Nelle Filippine nasce la Commissione sulla guerra alla droga di Duterte: dopo anni di omicidi e impunità, le vittime tornano al centro.
A quasi un decennio dall’inizio della presidenza di Rodrigo Duterte, le Filippine provano finalmente a fare i conti con una stagione contrassegnata da una lunga scia di omicidi, paura e impunità.
Lo scorso 27 Maggio le autorità filippine hanno annunciato la nascita della Truth and Reconciliation Commission, una commissione indipendente incaricata di indagare sulle uccisioni extragiudiziali avvenute durante la cosiddetta guerra alla droga. L’organo è noto anche come EJK Truth Commission, in cui EJK costituisce l’acronimo di extrajudicial killings – il termine utilizzato dalle organizzazioni per i diritti umani per definire le esecuzioni compiute senza processo e senza alcuna garanzia giudiziaria, prassi che ha caratterizzato la War on Drugs condotta da Duterte.
La commissione sarà guidata dall’ex giudice della Corte Penale Internazionale Raul Pangalangan e dal cardinale Pablo Virgilio David. La finalità dell’istituzione non sarà tuttavia quella di emettere sentenze, poiché il lavoro si concentrerà attorno alla raccolta delle testimonianze e all’ascolto dei familiari delle vittime, in un’ottica di documentazione e ricostruzione degli abusi utili a elaborare una verità pubblica su quanto accaduto. Si tratta di un passaggio storico per le Filippine, ma anche un segnale che arriva ben oltre i confini dell’arcipelago, poiché la vicenda della guerra alla droga di Duterte rappresenta uno degli esempi più estremi e brutali del passaggio da retorica proibizionista a politica di Stato.
Quando Rodrigo Duterte vinse le elezioni presidenziali del 2016, uno dei punti cardinali del programma consisteva infatti nell’eliminazione del traffico illecito attraverso la repressione. Le operazioni antidroga hanno così rapidamente iniziato a moltiplicarsi, in molti casi mediante il ricorso a metodologie estremamente violente. Nel corso di queste operazioni, migliaia di persone sono state uccise dalla polizia o da uomini armati rimasti ufficialmente senza nome, in episodi che le autorità definivano come scontri armati e legittima difesa e che giornalisti, avvocati e organizzazioni per i diritti umani hanno invece rivelato come una realtà fatta da persone disarmate, esecuzioni sommarie, prove manipolate e testimoni intimiditi.
Ancora oggi non esiste una cifra condivisa sul numero delle vittime. Da una parte, Il governo filippino ha riconosciuto alcune migliaia di morti nel corso delle operazioni ufficiali. Dall’altra, le stime delle organizzazioni indipendenti attestano numeri molto più elevati, che arrivano a superare le ventimila vittime – considerando anche gli omicidi attribuiti a gruppi di vigilantes e squadre della morte. Al netto dei dati, resta il dato politico: la guerra alla droga filippina è stata costruita sulla sospensione dei diritti umani fondamentali e sul presupposto che alcune persone potessero essere eliminate pur in assenza di regolare processo.
Per molti anni il meccanismo dell’impunità ha continuato a funzionare quasi senza ostacoli, finché, nel 2024, la Camera dei Rappresentanti ha avviato una vasta inchiesta parlamentare attraverso una commissione speciale composta da quattro commissioni permanenti, la cosiddetta Quad Committee. Le audizioni hanno portato alla luce testimonianze e documenti che hanno seriamente minato la narrazione ufficiale della guerra alla droga. Per la prima volta ex funzionari, agenti e protagonisti delle operazioni repressive sono stati chiamati a rispondere pubblicamente del proprio operato. Anche Duterte è comparso davanti ai parlamentari per difendere la propria politica. Più che fugare dubbi, le sue dichiarazioni hanno tuttavia contribuito ad alimentare il dibattito sulle responsabilità politiche delle uccisioni e sulla necessità di accertamenti indipendenti.
L’inchiesta parlamentare ha rappresentato il primo momento in cui lo Stato filippino ha iniziato a interrogarsi su una delle pagine più controverse della propria storia recente.
Nel frattempo, Duterte – il cui mandato presidenziale ha avuto termine nel 2022, è stato messo sotto indagine da parte della Corte Penale Internazionale, la quale ha ipotizzato che le uccisioni rientrassero in un attacco sistematico contro la popolazione civile e potessero configurare crimini contro l’umanità. Nel Marzo del 2025, l’ex presidente è stato arrestato e trasferito all’Aia. Nel corso di quest’anno, i giudici della Corte hanno confermato le accuse e disposto il rinvio a giudizio, con l’inizio del processo provvisoriamente fissato per il prossimo 30 Novembre.
A seguito della notizia dell’avvio dell’iter processuale a carico di Duterte, nelle Filippine ha avuto luogo un altro episodio molto particolare, legato al senatore Ronald “Bato” dela Rosa, ex capo della polizia e principale braccio operativo della War on Drugs. Nei giorni scorsi, la prospettiva di un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti ha provocato una grave crisi istituzionale nelle Filippine. Dopo un periodo di latitanza, il 14 Maggio 2026 Dela Rosa si è rifugiato all’interno del Senato, trasformando il palazzo in un bunker e alimentando uno scontro tra le forze dell’ordine e il personale di sicurezza dell’aula.
La tensione è culminata con una sparatoria all’interno del complesso senatoriale, episodio che ha portato a un temporaneo lockdown dell’edificio. Dopo quanto avvenuto, dela Rosa ha lasciato il Senato ed è tornato a nascondersi, sottraendosi alle autorità e trasformandosi nel simbolo della crescente battaglia giudiziaria che coinvolge i protagonisti dell’amministrazione di Duterte.
È proprio all’interno di questo nuovo scenario che nasce la EJK Truth Commission. Come detto, la commissione non sostituirà il lavoro dei tribunali, ma potrà svolgere una funzione altrettanto dirimente: ricostruire la memoria di quanto accaduto e restituire visibilità a persone che per anni sono state ridotte a statistiche o criminalizzate in maniera pretestuosa. Appare questo come l’aspetto maggiormente significativo: dopo anni in cui la guerra alla droga ha dominato il discorso pubblico, il centro della scena non è più occupato dai proclami securitari, ma dalle vittime, dai loro familiari e dalla ricerca della verità. La scelta di istituire una commissione indipendente rappresenta il riconoscimento che la verità sui fatti non può essere affidata esclusivamente alle istituzioni che hanno preso parte attiva alla repressione, quelle stesse istituzioni che, promettendo sicurezza, hanno di fatto prodotto violenza.
La vicenda filippina costituisce una lezione che va oltre il caso nazionale. Per decenni la guerra alla droga è stata presentata come una risposta efficace al consumo e al traffico di sostanze. Le Filippine mostrano invece in forma estrema le conseguenze di questo approccio: la criminalizzazione come strumento politico, la costruzione del nemico interno, l’erosione delle garanzie giuridiche e, infine, la normalizzazione della violenza di Stato.
[Immagine dalla seduta della CPI: https://www.youtube.com/watch?v=upBtsG9QB1w]
