Giovani e lavoro: cinque comode narrazioni. di Marianna Filandri

Marianna Filandri discute cinque diffuse narrazioni sul rapporto dei giovani con il mondo del lavoro (sarebbero poco volenterosi, formati male, privi di reali necessità economiche e si muoverebbero ma non per necessità) il cui limite è che riconducono le difficoltà dei giovani ai loro comportamenti e guardano soltanto all’offerta di lavoro. I dati invitano, invece, a guardare anche alla domanda e ad altri soggetti; così facendo si comprende che le politiche dirette a modificare i comportamenti dei giovani sono spesso le più facili da realizzare.


Nel 2024 tra i 20-24enni che hanno concluso gli studi il tasso di disoccupazione era del 19,4% e quello di inattività del 24,1% (Istat). Nello stesso tempo Unioncamere-Excelsior stima per il periodo 2025-2029 un fabbisogno di 3,3-3,7 milioni di lavoratori, in gran parte per sostituire chi esce dal lavoro. I due dati non sono direttamente confrontabili, perché riguardano popolazioni e periodi diversi, e il fabbisogno è una previsione. Accostati, tuttavia, mostrano una tensione che merita di essere indagata. Tra i motivi che le imprese indicano per la difficoltà di reperimento prevale la mancanza di candidati rispetto alla preparazione inadeguata. Perché tante imprese dichiarano difficoltà nel trovare personale mentre molti giovani faticano a entrare stabilmente nel mercato del lavoro?

Il dibattito pubblico risponde soprattutto guardando ai giovani. Le risposte si possono ricondurre a cinque narrazioni, che spiegano le difficoltà con comportamenti o caratteristiche individuali. La prima narrazione dice che i giovani non sono volenterosi. Rifiuterebbero i lavori che trovano e darebbero al lavoro meno importanza che in passato. Tuttavia, i dati non confermano che i giovani non vogliano lavorare. Tra i diplomati di 20-34 anni che non hanno mai intrapreso studi terziari, il 64,5% indica come motivo che preferiva lavorare (Istat, 2024). Inoltre giovani e resto della popolazione dichiarano che lavorerebbero in quattro casi su cinque anche non avessero bisogno di farlo. Una differenza riguarda piuttosto il fatto che i giovani attribuiscano al lavoro una minore centralità, che riconosce il 47,6% dei giovani contro il 79,6% degli altri (Centro Bobbio, Università di Torino). Ma questa differenza può essere letta come una risposta a ciò che il lavoro oggi offre. Nel 2024 ha un contratto a termine il 30,3% dei 15-34enni e il 7,4% dei 50-64enni (Istat), le imprese programmano il 59,4% delle entrate con contratti a termine (Excelsior, 2025) e i salari reali sono inferiori dell’8,7% rispetto al 2008. Un lavoro precario e mal pagato può essere così poco attraente da venire rifiutato.

La seconda narrazione attribuisce le difficoltà a una formazione scarsa o inadeguata, e quindi attribuisce una parte di responsabilità a scuola e università. In Italia ha un titolo terziario il 25,1% dei 20-34enni, contro il 36,4% della media UE27, e il dato alimenta l’idea di un’offerta insufficiente. Tra i laureati, tuttavia, l’offerta supera il fabbisogno previsto per il 2025-2029, con carenze soltanto in alcuni indirizzi, come quello economico-statistico, medico-sanitario e ingegneristico. Il problema non sembra quindi riducibile alla scarsità di laureati, ma riguarda la distribuzione degli indirizzi, e soprattutto una domanda di lavoro che esprime un fabbisogno relativamente limitato di competenze elevate. Il 62,7% del fabbisogno, infatti, riguarda professioni cosiddette non high-skill. La sovraistruzione dei giovani italiani supera la media europea e si concentra nei lavori più precari, perché riguarda il 47,5% dei collaboratori contro il 26,8% dei dipendenti a tempo indeterminato. Su questa narrazione resta poi aperta la questione opposta, ossia quanta della conoscenza e dell’innovazione prodotte da scuola e università le imprese recepiscano e riescano a utilizzare.

La terza narrazione afferma che i giovani non lavorano perché non ne hanno bisogno. Vivono con i genitori, che li mantengono, e se avessero bisogno di guadagnare lavorerebbero. Il primo elemento ha un fondamento, perché nel 2025 i giovani italiani lasciano la casa dei genitori a 30,2 anni, contro 26,3 nella media UE (Eurostat). Ma la famiglia non elimina il bisogno di reddito. Spesso lo assorbe e lo nasconde, compensando salari insufficienti, discontinuità lavorativa e impossibilità di sostenere autonomamente il costo dell’abitazione. Nel 2024 la povertà assoluta colpisce l’11,7% dei 18-34enni, più dei 35-64enni (9,5%) e degli over 65 (6,4%) (Istat). Inoltre, il lavoro non basta a evitare la povertà, perché è povero il 15,6% delle famiglie con persona di riferimento operaia, contro l’8,4% del totale delle famiglie.

