quasi esclusivamente su due fronti: la diagnosi precoce e l’assistenza ai malati già conclamati. Manca, salvo eccezioni, un terzo argomento, quello che in altri ambiti della sanità pubblica, dalla cardiologia alla salute mentale, è ormai parte stabile del linguaggio dei decisori: il ritorno economico della prevenzione primaria. Non è un dettaglio terminologico. È una lacuna con conseguenze dirette sull’allocazione delle risorse.

Quanto della demenza è davvero prevenibile

Le linee guida del WHO, già nel 2019 evidenziavano la possibilità di prevenire circa il 30% dei casi di demenza e del decadimento cognitivo lieve agendo su fattori di rischio modificabili, quali attività fisica, alimentazione, controllo della pressione arteriosa, salute uditiva, isolamento sociale, stimolazione cognitiva (2). La Lancet Standing Commission on dementia, nel 2024 ha portato questa stima al 45%, identificando 14 fattori di rischio modificabili lungo l’intero corso della vita (3). Tali dati sono stati confermati anche da uno studio italiano condotto nell’ASL 3 di Napoli (4). Sono numeri che, applicati alla popolazione italiana, implicano centinaia di migliaia di casi potenzialmente evitabili o ritardabili nei prossimi decenni. Il punto cruciale, dal punto di vista di chi pianifica la spesa sanitaria, non è soltanto che la prevenzione sia possibile, ma che esista ormai una letteratura economica che ne documenta la convenienza in termini di costo-efficacia.

Figura 1. Demenze. Distribuzione dei fattori di rischio potenzialmente modificabili, nell’arco della vita. Lancet 2024.

L’evidenza internazionale sul ritorno economico

Il Maintain Your Brain, condotto in Australia su oltre 6.000 partecipanti tra 55 e 77 anni con almeno due fattori di rischio modificabili, ha testato un programma multidominio (attività fisica, nutrizione, stimolazione cognitiva, gestione di ansia e depressione) erogato online: a tre anni, la valutazione economica condotta nell’ambito del Sax Institute’s 45 and Up Study ha mostrato un profilo favorevole, con un miglioramento della cognizione globale a fronte di costi sanitari diretti non significativamente superiori rispetto al gruppo di controllo (5). La valutazione di costo-efficacia di lungo periodo del trial multidominio finlandese FINGER, che nel 2015 ha aperto questo filone di ricerca, conferma lo stesso pattern su un orizzonte pluridecennale: una dominanza economica del programma, con un risparmio netto di costi assistenziali accompagnato da un guadagno in anni di vita ponderati per qualità (QALY) rispetto alle cure standard (6). In Canada, una valutazione economica costruita sui dati del Global Burden of Disease 2021 ha stimato che un intervento digitale rivolto a persone con decadimento cognitivo lieve produrrebbe rapporti costo-efficacia incrementali (7). Una revisione sistematica pubblicata su Alzheimer’s Research & Therapy, conclude che gli interventi erogati prima della diagnosi di demenza o nelle fasi di decadimento cognitivo lieve risultano generalmente costo-efficaci nel lungo periodo, mentre l’evidenza resta più incerta quando l’intervento arriva dopo una diagnosi già conclamata (8).

Il pattern che emerge da queste fonti indipendenti è coerente: prima si interviene nel percorso di malattia, più alto è il ritorno economico atteso.

Cosa sta facendo l’Italia

Sul piano nazionale, l’Italia ha investito risorse reali nella gestione della demenza. Il Fondo per l’Alzheimer e le Demenze, istituito nel 2021 con una dotazione di 15 milioni di euro per il triennio 2021-2023 e rifinanziato con 34,9 milioni per il 2024-2026, ha prodotto risultati concreti: la mappatura dei Centri per i Disturbi Cognitivi e Demenze, le prime linee guida nazionali per la diagnosi e il trattamento elaborate con metodologia GRADE-ADOLOPMENT, e un percorso di formazione degli operatori sanitari, documentati in una recente analisi pubblicata su BMJ Public Health (1). È un investimento che merita di essere riconosciuto (4). Salemme et al. (9) hanno analizzato i 21 Piani Regionali di Prevenzione italiani. Il risultato è che tutte le regioni intervengono sull’inattività fisica, ma nessuna ha un programma strutturato su istruzione, depressione o ipoacusia (il fattore con il quoziente preventivo più alto, 8.2%).

