DONNE ANZIANE, AUTONOMIA E DIRITTI, LE DIMENSIONI DIMENTICATE: La Società della Ragione, con il contributo SPI CGIL, promuove un progetto di ricerca sulle donne anziane

La rappresentazione sociale dell’anziano/a nell’attuale momento storico manifesta aspetti opachi e contraddittori. A parte il superficiale compiacimento per il mutamento delle stagioni di vita  all’insegna del giovanilismo ( le persone oggi definite “giovani” che fino a poco tempo erano dette mature se non sulla soglia della vecchiaia) e l’altrettanto superficiale riconoscimento del contributo – economico e di supporto familiare – dei “nonni” nei confronti dei figli, il dibattito pubblico sugli anziani è perlopiù concentrato sul deficit della terza e quarta età, nonostante la novità più significativa, cioè l’allungamento del tempo di vita, sia positiva.

Questa estensione temporale non è vista e studiata in termini di nuove potenzialità di espressione umana con conseguente ricerca di modelli sociali più avanzati che possano offrire sostegno alle nuove potenzialità individuali; quanto invece è più spesso letta sotto l’aspetto delle conseguenze indesiderate per gli alti costi economici che la società deve affrontare per i maggiori bisogni sanitari delle età avanzate. In sintesi, l’opinione pubblica si focalizza di più sull’orizzonte (peraltro oggi più lontano) di disabilità legato all’avanzare dell’età, piuttosto che su quello più ravvicinato di abilità, di periodi di esistenza attiva e autonoma che l’allungarsi della vita ha regalato agli umani. A ciò si aggiunge – o per meglio dire consegue- una larga disattenzione alla soggettività delle persone anziane, che si manifesta in molti modi: dal fatto che non si dia loro voce nella scelta delle politiche pubbliche, alla carenza di ricerca in questo ambito. Peraltro, la soggettività oscurata a livello sociale rende più arduo e solitario il percorso individuale di “costruzione di senso” per i lunghi anni che sempre più spesso aspettano gli anziani e le anziane dopo la fine dell’attività lavorativa e dell’impegno familiare più intenso.

La recente vicenda del Covid è esemplare dell’atteggiamento prevalente nella nostra società nei confronti della popolazione anziana. Come si sa, le fasce avanzate di età sono state le più colpite dall’infezione Covid e molti e molte sono morti/e in solitudine (si ricordi “la strage dei nonni” nelle RSA, dove spesso per incuria non si osservavano regole di prevenzione fondamentali). Di fronte alle strutture sanitarie in difficoltà a rispondere alle tante necessità di ricovero, sono state avanzate proposte di selezionare i pazienti da curare in base all’età, e cioè in base alle maggiori possibilità di sopravvivenza: vedi il documento della SIAARTI, Società degli anestesisti e rianimatori, che nelle sue “Raccomandazioni di etica clinica” sosteneva questo criterio sulla base di istanze di “giustizia redistributiva e appropriata allocazione delle risorse”. Per quanto contrastata da molte parti (si vedano i pronunciamenti del Comitato Nazionale per la Bioetica-CNB) tale filosofia di accesso alle cure è allora entrata a pieno titolo nel dibattito pubblico. Questa lede il diritto individuale alla cura delle fasce di età più avanzata, che sono generalmente definite come “gruppi vulnerabili”. Da notare che, come tali, sarebbero meritevoli in via di principio di maggiore attenzione sociale.

Proprio l’emergenza Covid ha svelato l’ambivalenza del costrutto di “vulnerabilità”. La definizione degli anziani/e come “gruppo vulnerabile”, al di là della retorica ingannevolmente solidaristica, rischia di sfociare in una diminuzione di diritti. Del diritto alla cura, come si è visto, ma anche di altri fondamentali diritti, come quello alla libertà di movimento. Ne sono testimonianza le proposte autorevolmente avanzate in sede politica- vedi Ursula Von Der Leiden- di prolungare il lock down solo per la categoria anziani per “proteggerli dal contagio”. La vulnerabilità è uno degli aspetti dell’esperienza di vita di tutti gli umani. Quando però diventa una etichetta per identificare un gruppo “a parte”, distinto e distanziato dal resto della società, facilmente si traduce in una diminuzione di status, giuridico e sociale, per il gruppo in questione. Detto in breve: gli anziani sono un “peso” da cui il resto della società deve difendersi: anche a costo di rovesciare (parte di tale) peso sui “vulnerabili” stessi, ipotizzando una restrizione della loro libertà. Peraltro, l’etichetta di “gruppo vulnerabile” letta nella declinazione deficitaria di “gruppo incapacitato” – o con ridotte capacità – richiama a un ambiguo “solidarismo autoritario”, che tende a sottrarre la definizione del “bene” della persona anziana alla persona stessa, defraudandola del diritto all’autodeterminazione. Non è quindi un caso che l’area concettuale relativa all’ “autonomia”, alla “libertà”, ai “diritti” sia pressoché assente nel discorso pubblico: tutt’al più si ragiona “sugli anziani”, piuttosto che su come “dare voce agli anziani e alle anziane”.

