Laura Balbo, una sociologa tra gli alieni. di Chiara Saraceno

Ci ha lasciato Laura Balbo, sociologa, femminista, ministra per le pari opportunità. Ha collaborato a Onde lunghe e Sbilanciamoci!, partecipando a incontri e scrivendo a lungo per il nostro sito. Chiara Saraceno la ricorda in una lettera a Il manifesto che riprendiamo.

Caro direttore,

ricordo che il suo giornale a suo tempo ha prestato molta attenzione al lavoro di Laura Balbo, come studiosa e come, per un troppo breve periodo ministra, cogliendone la capacità di innovare letture delle dinamiche sociali e di attraversare confini disciplinari e tematici, cogliendo connessioni prima nascoste. Per questo desidero ricordarla qui, anche a coloro, molto più giovani, che non l’hanno conosciuta e non ne hanno neppure sentito parlare in questo tempo che divora velocemente i propri protagonisti, tanto più quando questi, come Laura, si ritirano in silenzio.

A Laura Balbo, alla sua curiosità intellettuale, alla sua capacità di integrare conoscenze e stimoli che le venivano e dai molti rapporti e scambi che aveva con studiosi a livello internazionale, alla sua attenzione per ciò che succede sotto la superficie, si devono alcune delle intuizioni più feconde in alcuni campi della ricerca sociologica. Una curiosità e uno sguardo critico che ha portato anche nella sua esperienza politica, d parlamentare prima e poi, per un breve periodo, di ministra, su cui ha scritto pagine illuminanti nella loro onestà. Se la sociologia era per lei «un’inferma scienza», la politica era un «mondo di alieni» nella sua auto-referenzialità.

Come sociologa, ha fornito concettualizzazioni e aperto piste di ricerca su temi – le donne, la famiglia, la cura – allora considerati marginali, anche se non sempre ha avuto la pazienza, o la voglia, di svilupparli in modo sistematico. Il suo concetto di «doppia presenza» per rappresentare la condizione femminile contemporanea, in cui la partecipazione al mercato del lavoro si somma alle responsabilità per il lavoro familiare (altro concetto che ha aiutato a sviluppare, ben più ricco e complesso di quello di lavoro domestico) è stato una pietra miliare per molte studiose, non solo italiane, che ne hanno colto la novità e maggiore completezza rispetto a quello di doppio ruolo o doppio carico di lavoro.

Segnala, infatti, che sia in famiglia sia sul lavoro per il mercato non importa solo ciò che si fa e come lo si fa. Importa anche «esserci», stare in relazione e lavorare sulle relazioni, anche se con regole diverse e talvolta contraddittorie. Dalla stessa consapevolezza, oltre che dal suo amore per le trapunte (quilt) create cucendo insieme pezzi di tessuto diversi in modo da ricavarne un disegno, nasce la metafora di quilting per rappresentare Il lavorio di messa in relazione di persone, istituzioni, ambiti di vita, bisogni anche molti diversi svolto dalle donne.

Uscendo dai confini convenzionali dei sistemi di welfare, ha aperto in Italia, importandolo dai paesi scandinavi, le ricerche e il dibattito sulle politiche – esplicite ed implicite – del tempo. L’organizzazione del tempo, infatti, prodotta non solo dall’organizzazione del lavoro remunerato, dall’orario di lavoro, alle ferie, ai congedi, ma anche dei servizi educativi, sanitari, amministrativi, dei trasporti e così via, nel suo insieme può, a seconda dei casi, favorire o invece comprimere libertà di vita.

Laura Balbo è anche stata una delle prime in Italia ad affrontare i temi del razzismo, quando l’Italia stava appena cominciando ad essere un paese di immigrazione. Un tema e un impegno civile su cui iniziò una collaborazione con Luigi Manconi. Ed è stata anche una delle prime a porre la questione del life long learning, un tema purtroppo tuttora marginale in Italia, specie sul piano delle policy pubbliche e aziendali. Da ministra delle pari opportunità provocò un certo sconcerto, anche tra le femministe, perché declinò il suo mandato a includere tutti i gruppi oggetto di forme di discriminazione o esclusione: non solo le donne, ma anche gli e le immigrate e le persone Lgbt.

Oggi si parla tanto di intersezionalità, come se fosse un approccio teorico-metodologico nuovo. Laura, come altre tra noi, lo praticava come fosse ovvio nella sua necessità, pur senza teorizzarlo e dargli un nome. Se intervistata sul punto, avrebbe probabilmente risposto come Martine Segalen, purtroppo anche lei scomparsa qualche anno fa, nella sua ultima intervista: «Ma lo abbiamo sempre fatto!».

Da Il Manifesto

 

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