Il caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna il 19 luglio scorso mentre due poliziotti lo stavano immobilizzando. La gestione di una persona in grave stato di agitazione è una situazione che coinvolge professionisti e istituzioni diversi: forze dell’ordine, 118, pronto soccorso, servizi di salute mentale. Non è quindi soltanto un problema di ordine pubblico, né soltanto un problema clinico. È un’emergenza nella quale sicurezza, medicina e organizzazione dei servizi devono interagire.
“Ci sono immagini che informano e immagini che accusano. E poi ci sono immagini che sospendono ogni giudizio, perché costringono prima di tutto a guardare. Il video della morte di Abderrahim Fakir appartiene a quest’ultima tipologia. Cinque minuti e venti secondi in cui il tempo sembra dilatarsi fino all’insopportabile. Non è un filmato spettacolare: è quasi immobile. Ed è proprio questa immobilità a inquietare. C’è una grammatica spietata nella morte in diretta, un’estetica del vuoto che il piccolo schermo o il display di uno smartphone restituiscono con gelida nitidezza. Il video di Bologna non è soltanto la documentazione di una tragedia; è la rappresentazione visiva di una metamorfosi irreversibile, il passaggio istantaneo e brutale dalla vita al nulla. Colpisce la lentezza quasi decontestualizzata dei gesti: il corpo di Abderrahim Fakir è bloccato a terra, prono sull’asfalto rovente, soffocato dal peso dell’intervento e dal torpore del caldo estivo. Attorno a lui, l’azione si muove al rallentatore. Gli agenti immobilizzano, i soccorritori assistono, un passante aiuta a bloccare le caviglie, mentre le urla «Basta, aiuto!» sfumano progressivamente nel silenzio”. (Aldo Grasso sul Corriere della sera).
Il caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento di contenimento da parte delle forze dell’ordine, ha suscitato un intenso dibattito pubblico. Su Salute Internazionale sono già comparsi contributi che hanno discusso l’episodio e le responsabilità che ne potrebbero derivare (leggi qui e qui). Non è mia intenzione aggiungere un’ulteriore valutazione di quel caso, sulla base peraltro di informazioni ancora incomplete. Possiamo però guardare a quell’evento come occasione per porre una domanda di salute pubblica: che cosa sappiamo, e che cosa ancora non sappiamo, sulla gestione di una persona in grave stato di agitazione che non collabora, eventualmente intossicata, aggressiva o in grado di mettere in pericolo sé stessa o altri?
È una situazione che può presentarsi in strada, nei servizi di emergenza, nei luoghi di custodia e, più raramente, in altri contesti. Coinvolge professionisti e istituzioni diversi: forze dell’ordine, 118, pronto soccorso, servizi di salute mentale. Non è quindi soltanto un problema di ordine pubblico, né soltanto un problema clinico. È un’emergenza nella quale sicurezza, medicina e organizzazione dei servizi devono interagire.
Quanto è frequente?
La prima difficoltà è epidemiologica. L’agitazione acuta è un sintomo, non una diagnosi, e può accompagnare condizioni molto diverse: disturbi psichiatrici, delirium, intossicazioni o astinenze da sostanze, condizioni neurologiche o metaboliche. Non esiste quindi un’unica popolazione di riferimento. Uno studio condotto in un grande dipartimento di emergenza statunitense su oltre 43.000 accessi ha rilevato agitazione nel 2,6% dei pazienti (1). Tra questi, il ricorso alla contenzione fisica e alla sedazione era frequente. Il dato non può essere trasferito direttamente alla realtà italiana, ma indica che non siamo di fronte a un fenomeno eccezionale nei servizi di emergenza.
In Italia disponiamo di dati molto meno completi. Un recente studio condotto in Romagna su 871.119 residenti ha identificato 573 accessi in pronto soccorso per comportamento violento in un periodo di due anni, pari a 3,48 accessi per 10.000 persone-anno (2). Si tratta di una categoria diversa dalla grave agitazione e non permette di stimare né la frequenza della contenzione né quella degli eventi avversi. È tuttavia un esempio importante di come sia possibile costruire una sorveglianza epidemiologica del fenomeno su una popolazione definita. Sappiamo dunque qualcosa sulla frequenza dell’agitazione e dei comportamenti violenti, ma molto meno sappiamo sulla frequenza degli interventi di immobilizzazione e, soprattutto, sulla frequenza delle loro complicanze. La lacuna è particolarmente evidente nella fase preospedaliera, dove la letteratura disponibile è molto più scarsa.
