Anche in Etiopia gli psichiatri locali sono formati a un approccio biologico che nella pratica costringe il malato in quella posizione di emarginato dalla quale proviene e alla quale è costretto a tornare. C’è una fiducia cieca nel farmaco prescritto all’interno di una dinamica istituzionale oppressiva che promuove pratiche dannose, parziali e decontestualizzate.
Aithiopía, dal greco terra degli abitanti dal volto bruciato, forse gli habesha del mondo arabo che così chiamano quella gente d’altopiano in quello che semanticamente suggerisce essere un “insieme di popoli diversi”. La storia stessa dell’Etiopia è estremamente complicata. Addis Ababa, che in amarico vuol dire “fiore nuovo”, in lingua oromo cambia nome in Finfinne. L’asfalto accompagna quello che è l’interesse commerciale del paese e diventa sterrato tanto quanto la cultura dei luoghi che si attraversano con la polvere che muta colore con la pioggia, e diventa il fango più ostico. Fuori dal finestrino il paesaggio cambia, dalle follie edilizie di Addis Abeba a una pianura più arsa, con tucul, capanne in fango e lamiera, termitai, acacie ad ombrello; quindi, salendo di quota, il verde si scurisce a smeraldo, in contrasto con i colori accesi degli abiti delle donne. Quasi una persona su due è analfabeta e una su tre vive sotto la soglia di povertà assoluta. Nelle città non ci sono riferimenti architettonici, tutto il vecchio è abbattuto per lasciare spazio a scheletri dalle impalcature in legno di nuovi palazzi di tredici piani, tra loro tutti uguali, prodotti dall’edilizia cinese. È come se il passato avesse lasciato solo l’intangibile, estraniato da un contesto ormai senza materia storica. Calendario e scritte in elegante lingua ge’ez dicono che l’Etiopia parla l’amarico, lingua cuscitica come il tigrino, entrambe parte degli ottantatré idiomi che si parlano nel paese.
Le strade di Addis dichiarano la diversità: i popoli del nord, dalla pelle più ramata e dalle pronunce più dolci, sono divisi dalle restanti etnie dalle tonalità più scure e con accenti semiti più duri. Quello che sembrava, anche per il suo stesso vanto, l’unico paese sfuggito al mix disordinato della spartizione dell’Africa prodotta dalla grande abbuffata coloniale dell’Europa ottocentesca, è ancora permeato dall’astio dei movimenti indipendentisti. In lotta per l’indipendenza da uno stato etno-federale, unito in passato dalla violenza dell’affermata superiorità razziale amara. Lo stesso esonimo, Abissinia, caro ai canti fascisti, assume qui una certa ambivalenza: la storia raccontata dai vinti ha capovolto la breve occupazione italiana, nella regione sud-orientale del Bale vista come liberazione da un vecchio impero basato su un etnogerarchia che si sente ancora presente.In questa straordinaria complessità storica, politica e sociale si sono generati povertà, violenza e odio che non contribuiscono certo alla costruzione di un sistema di salute. Oggi, in una delle due strade per Bale, c’è un enorme monumento agli oromo mutilati (gli oromo o galla, tradizionalmente dediti alla pastorizia, occupano buona parte dell’Etiopia).
Qui, nel cuore dell’Oromia, a circa 400 km dalla capitale, ho svolto la mia tesi di specialità, di cui quest’articolo è un sunto, presso l’unico centro neuropsichiatrico della regione, una realtà diocesana basata sulla collaborazione tra il settore privato non profit (https://www.araaraonlus.org/) e il settore pubblico.
La malattia mentale in Etiopia non è riconosciuta come altre malattie che affliggono il paese. Risultati di diversi studi mostrano che circa 25 milioni, su un totale di circa 130 milioni di etiopi, soffrono di qualche forma di disturbo mentale, ma meno del 10% riceve una qualche forma di trattamento e meno dell’1% riceve cure specialistiche. (1). A tutt’oggi, nel 2026, non vi è alcuna tutela giuridica per una persona in cura ai servizi per la salute mentale. Il suicidio è ancora fortemente stigmatizzato, sia per chi lo compie sia per la sua famiglia: il tasso del 9,45 x 100.000 del 2025, verosimilmente sottostima i molti morti senza diagnosi in casa o strada. Non esiste alcun piano nazionale di prevenzione del suicidio. Miseria morbum genitrice: nella povertà nascono vite da strada, accessi alle case di prostituzione, gravi sofferenze psicosociali che spesso conducono a tentativi di suicidio con ingestione di diserbanti o insetticidi. Come in altre realtà africane, i luoghi della cura sono organizzati per catchment areas e per disponibilità del personale, spesso anche non sanitario ma appositamente formato secondo il modello del task shifting. Dai “punti di salute” nei villaggi più remoti si raggiungono i “centri di salute” che contano con maggior disponibilità di personale e trattamenti e che servono un bacino geografico definito. Tali centri fanno riferimento a un ospedale che può anche essere specialistico.