Oltre che nella ricerca, soprattutto in Italia, questo limite si riscontra ancora di più nelle politiche di assistenza agli anziani/e, concentrate sull’offerta di strutture residenziali (RSA). Si dà quasi per scontato che i mutamenti demografici e la crisi della famiglia allargata debbano condurre alla istituzionalizzazione della persona anziana, con pochi sforzi per individuare progetti di residenzialità sul territorio: i quali, oltre a mantenere gli anziani integrati nella comunità, potrebbero mettere a frutto le loro capacità di impegno attivo nel contesto sociale. Si può supporre che il ritardo del discorso pubblico sulla terza e la quarta età si collochi nel quadro di una più ampia incapacità  a fare i conti con i grandi mutamenti sociali che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, con particolare riguardo alla famiglia (ridotta propensione a mettere al mondo figli, indisponibilità delle donne a ricoprire il ruolo domestico tradizionale facendosi carico completamente della cura di bambini e anziani come accadeva nella famiglia patriarcale): in questo quadro di scarsa riflessione sulla nuova società segnata dalla soggettività femminile e su nuove ipotesi di organizzazione sociale,  è facile scivolare in uno scenario di falsi aut/aut, fra famiglia tradizionale al tramonto da una parte e intensificata istituzionalizzazione dall’altra.

La carenza nell’approccio di genere ha doppia ricaduta: da un lato, come si è appena visto, non si riesce a fare i conti col contributo che la soggettività femminile ha dato ai mutamenti sociali in atto e ciò indebolisce la ricerca di nuove prospettive di socialità accoglienti e rispettose delle persone anziane; dall’altro, la disattenzione alla soggettività porta a trascurare le differenze fra uomini e donne nell’affrontare le fasi finali della vita. Non solo le donne anziane sono poco studiate; anche quando lo sono, facilmente sono risucchiate nel paradigma della “doppia miseria”, quella dell’età anziana che si somma alla “miseria” sociale femminile. Su questa linea, emergono perlopiù gli aspetti di deficit (economico, di status sociale, di salute mentale specie riguardo il rischio di depressione etc.). Difficilmente si colgono gli aspetti di potenzialità legati all’esperienza femminile: ad esempio la capacità di “pluri-investimenti” (dal lavoro, agli affetti familiari, alle amicizie legate alla nuova socialità femminile) che differenzia le donne dalla maggior parte degli uomini (per i quali il lavoro rappresenta il perno del riconoscimento sociale e della quotidianità di vita). Si può ipotizzare che l’esperienza femminile di “pluri investimento” possa costituire un fattore di resilienza rispetto alle perdite che le persone debbono affrontare nel passaggio alla terza e quarta età; e al tempo stesso possa costituire un patrimonio da mettere a frutto nella costruzione di senso della fase finale della vita.

Quanto alle dimensioni socialmente oscurate dei diritti e delle libertà dei seniores, l’approccio di genere può essere particolarmente fertile, tenuto conto dei fermenti che hanno investito l’universo femminile negli ultimi decenni. Se è vero che proprio la ricerca di libertà ha caratterizzato la rivoluzione femminile, è cruciale indagare come questa tensione prenda forma nelle aspirazioni, nei desideri, nelle aspettative delle donne più anziane (molte delle quali hanno vissuto gli albori del femminismo); e quanto invece la rappresentazione sociale dell’anziana imperniata sul deficit ostacoli la fiducia nelle proprie capacità di affrontare positivamente le sfide dell’età.

Per concludere: lo scavo nella soggettività delle donne anziane può svelare un patrimonio di pensiero, di desideri, di progettazione di sé utile a prefigurare nuove politiche centrate sull’empowerment, valide per donne e per uomini …LEGGI TUTTO

Progetto di ricerca realizzato grazie al contributo di SPI CGIL

la Società della Ragione

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