Quando l’immobilizzazione diventa pericolosa?
L’immobilizzazione può diventare necessaria quando una persona rappresenta un pericolo imminente per sé o per altri e le strategie meno coercitive non sono sufficienti. Ma la necessità di intervenire fisicamente non rende automaticamente sicura qualsiasi modalità di intervento. I punti più critici riguardano la contenzione e la posizione prona. La letteratura sulla contenzione documenta eventi avversi anche gravi: lesioni, compressione toracica, strangolamento, tromboembolia e arresto cardiaco. La maggior parte delle conoscenze deriva però da case report e case series e non disponiamo di stime affidabili dell’incidenza reale degli eventi avversi (3). In altre parole, sappiamo che la contenzione può provocare danni, ma non sappiamo con sufficiente precisione quanto spesso questo accada.
La posizione prona merita un’attenzione specifica. Premesso che pratiche sconsideratamente violente (come, ad esempio, quella messa in atto nel caso di George Floyd negli Stati Uniti) non abbisognano di alcun commento data la loro palmare evidenza, è però scientificamente scorretto ridurre il problema alla formula «posizione prona uguale asfissia». Gli studi fisiologici mostrano che la contenzione prona può modificare la fisiologia respiratoria e cardiovascolare, ma che nella persona gravemente agitata il rischio deve essere considerato nel contesto di uno sforzo muscolare intenso, di possibile ipertermia, acidosi, alterazioni metaboliche, intossicazione, disequilibrio cardiovascolare. L’esito fatale può quindi essere il risultato di una combinazione multifattoriale, nella quale posizione, durata, compressione e condizioni cliniche della persona, interagiscono (4). In pratica, non è corretto attribuire automaticamente ogni morte avvenuta durante una contenzione a un singolo meccanismo, ma è altrettanto scorretto considerare irrilevanti le modalità con cui una persona viene immobilizzata.
Che cosa sembra funzionare?
La gestione dell’agitazione dovrebbe cominciare, quando le condizioni lo permettono, prima che l’agitazione diventi estrema. Il modello sviluppato dal progetto BETA propone la de-escalation verbale come intervento iniziale, l’identificazione della possibile causa dell’agitazione, il trattamento delle condizioni mediche associate e, quando necessario, un trattamento farmacologico appropriato, con l’obiettivo di minimizzare il ricorso alla contenzione fisica (5). L’implementazione di questo modello in un grande dipartimento di emergenza ha mostrato tra l’altro una riduzione delle aggressioni al personale. Non bisogna tuttavia confondere raccomandazioni condivise con prove sperimentali definitive. L’evidenza sulla gestione dell’agitazione è ancora disomogenea e non esiste una procedura valida per ogni situazione. L’agitazione da intossicazione da sostanze stimolanti, il delirium, una crisi psicotica e una condizione neurologica possono richiedere valutazioni ed interventi differenti. Il principio più solido sembra quindi essere quello di trattare la grave agitazione come una possibile emergenza medica, senza negarne la dimensione di sicurezza. Prima si riconosce la natura dell’emergenza, maggiori sono le possibilità di evitare che la sequenza diventi: agitazione, lotta fisica, immobilizzazione prolungata, scompenso fisiologico e collasso.
Che cosa possiamo fare?
La prima necessità è conoscere meglio il fenomeno.
Per quanto riguarda le contenzioni in psichiatria cominciamo ad avere informazioni affidabili dai registri dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, ma sulle contenzioni che avvengono nei Dipartimenti dell’Emergenza o durante gli interventi sul territorio sappiamo poco o nulla, tanto in Italia quanto all’estero. È stato proposto di istituire sistemi centralizzati di registrazione delle misure coercitive proprio per poter conoscere frequenza, modalità e conseguenze degli interventi.
In Italia sarebbe ragionevole avviare una sperimentazione nazionale di sorveglianza degli episodi gravi di agitazione, coinvolgendo i diversi nodi della catena assistenziale e di sicurezza. Dovrebbero essere registrati, in forma rigorosamente anonima, almeno la possibile eziologia, il contesto dell’intervento, l’eventuale coinvolgimento delle forze dell’ordine o del 118, le modalità e la durata dell’immobilizzazione, la posizione, l’eventuale sedazione, il monitoraggio, le lesioni, il ricovero, le cause dell’eventuale decesso. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata ai c.d. near-miss, cioè agli episodi nei quali si è verificato un grave deterioramento senza esito letale.