E infatti esiste un grande ospedale psichiatrico (un manicomio tradizionale) ad Addis Abeba dotato di 268 letti, il St Amanuel. All’ingresso sono appesi avvisi con foto di persone e numero di telefono come si trattasse di un animale domestico disperso, che però in questo caso è un paziente internato che è fuggito. All’ingresso c’è anche la polizia militare, armata di bastoni che ricaccia dentro i pazienti che, rasati e in divisa a righe, stanno all’interno di uno stanzone con giardino e sono divisi rigorosamente per sesso. Grazie all’intervento dell’OMS, è in atto un’importante ma difficoltoso processo di deistituzionalizzazione: nel rapporto annuale del 2020 si scrive che solo il 26% delle strutture sanitarie ha integrato i servizi di salute mentale nei loro servizi generali e sempre più sono i reparti psichiatrici negli ospedali generali e i servizi di liaison con il territorio. Tuttavia, le strutture e i professionisti pubblici dedicati alla salute mentale sono drammaticamente scarsi. La maggior parte di questi servizi di salute mentale è concentrata nei principali centri urbani e, di conseguenza, il divario di trattamento è ulteriormente aggravato poiché circa il 79% degli etiopi vive in aree rurali: i servizi sono irraggiungibili sia per distanza geografica sia per ragioni economiche.
Gli psichiatri sono all’incirca un centinaio e trattano anche malattie neurologiche, fra cui l’epilessia è prevalente. Come intuibile vi è un allarme causato dal “brain drain”: nel 2006 l’Etiopia aveva perso nel 2006 circa un terzo dei suoi medici e negli USA vi erano tanti medici etiopi quanti quelli esistenti nello stesso sistema pubblico etiope (2). E chi resta, spesso si dedica alla pratica privata. Vi è un importante elemento che determina l’accesso alle cure: la presenza o assenza di una famiglia supportiva. Questa dicotomia presenza/assenza è determinata da fattori socioeconomici e da interpretazioni culturali proprie che conducono alla pratica dall’abbandono o anche alla coercizione violenta piuttosto che a una richiesta d’aiuto che poggia prevalentemente su paure di possessione o maleficio. Dilaga, infatti, l’esorcismo: dalle fonti d’acqua santa ortodosse si arriva fino alla violenza collettiva verso i protestanti. Curioso è il fenomeno delle mobile clinics poste accanto ai luoghi di cura tradizionale più famosi: se una tecnica non funziona, ecco l’offerta di una seconda opzione che spesso avvicina il paziente al mondo della biomedicina.
Tuttavia, la maggior parte delle richieste di aiuto sono di custodia: il malato di mente non produce e spesso si fa fatica anche a sfamarlo e mantenerlo. Una persona che soffre, affamata, maltrattata, se non è già reclusa o incatenata, spesso tenta la fuga da casa. Nei fatti, la maggioranza dei malati più gravi compongono la parte più estrema della marginalità sociale: si ritrovano a vivere in strada in condizioni disumane costruendosi una presenza sociale in una nuova identità, quella del “povero folle”. Il folle diventa malato soltanto se esiste un sistema che può diagnosticarlo come tale: tuttavia, in questa offerta di interpretazioni mediche “occidentali” può nascere addirittura più violenza. Nella diversità culturale spesso opera un conflitto umano e antropologico su cosa sia accettabile o meno, su cosa sia eticamente giusto o sbagliato. L’adozione di un modello esclusivamente biomedico rischia, nei fatti, in psichiatria, di alimentare istituzioni di cura manicomiali, pratiche non di liberazione ma di esclusione e segregazione.
Spesso modelli di psichiatria globale si incrociano nei contesti locali, creando fenomeni cosiddetti glocal ad alto rischio di distorsione di significato. Certo è che spesso, in culture estranee l’una all’altra, è naturale che vi sia una difficoltà non solo comunicativa ma anche di comprensione reciproca. I principi etici basilari della medicina occidentale (rispetto, vita, morte, salute e malattia) sono radicalmente diversi da quelli prodotti nel tempo da quelle società che gli antropologi chiamano “naturali, ascolastiche”. Vi è, cioè, un’immanenza scientifica che si contrappone all’invisibile delle culture prescientifiche. Molti conflitti si creano proprio sul scontro di questi principi culturali opposti, o più precisamente, dimensionalmente diversi. Il pensiero scientifico è basato sulla legge della causa/effetto. Molto diverso è invece il pensiero naturale o pre-letterato, che si basa sulla legge dell’equilibrio tra colpa/punizione, merito/premio e niente è lasciato al caso.
