Il Rapporto Salute Mentale non è stato ancora pubblicato ma i dati economici disponibili segnalano che pur in presenza di un incremento nominale del 5,2% (inferiore peraltro al tasso di inflazione del 5,7%), l’incidenza della salute mentale sulla spesa sanitaria è pari al 2,69%, valore tra i più bassi nei Paesi Occidentali avanzati.
È quello che si ricava rapportando la spesa per la salute mentale all’entità della spesa sanitaria complessiva per l’anno considerato. La spesa sanitaria corrente 2023 certificata dalla Ragioneria Generale dello Stato è stata pari a € 132,898 miliardi, la spesa per l’assistenza territoriale alla salute mentale nello stesso anno ammonterebbe a 3,572 miliardi. La spesa per la salute mentale in Italia corrisponde quindi al 2,69% della spesa sanitaria complessiva, meno di 1/3 di Germania, Francia, Regno Unito e all’ultimo posto tra i Paesi del G7. L’aumento in valore assoluto rispetto all’anno precedente non è purtroppo il segnale della necessaria inversione di tendenza, quanto il tentativo di contenere parzialmente l’aumento dell’inflazione, dei costi dei farmaci, dei rinnovi contrattuali del personale (e delle convenzioni per i c.d. “gettonisti”). Preoccupa invece l’aumento della spesa per la residenzialità psichiatrica, che assorbe oltre il 44% dell’intera spesa per poco più del 3% dell’intera utenza. Considerando gli oltre 3 anni di permanenza media in strutture residenziali, ci sono buoni motivi per chiedersi se il mandato reale sia riabilitativo o di “parcheggio” senza alcuna verifica di efficacia.
Ma se il 2,69% è il dato medio nazionale, guardando alle singole Regioni si scopre che quasi la metà dell’intera popolazione italiana viene assistita in Asl che destinano alla salute mentale meno del 2,6% della spesa sanitaria complessiva. Le conseguenze negative sono evidenti sulla componente più rilevante della spesa territoriale, il personale in servizio a tempo indeterminato, del quale vi è carenza – secondo i parametri sottoscritti dallo stesso ministero Salute – di oltre 8.300 unità. In questa situazione, è del tutto palese l’irrilevanza dello stanziamento in legge di bilancio 2026 di 80 milioni, di cui 30 “autorizzati” (ma non “vincolati”) per assunzioni di personale a tempo indeterminato nei servizi per la salute mentale.
L’immagine che se ne ricava è di un sistema di cura in sostanziale stagnazione, che continua a funzionare, ma abbassando silenziosamente la soglia di ciò che si considera accettabile. Basta osservare la stabilità negli anni del numero di pazienti al primo contatto – nonostante tutte le indagini di popolazione segnalino un incremento del disagio psichico e dei disturbi mentali, soprattutto nei giovani – o la strisciante “cronificazione” dei pazienti in carico, con un numero di utenti ultra65enni addirittura superiore a quelli nella fascia tra i 18 e i 34 anni. Per non dire della materiale impossibilità ad erogare assistenza di qualità, conforme a raccomandazioni e linee guida, come ormai sempre più indagini documentano nel silenzio imbarazzato delle istituzioni.
Ci si può girare intorno quanto si vuole, si possono evocare con tono indignato sprechi e cattiva amministrazione, ci si può anche affidare a salvifici piani d’azione o a modelli di riorganizzazione, ma se questi sono i numeri, le dichiarazioni d’intenti non servono certo a migliorare la condizione dei servizi. La strada è tracciata: dal definanziamento della salute mentale (in corso da almeno 15 anni), al malfunzionamento dei servizi (liste d’attesa, personale insufficiente, interventi ridotti all’osso, strutture fatiscenti), al malcontento di chi non trova risposte adeguate, all’esternalizzazione verso il privato convenzionato o specialisti a pagamento (cosa già consolidata nel campo delle psicoterapie), dove chi ha i soldi si cura e chi non li ha finisce nel “collo di bottiglia” del Pronto Soccorso.
Per evitare che si completi il ciclo di definanziamento e marginalizzazione dei servizi, crediamo sia oggi più che mai indispensabile un nuovo “patto di consapevolezza” basato su comunicazione trasparente e responsabilità condivisa tra utenti, professionisti e decisori politici. Solo attraverso una convergenza etica che privilegi la congruità e la stabilità degli investimenti strutturali sarà possibile sottrarre la tutela della salute mentale a paradigmi di austerità ragionieristica e restituirla alla sua originaria missione civile.
Fabrizio Starace Presidente Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP)
Fonte: Il Sole 24 Ore Martedì 3 Marzo 2026 – N. 61 – Salute 24