La seconda necessità è organizzativa. Servono protocolli condivisi fra le forze dell’ordine, i servizi di emergenza e la salute mentale, non semplici circolari occasionali. Devono essere definiti ruoli, modalità di comunicazione, criteri per l’attivazione del soccorso sanitario, modalità di immobilizzazione e monitoraggio, nonché le procedure successive all’intervento.
La terza è ridurre, per quanto possibile, il ricorso alla contenzione fisica e la sua durata, evitando modalità di immobilizzazione associate a rischio fisiologico. Il documento italiano di consenso sul disturbo comportamentale acuto in pronto soccorso già propone un approccio multidisciplinare nel quale valutazione clinica, de-escalation, trattamento delle cause, sicurezza e contenzione sono considerati all’interno di un unico percorso (6).
Una questione politica, scientifica e di salute pubblica
Il caso Fakir ci ricorda che esistono situazioni nelle quali una persona può essere contemporaneamente un problema di sicurezza e una persona che necessita di cure. Contrapporre queste due dimensioni non aiuta né gli operatori né le persone coinvolte.
La questione politica riguarda quindi il modo in cui una società decide di organizzare la risposta a queste emergenze. La questione scientifica riguarda ciò che conosciamo e ciò che ancora non conosciamo sui rischi delle diverse modalità di intervento. La questione di salute pubblica consiste nel trasformare queste conoscenze, e soprattutto queste lacune, in sistemi capaci di prevenire gli eventi avversi. Non possiamo sapere a priori, sulla base della letteratura disponibile, se ogni singolo intervento sia stato condotto correttamente, in base alle classiche categorie giuridiche di diligenza, prudenza e competenza. Possiamo però sapere che alcune condizioni aumentano il rischio, che alcune modalità di intervento devono essere usate con particolare cautela, che la grave agitazione richiede una valutazione medica e che la contenzione non è un atto privo di conseguenze.
Un sistema nazionale di sorveglianza degli episodi gravi di agitazione, associato a protocolli condivisi e a una formazione comune di polizia, soccorso sanitario e servizi di emergenza, permetterebbe di trasformare eventi oggi considerati singoli incidenti in occasioni di apprendimento del sistema. Sarebbe una forma di concreta responsabilizzazione collettiva per fare sì che anche da una tragedia come quella di Fakir possa derivare una maggiore capacità di proteggere, insieme, la persona agitata, gli operatori e la collettività.
Angelo Fioritti, psichiatra. Istituzione Gian Franco Minguzzi, Bologna
Bibliografia
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- Perna B, Vallicelli G, Reno C, Portoraro A, Strada A, Bravi F, Grilli R. Incidence and associated factors of emergency department visits for violent behaviour: a retrospective cohort study in Romagna, Italy. BMJ Open. 2026;16(1):e101367. doi:10.1136/bmjopen-2025-101367.
- Kersting XAK, Hirsch S, Steinert T. Physical Harm and Death in the Context of Coercive Measures in Psychiatric Patients: A Systematic Review. Front Psychiatry. 2019;10:400. doi:10.3389/fpsyt.2019.00400.
- Steinberg A. Prone restraint cardiac arrest: A comprehensive review of the scientific literature and an explanation of the physiology. Med Sci Law. 2021;61(3):215-226. doi:10.1177/0025802420988370.
- Roppolo LP, Morris DW, Khan F, Downs R, Metzger J, Carder T, et al. Improving the management of acutely agitated patients in the emergency department through implementation of Project BETA. J Am Coll Emerg Physicians Open. 2020;1(5):898-907. doi:10.1002/emp2.12138.
- Paolillo C, Casagranda I, Perlini S, Bondi E, Fraticelli C, et al. Management of acute behavioral disturbance in the Emergency Department: An Italian position paper from AcEMC, CNI-SPDC, SIP-Lo, SITOX. Emerg Care J. 2022;18(2):10609. doi:10.4081/ecj.2022.10609.
fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/09/riflessioni-sulla-morte-di-fakir/
