Nel 2025 sono morte in Italia almeno 249 persone per intossicazione acuta da sostanze: quasi cinque ogni settimana. Dopo la grande riduzione avvenuta dagli anni Novanta, il calo si è fermato. Per arrivare a zero servono naloxone, drug checking, servizi di prossimità e un cambio radicale delle politiche.
Duecentoquarantanove morti in un anno: quasi cinque ogni settimana. È il dato più recente contenuto nella Relazione al Parlamento sulle dipendenze 2026, riferito al 2025. Si tratta dei decessi per intossicazione acuta direttamente accertati dalle forze dell’ordine: il 7,8% in più rispetto ai 231 registrati nel 2024.
Non siamo davanti all’epidemia che ha travolto gli Stati Uniti, ma neppure a un problema residuale. Dopo la drammatica stagione degli anni Novanta, quando si superarono le 1.500 vittime annuali, la mortalità è fortemente diminuita. A determinare quel risultato non furono l’inasprimento delle pene o la retorica della “lotta alla droga”, ma la diffusione dei trattamenti con metadone, delle unità di strada, dei servizi a bassa soglia e del naloxone consegnato direttamente alle persone che usano oppioidi. Da alcuni anni, però, il calo si è arrestato e il dato torna a crescere.
I numeri ufficiali vanno inoltre maneggiati con cautela. I 249 casi rappresentano le morti riconosciute immediatamente come overdose dalle forze dell’ordine, non l’intera mortalità associata alle sostanze. La stessa Relazione governativa utilizza fonti e definizioni differenti: dati di polizia, certificati Istat e indagini tossicologico-forensi non coincidono per tempi, criteri e ampiezza. Nel 2024, per esempio, nei casi esaminati dalle tossicologie forensi furono rilevate sostanze stupefacenti, psicotrope o alcol in 928 decessi, con un aumento del 13% sull’anno precedente. Non tutti erano overdose, ma il confronto mostra quanto il perimetro dei 231 casi direttamente accertati fosse ristretto.
Cambiano le sostanze, non il bisogno di protezione
La cocaina è ormai al centro del quadro italiano. Nel 2025 è stata attribuita a questa sostanza circa una morte direttamente accertata su tre ed è risultata associata al 32% dei ricoveri droga-correlati. Il 28% delle persone seguite dai SerD aveva cocaina o crack come sostanza primaria. Nel 2024 cocaina e crack erano stati indicati in 80 decessi, sostanzialmente alla pari con eroina e altri oppioidi.
La classificazione per singola sostanza rischia però di semplificare un fenomeno nel quale contano molto il policonsumo, la variabilità della potenza, la presenza di adulteranti e l’associazione con alcol, benzodiazepine o farmaci. Nel 2025 i pronto soccorso hanno registrato 9.641 accessi direttamente droga-correlati, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Crescono inoltre nuove sostanze psicoattive e oppioidi sintetici: non è una ragione per alimentare campagne allarmistiche sul “fentanyl”, ma per rendere più tempestivi monitoraggio e interventi.
L’età delle vittime si è progressivamente alzata. Nel 2024 l’età media era di circa 43 anni e l’83% dei morti era composto da uomini. È il profilo di una popolazione spesso segnata da lunghi percorsi di consumo, problemi di salute, povertà, carcere, precarietà abitativa e isolamento. Ma le medie nascondono anche persone giovani, consumi occasionali e contesti ricreativi nei quali una sostanza inattesa o una combinazione possono diventare fatali.
Su Fuoriluogo lo abbiamo scritto più volte: se oggi l’Italia registra numeri molto inferiori a quelli di trent’anni fa, il merito è della riduzione del danno. Eppure gli interventi restano frammentati e dipendenti dal luogo in cui si vive. I Livelli essenziali di assistenza la includono dal 2017, ma mancano standard nazionali, risorse vincolate e una reale esigibilità. Ci sono città con unità mobili, drop-in e distribuzione del naloxone; altrove questi strumenti sono assenti o affidati alla tenacia di pochi operatori.
Il modello italiano del Take Home Naloxone, studiato da Forum Droghe, ha anticipato molti altri Paesi: il farmaco salvavita viene affidato alle persone che usano oppioidi e alle loro reti perché possano intervenire immediatamente. Tuttavia la distribuzione rimane disomogenea e molte farmacie non ne garantiscono la disponibilità. Anche l’arrivo del naloxone nasale senza obbligo di prescrizione non risolve il problema se il prezzo, la scarsa informazione o la mancata presenza sul territorio ne limitano l’accesso.
Quota zero non è un miraggio
Portare a zero le morti evitabili significa innanzitutto distribuire gratuitamente naloxone, sia in formulazione iniettabile sia nasale, nei SerD, nelle farmacie, nelle carceri, nei dormitori, nelle unità di strada e nei luoghi del divertimento. Ogni persona in trattamento con oppioidi, dimessa da una comunità o liberata dal carcere dovrebbe riceverlo insieme a una formazione essenziale: dopo un periodo di astinenza la tolleranza diminuisce e il rischio di overdose aumenta.
Servono poi drug checking accessibile e anonimo, sistemi di allerta rapida costruiti con chi usa sostanze, stanze del consumo sicuro, trattamenti agonisti senza liste d’attesa e servizi aperti anche a chi non vuole o non riesce a interrompere il consumo. Occorre rafforzare gli interventi per cocaina e crack, superando un’offerta ancora troppo concentrata sugli oppioidi, e integrare salute, casa e sostegno al reddito.
Infine bisogna smettere di confondere prevenzione e repressione. Lo stigma spinge a consumare da soli e allontana dai servizi; la criminalizzazione rende il mercato più imprevedibile e ostacola la richiesta di aiuto. Depenalizzare l’uso, proteggere chi chiama i soccorsi e coinvolgere le persone che usano droghe non significa minimizzare i rischi: significa ridurli davvero.
Duecentoquarantanove non è un numero basso. Sono 249 morti in gran parte prevenibili. L’obiettivo non può essere amministrarle, né accontentarsi che siano meno che altrove. L’unico obiettivo accettabile è zero.
fonte: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/overdose-obiettivo-zero/