Ecco, quindi, che la malattia viene concepita come punizione, conflitto con gli antenati, possessioni, stregoneria. Prevenzione e contagio diventano insensati: c’è univocità della colpa sia nelle cause che in colui che si ammala.
E quanta denigrazione da parte della medicina occidentale che, invece, si basa sul binomio salute/malattia e che nasce dal confronto fra due mandati, l’uno di colui che pronuncia un giudizio clinico e l’altro di colui che riceve tale “giudizio”. In psichiatria fra questi due mandati, del curante e del curato, si costituisce un’istituzione altresì giudicante che spesso dimentica che la malattia mentale è epifenomeno del contesto e che trascura i determinati causali più importanti. Anche in Etiopia gli psichiatri locali sono formati a un approccio biologico che nella pratica costringe il malato in quella posizione di emarginato dalla quale proviene e alla quale è costretto a tornare. C’è una fiducia cieca nel farmaco prescritto all’interno di una dinamica istituzionale oppressiva che promuove pratiche dannose, parziali e decontestualizzate. E sarebbe invece necessario ripensare a quel rifiuto su cui scriveva Basaglia riflettendo su come l’istituzione, nel suo impianto nosografico, portava il medico a “occuparsi di una definizione astratta che in qualche modo lo deresponsabilizza” senza vedere la persona che era nel malato (3). Similmente, anche nella cooperazione tecnica in psichiatria si rischia di vedere l’aiuto e non la persona che si aiuta. Così, lavorare sulla salute mentale in un contesto allo-culturale nei fatti rischia di portare principi estranei all’interpretazione locale del fenomeno umano della follia. Frantz Fanon, psichiatra francese del nativo della Martinica, fu il primo a riflettere su come le radici storiche e culturali dell’occidente debbano rifuggire dalle scelte oppressive o imitative. Fanon ci ricorda che in culture altre i bisogni del corpo possono avere diversa interpretazione e cura, e ancor più le “malattie dell’anima” esasperano queste differenze essendo loro stesse “una condizione umana” che varia col variare dell’umano. (4)
Ma allora è possibile un dialogo? Forse solo una solida integrazione antropologica alla medicina, permette che il monolite “malattia” venga decostruito nella triade di illness (esperienza soggettiva), sickness (esperienza collettiva) e disease (dimensione biologica) (5). L’antropologia medica permette una riflessione più ampia che, a partire da una posizione di decentramento culturale, rende un conflitto culturale modificabile per condivisione dell’esperienza. Nella realtà dell’Etiopia di oggi, paura, nell’indifferenza e nella povertà, il folle si perde. La psichiatria potrebbe essere vettrice di dignità e di incontro ma soltanto operando nella comunità che può accogliere così come respingere, creare come distruggere. Solidi e impressionanti a tal riguardo sono i risultati della buona pratica di Grégoire Ahongbonon in Africa occidentale (6), che basandosi sulla figura dell’utente riabilitato esperto (in Italia i rari e preziosi ESP) ha promosso deistituzionalizzazione e riabilitazione psicosociale restituendo valore all’homo socius come parte della collettività
Fondamentale sarà quella cooperazione tecnica che produce cambiamento a partire congiuntamente dal basso, ossia dall’attuazione di buone pratiche sociali, e dall’alto, ossia da politiche sanitarie innovative (7).
Niccolò Ghiotto, Medico psichiatra cooperante
Bibliografia
- World Health Organisation. Mental Health Atlas. 2020 Country Profile: Ethiopia [WWW Document], n.d. URL https://www.who.int/publications/m/item/mental-health-atlas-eth-2020-country-profile (accessed 11.30.24).
- Torrey, E.F., Torrey, B.B. (2012). The US distribution of physicians from lower-income countries. PloS One 7, e33076. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0033076
- Basaglia, F. L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Baldini & Castoldi edizioni. Milano, 2018.
- Fanon, F., 2015. Pelle nera, maschere bianche. Edizioni ETS, Pisa, 2025.
- Kleinman, A. The illness narratives, suffering, healing and the human condition. Basic books. New York, 1988.
- Ahongbonon G. They Are Living in Chains: My Quest to Liberate Africa’s. Untouchables. TKC Catholic Bookstores, 2022.
- Saraceno, B. Discorso globale, sofferenze locali. Analisi critica del Movimento di salute mentale globale. il Saggiatore. Milano, 2014.
fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/07/psichiatria-dal-nord-al-sud-del-mondo/
