Se il parto diventa un campo di battaglia (1). di Rossella Romano

Il caso Free Birth Society – Parte 1. Negli ultimi anni sta emergendo, seppur in misura quantitativamente limitata, il fenomeno dei parti in casa non assistiti, noti anche come freebirth, che solleva interrogativi rilevanti sul rapporto tra donne e istituzioni sanitarie. Il freebirth si caratterizza per l’assenza totale di figure sanitarie, delineandosi come una forma di fondamentalismo, che nulla ha a che vedere con il parto in casa assistito da figure professionali qualificate e inserito in un percorso alla nascita ben codificato. Questo articolo vuole fare luce su un fenomeno ancora poco conosciuto, che rischia di mettere in pericolo la vita delle donne e la vita dei neonati.

Recentemente è stata pubblicata un’inchiesta da The Guardian sulla Free Birth Society (FBS), un’organizzazione multimilionaria con sede negli Stati Uniti fondata da Emilee Saldaya, che promuove il freebirth come approccio radicale al parto (1). L’inchiesta del Guardian si è protratta per oltre un anno e ha portato alla produzione di un breve podcast disponibile sulle principali piattaforme (2). Nel corso dell’indagine sono stati identificati 48 casi di morti neonatali in qualche modo riconducibili a FBS. Considerata la natura non istituzionale del fenomeno, è stato difficile condurre una raccolta dati accurata, poiché impossibile stabilire con certezza quali donne fossero effettivamente entrate in contatto con l’organizzazione. Inoltre, questo conteggio riguarda esclusivamente i decessi e non tiene conto delle conseguenze a lungo termine delle asfissie perinatali, come il ritardo nello sviluppo neuropsicomotorio, la paralisi cerebrale infantile, l’epilessia e i disturbi cognitivi e dell’apprendimento. Saldaya non ha risposto a nessuna delle domande avanzate dal Guardian, ma ha invece definito i contenuti dell’inchiesta come accuse “false o diffamatorie” e l’ha criticata sostenendo che si tratti di “propaganda”.

La nascita e la struttura della Free Birth Society

La leader e fondatrice della Free Birth Society è Emilee Saldaya. Nei contenuti pubblicati sul sito afferma di aver esercitato come ostetrica per 10 anni, sia in ambiente ospedaliero sia extraospedaliero. Mentre dall’inchiesta del Guardian emerge come la stessa non abbia nessuna formazione come ostetrica, ma invece sia una doula (vedi box). Durante il suo percorso come doula Saldaya ha incontrato la sua futura socia Yolanda Norris Clark, la quale aveva già partorito i suoi figli tramite freebirth. Dal loro incontro è nata l’idea di creare un’organizzazione per supportare le donne che avevano il desiderio di partorire da sole. E così nasce la Free Birth Society, che inizialmente prende forma come gruppo Facebook, per poi evolversi progressivamente in una piattaforma online strutturata, accessibile solo previa selezione. Nel tempo FBS ha ampliato la propria attività, offrendo un corso di formazione per poter diventare Radical Birth Keepers (RBK), ovvero assistente ai parti in casa. Questa definizione è stata coniata dalle fondatrici per aggirare le normative vigenti in materia di esercizio della professione ostetrica. Il corso si svolge in tre mesi interamente sulla piattaforma Zoom e nello stesso non viene affrontato il tema delle complicanze del parto. Le stesse fondatrici avrebbero dichiarato di non aver mai osservato emorragie post partum tali da richiedere un ricovero ospedaliero; un’affermazione che risulta scarsamente rappresentativa se rapportata a casistiche di ampia scala. Non a caso esperti intervistati nell’inchiesta hanno definito i materiali diffusi da FBS “pericolosi e fuorvianti”, in particolare per quanto riguarda la comunicazione dei rischi emorragici.

Figura 1. Podcast di Free Birth Society. Fonte: www.freebirthsociety.com

Box: La figura della doulaLa figura della doula, poco conosciuta in Italia ma diffusa in numerosi Paesi europei e negli Stati Uniti, non appartiene alle professioni sanitarie ed è una figura complementare durante il parto. La doula fornisce infatti un supporto emotivo, informativo e pratico alla donna durante gravidanza, parto e post-partum, senza svolgere atti clinici o assistenziali (3, 4).
La struttura ideologica di FBS

FBS non si limita a promuovere il rifiuto dell’assistenza sanitaria durante il travaglio e il parto, ma si estende anche alla negazione delle visite prenatali e postnatali. All’interno di questa cornice qualsiasi intervento medico o sanitario viene rappresentato come potenzialmente dannoso per il nascituro o la nascitura: dalla semplice misurazione della pressione arteriosa fino al parto cesareo, ogni atto medico è descritto come un’ingerenza capace di “sabotare” la fisiologia del parto e, di conseguenza, influire negativamente sulla salute del nascituro o della nascitura. In particolare, alle donne che decidono di recarsi in ospedale vengono fornite indicazioni precise su come mentire al personale sanitario, ad esempio sul tempo trascorso dalla rottura delle membrane. Allo stesso modo, all’interno della piattaforma di FBS, commenti di utenti che suggeriscono ad altre utenti di rivolgersi a strutture sanitarie in presenza di segnali di allarme (come la fuoriuscita di meconio) vengono sistematicamente rimossi. Inoltre, l’analisi dei contenuti del podcast e dell’inchiesta giornalistica restituisce un quadro caratterizzato dalla presenza di dinamiche fortemente manipolatorie, che alcune utenti hanno descritto utilizzando un lessico tipico dei contesti settari. In particolare, vengono segnalati elementi di persuasione emotiva e di condizionamento cognitivo.