Resta però un punto debole: la spesa sanitaria si concentra prevalentemente su diagnosi, governance e formazione. È un disallineamento comprensibile: i benefici della prevenzione si manifestano a distanza e si distribuiscono su più capitoli di spesa, previdenza, lavoro, assistenza familiare, rendendo il ritorno economico invisibile a chi sostiene il costo dell’intervento nell’immediato.

E’ possibile costruire un calcolo elementare dei costi evitabili con i dati oggi disponibili?

L’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023, ha descritto che il costo sociosanitario complessivo della demenza in Italia è di circa 23 miliardi di euro l’anno, di cui il 63% a carico delle famiglie (10). Le Linee Guida italiane 2024 sulla diagnosi e il trattamento della demenza e del Mild Cognitive Impairment, basate su uno studio curato dalla Facoltà di Economia di Tor Vergata, quantificano la prevalenza di demenza nel paese in 1.150.691 casi (11). Applicando il 45% di prevenibilità teorica stimato dalla Lancet Commission 2024 (3) a questo dato, si arriva a una cifra di circa 10,3 miliardi di euro l’anno di costi potenzialmente evitabili. Questo numero va letto con cautela perché è un limite teorico di popolazione, raggiungibile solo a regime, dopo che l’esposizione ridotta ai fattori di rischio nella popolazione di mezza età si fosse tradotta in minori diagnosi alcuni decenni più tardi. Inoltre, il costo medio per caso, ottenuto dividendo il totale per il numero di casi, mescola stadi di malattia e contesti di cura molto diversi tra loro, dalla persona ancora autonoma al paziente istituzionalizzato.

Una possibile alternativa di calcolo sarebbe la conversione in euro degli anni di vita in buona salute (DALY). La regola più citata al mondo, quella della Commissione OMS del 2001, valuta un DALY tra una e tre volte il PIL pro capite del paese, una cifra compresa tra circa 37.000 e 112.000 euro per l’Italia (12). L’OMS, nel 2016, ha poi raccomandando di costruire costi-opportunità specifici per ciascun paese (13). L’OCSE ha un approccio basato sulla “disponibilità a pagare”, osservata empiricamente, per ridurre il rischio di morte (Value of Statistical Life). L’aggiornamento pubblicato nell’ottobre 2025 raccomanda un valore di base di circa 8,7 milioni di dollari per i paesi dell’Unione Europea (14), che corrisponde, secondo revisioni indipendenti, a circa 158.000 euro per anno di vita statistico, ossia quattro o cinque volte il PIL pro capite italiano (15).

Perché questo argomento conta ora

Non si tratta di sostituire la diagnosi precoce o l’assistenza con la prevenzione: sono leve complementari, non alternative. Ma la documentazione del ritorno sull’investimento ha una funzione specifica, di advocacy verso i decisori chiamati ad allocare risorse scarse tra specialità sanitarie diverse, ciascuna con la propria letteratura economica consolidata. Il prossimo triennio del Fondo Demenze (2027-29) rappresenta una finestra concreta per tradurre l’evidenza economica in programmi strutturati di popolazione, non solo in percorsi diagnostico-assistenziali. La domanda che i decisori regionali e aziendali dovrebbero porsi non è più se prevenire la demenza convenga, ma quale quota della spesa sanitaria siano disposti a spostare verso un investimento il cui ritorno, seppure distribuito su orizzonti lunghi e su settori diversi da quello sanitario, è ormai documentato da fonti convergenti e indipendenti.  Mancano, in Italia, due elementi precisi: un sistema di monitoraggio dei fattori di rischio modificabili a livello di popolazione, equivalente a quanto il SISM realizza per la salute mentale, e una stima ufficiale del ROI della prevenzione della demenza, costruita su dati nazionali e non importata da modelli internazionali (16).

Progetti di riduzione del rischio o differimento dell’insorgenza di disturbi cognitivi sono presenti nel territorio di Modena e Bologna: le Palestre della Memoria dedicate ad over 65aa. La valutazione di impatto, utilizzando il Social Return of Investment (SROI), è di 4,44€ per ogni euro speso. Misurando con test validati il mantenimento o il miglioramento dello stato cognitivo e della qualità della vita, le i costi evitati a 5-10 anni, a ricerca scientifica potrebbe valutare anche la possibilità di realizzare altre “soft care” per la salute cognitiva e cerebrale e calcolarne il ROI in Italia, a supporto del valore delle attività.


Scheda di impatto 1 anno di attività Palestra delle Memoria: valore sociale prodotto (outcome)

Maggiore socialità, maggiori capacità cognitive, maggiore autostima e autonomia. Proxy monetario: 15 persone x 12 incontri x 2 ore x 5€/ora di assistenza/compagnia non spesi/minori spese voluttuarie = 1800€ e per 2 cicli anno 3600€.

Costi emergenti:

Costo della formazione dei volontari (12 ore) a cura del personale sanitario = 200€

Costo della supervisione di due operatori di AUSL (4 pe rogni ciclo) = 200€

Materiale: 160€ – Uso sala per incontri: 250€

Totale = 810€/anno

SROI = 3600 / 810 = 4,44


Tiziana Lavalle PhD, già Dirigente Sanitaria, Prof. a contratto Scuola di Politiche Sanitarie

Bibliografia

  1. Ancidoni A, Salemme S, Marconi D, et al. Advancing dementia care: a review of Italy’s public health response within the WHO Global Action Plan and European strategies. BMJ Public Health. 2025;3:e002250.
  2. World Health Organization. Risk reduction of cognitive decline and dementia: WHO guidelines. Geneva: WHO; 2019.
  3. Livingston G, Huntley J, Liu KY, et al. Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet Standing Commission. Lancet. 2024;404(10452):572-628.
  4. Porrello MC, Ancidoni A, Fabrizi E, Locuratolo N, Piscopo P, Vanacore N, Mazzola M (a cura di). 18° Convegno. I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze e la gestione integrata della demenza. Istituto Superiore di Sanità. Roma, 27-28 novembre 2025. Riassunti. Roma: Istituto Superiore di Sanità, 2025 (ISTISAN Congressi 25/C3).
  5. Welberry HJ, Ku LE, Shih STF, et al. The cost-effectiveness of an online intervention to prevent dementia: results from the Maintain Your Brain (MYB) randomised controlled trial. J Prev Alzheimers Dis. 2025.
  6. Wimo A, Handels R, Antikainen R, et al. Dementia prevention: the potential long-term cost-effectiveness of the FINGER prevention program. Alzheimers Dement. 2023;19(3):999-1008.
  7. Fereshtehnejad SM, Keshavjee K, Coyte PC. Economic evaluation of a digital health intervention for preventing dementia in Canadians with mild cognitive impairment. Front Public Health. 2025;13:1631676.
  8. Li W, Kim KWR, Zhang D, et al. Cost-effectiveness of physical activity interventions for prevention and management of cognitive decline and dementia: a systematic review. Alzheimers Res Ther. 2023;15:159.
  9. Salemme S, Marconi D, Pani SM, et al. Universal prevention of dementia in Italy: a document analysis of the 21 Italian Regional Prevention Plans. J Prev Alzheimers Dis. 2024;11(6):1525-1533.
  10. Istituto Superiore di Sanità. Report Nazionale Fondo Alzheimer e Demenze 2021-23. Roma: ISS, 2023.
  11. Istituto Superiore di Sanità. Linee guida sulla diagnosi e il trattamento della demenza e del Mild Cognitive Impairment. Roma: ISS, gennaio 2024 (studio di costo a cura della Facoltà di Economia, Università di Roma “Tor Vergata”).
  12. World Health Organization, Commission on Macroeconomics and Health. Macroeconomics and Health: Investing in Health for Economic Development. Geneva: WHO, 2001.
  13. Bertram MY, Lauer JA, De Joncheere K, Edejer T, Hutubessy R, Kieny MP, Hill SR. Cost-effectiveness thresholds: pros and cons. Bull World Health Organ. 2016;94(12):925-930.
  14. OECD. Mortality Risk Valuation in Policy Assessment: A Global Meta-Analysis of Value of Statistical Life Studies. Paris: OECD Publishing, 2025.
  15. Schlander M, Schaefer R, Schwarz O. Empirical studies on the economic value of a statistical life year (VSLY) in Europe: what do they tell us? Value Health. 2017;20:A666.
  16. Knapp M, Wittenberg R, Craig D, Lanyi K, McGarrigle L, Green K, Beyer F, Todd C. Scoping for a return-on-investment tool for dementia. Final Report. NIHR Older People and Frailty Policy Research Unit. Maggio 2023
  17. Herbig B, Coe E, Enomoto K, Saxena S. The new case for brain health: scaling interventions for health and economic growth. McKinsey Health Institute; 22 settembre 2025.
  18. McKinsey Health Institute. The economic case for investing in healthy aging: lessons from the United States. McKinsey & Company; settembre 2025.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/09/prevenire-la-demenza-conviene/

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