Questo modus operandi si è presentato fin dalle origini di FBS, che, come si può già intuire,  si fonda su una narrazione fortemente ideologica. Le fondatrici si definiscono esplicitamente femministe e presentano il proprio operato come autodeterminazione della donna. Al centro di questa retorica vi è l’idea che qualsiasi donna sia intrinsecamente in grado di partorire da sola, poiché il suo corpo “sa già cosa fare”. Tale convinzione viene sintetizzata in un mantra ripetuto costantemente all’interno dei contenuti FBS: “you got this mama” (traducibile come “ce la farai, mamma”). Tuttavia, il termine autodeterminazione presuppone non solo la libertà formale di compiere una scelta, ma anche l’accesso a informazioni accurate, complete e coerenti, che consentano di valutare consapevolmente le conseguenze delle proprie scelte. Inoltre, se a una donna viene detto che “può tutto” perché conosce il proprio corpo e che l’assistenza sanitaria rappresenta una minaccia capace di sabotare la “naturalezza” del parto, cosa accade quando insorgono complicanze come una morte neonatale? Nei contenuti diffusi dalla FBS l’approccio appare fortemente fatalista al punto da sostenere che “non è detto che la morte non sia l’outcome desiderato”. Ciononostante le testimonianze raccolte nell’inchiesta restituiscono un quadro diverso e cioè un processo di interiorizzazione della colpa, dove le donne attribuiscono a loro stesse la responsabilità dell’esito avverso, percependolo come un fallimento per non essere state in grado di partorire da sole o di non aver saputo ascoltare adeguatamente i segnali del proprio corpo. Nel quadro di questa retorica il richiamo al movimento femminista, che negli anni ha combattuto per garantire alle donne un accesso sicuro e soprattutto equo al sistema sanitario, assume contorni distorti e problematici.

Gli interessi economici dietro alla retorica

Un’analisi più approfondita della FBS mostra inoltre come essa porti avanti rilevanti interessi economici. Il modello dell’organizzazione appare particolarmente oneroso: i corsi per diventare birth keeper possono arrivare a costare fino a 3.000 dollari, le consulenze individuali con una delle due fondatrici fino a 800 dollari all’ora, mentre lo “starter kit” proposto dalla FBS ha un costo di circa 400 dollari. Inoltre, gli introiti di questa organizzazione trovano conferma nella dimora di Saldaya che consiste in una proprietà di 21 ettari in North Carolina con un lago privato. A questo si affianca una gestione opaca delle responsabilità professionali. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, le cosiddette RBK riceverebbero compensi sotto forma di “donazioni” esclusivamente in caso di esiti considerati positivi, in assenza di contratti formali, e sarebbero incoraggiate a evitare donne ritenute ad alto rischio o potenzialmente inclini a contestazioni legali.

Il profilo delle donne coinvolte

Provando a tracciare un identikit delle donne coinvolte nell’inchiesta che si sono rivolte a FBS si possono identificare degli elementi che si ripetono. Molte di loro non erano alla prima gravidanza, ma avevano già partorito in contesto ospedaliero, riportando esperienze vissute come traumatiche, coercitive o poco rispettose. In diversi casi queste donne hanno riferito che la loro prima scelta sarebbe stata quella di partorire a casa con un’ostetrica; l’impossibilità di sostenere i costi elevati dell’assistenza domiciliare, legati anche al sistema assicurativo statunitense, ha reso questa opzione inaccessibile, indirizzandole verso il freebirth come valida alternativa. L’inchiesta evidenzia come tali esperienze abbiano contribuito a una progressiva sfiducia nelle istituzioni sanitarie. In questo vuoto relazionale e comunicativo, organizzazioni come la FBS sembrano offrire una narrazione alternativa, che si presenta come risposta a un sistema percepito come ostile e fallimentare.

Un’occasione da non perdere

Secondo quanto riportato dall’inchiesta del Guardian, la Free Birth Society avrebbe formato circa 850 persone in tutto il mondo attraverso i propri percorsi online. Resta tuttavia impossibile stabilire quante di queste siano effettivamente attive, quante assistano parti e con quale frequenza, a conferma della difficoltà di quantificare un fenomeno che opera ai margini dei sistemi di sorveglianza sanitaria. Quindi pur rimanendo un fenomeno numericamente limitato, il freebirth emerge come l’espressione estrema di un fondamentalismo. Proprio per la natura estremista, questo tipo di movimenti tendono a mantenersi per lo più limitati nella loro diffusione.

Ciononostante ci dona un’occasione da non perdere per poter fare una riflessione più ampia. I temi da toccare sarebbero molteplici in questo caso: la salute di genere, l’accesso alle cure, il modello del sistema sanitario, ma anche l’health literacy e la comunicazione in sanità. Sempre sul tema del parto come momento critico di un sistema sanitario, nel prossimo post si parlerà di mortalità materna, con un focus specifico sugli Stati Uniti come esempio negativo tra i paesi ad alto reddito, ma anche di violenza ostetrica e di rapporto tra donne e sistemi sanitari.

Rossella Romano, Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva, Università di Firenze

Bibliografia:

  1. The Guardian, The birth keepers. An investigation into the Free Birth Society, Londra, 2025
  2. The Guardian, The Birth Keepers | The Guardian Investigates, Londra, 2025
  3. World Health Organization, Standards and guidance for labour companionship, Ginevra, 2016
  4. DONA International. “About Doulas.”, DONA International, https://www.dona.org/about-doulas/. Accesso 24 dicembre 2025.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/05/se-il-parto-diventa-un-campo-di-battaglia-1/

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