La quarta narrazione riguarda la mobilità. Chi resta in Italia lo farebbe per comodità, perché sta bene in famiglia e non vuole rischiare, mentre chi parte lo farebbe per ambizione, per carriera e avventura più che per necessità. Sono due versioni della stessa lettura, secondo cui la scelta dipende dalla persona e non dalle condizioni in cui si trova. In altri termini preferenze e non vincoli. Gli italiani di 18-34 anni che emigrano sono aumentati e nel 2024 le cancellazioni anagrafiche per l’estero sono state 77.900 (Istat). Le condizioni però pesano. Il canone di affitto assorbe una quota del reddito da lavoro dipendente più alta per gli under 40 che per il totale dei lavoratori, e la grave deprivazione abitativa riguarda il 12,1% degli under 35 nel 2024 (Oxfam Italia). Restare e partire possono quindi essere risposte agli stessi vincoli, salari bassi e casa cara. Restare in famiglia può anche essere una strategia, che consente di aspettare un lavoro migliore invece di accettarne uno che non permette l’autonomia. Chi dispone di risorse familiari ha maggiori possibilità di restare, aspettare o partire, mentre chi non le ha può essere più facilmente costretto ad accettare ciò che trova.

L’ultima narrazione sostiene che il merito conta più di tutto e che chi si impegna alla fine ha successo. Il merito presuppone però uguaglianza delle opportunità di partenza, mentre è ben noto che la povertà e la ricchezza tendono a trasmettersi da una generazione all’altra. Un dato emblematico è che tra il 2010 e il 2025 la quota di ricchezza netta del 10% più ricco è salita dal 52,1% al 59,9%, mentre quella della metà più povera è scesa dall’8,5% al 7,4% (Banca d’Italia). Un altro dato è il peso dell’origine sociale a parità di livello di istruzione. Tra i laureati, infatti, è sovraistruito il 29,5% di chi ha genitori con un titolo basso, mentre la percentuale scende al 22,7% per chi ha genitori laureati (Istat, 2024). La ricchezza familiare non garantisce soltanto maggiori opportunità formative. Consente di cercare un’occupazione più a lungo, svolgere esperienze poco o per nulla retribuite ma che aprono prospettive di carriera, trasferirsi nelle città dove si concentra il lavoro qualificato e rifiutare occupazioni inadeguate. Anche il merito, quindi, ha bisogno di risorse per potersi manifestare e ottenere riconoscimento.

Le cinque narrazioni hanno in comune il fatto di guardare soltanto all’offerta di lavoro. Tuttavia, la condizione dei giovani non si può leggere in maniera così limitata. I dati richiamano l’attenzione sulla domanda, sui contratti che vengono offerti, sui salari e sul numero di posti qualificati. Pesano anche le risorse familiari di partenza. Più in generale, chiamano in causa tutti i soggetti che operano nel mercato del lavoro, ossia l’offerta, la domanda, le parti sociali e lo Stato, mentre le narrazioni dominanti ne considerano uno solo.

C’è una ragione per cui la lettura individuale prevale, e riguarda le politiche che ne discendono. Se il problema sta nei giovani, l’intervento si riduce alla formazione, all’orientamento e agli incentivi a muoversi. Sono misure poco costose sul piano politico, che non toccano interessi organizzati e che sostanzialmente deresponsabilizzano chi governa. Se i giovani non lavorano per scelta, o per una preparazione inadeguata, resta poco altro da fare, perché la politica può offrire formazione ma non può convincere a lavorare chi non vuole farlo.

Se invece il problema sta anche nella domanda e nei meccanismi di regolazione, il discorso cambia e diventa ben più complicato. Gli interventi riguardano le difficoltà del tessuto produttivo, la sua specializzazione, la possibilità di ricorrere a contratti a termine, il livello dei salari e le forme di lavoro. Ad esempio, misure che innalzano i salari o limitano le forme di lavoro più precarie incidono sulla distribuzione dei costi e dei vantaggi e incontrano più facilmente l’opposizione delle imprese, che hanno voce e capacità di organizzarsi. I giovani sono invece tra i soggetti con meno potere di opposizione, perché sono sempre meno numerosi, poco organizzati e poco rappresentati. È plausibile che la lettura individuale prevalga non soltanto perché sia la più convincente, ma anche perché produce politiche meno conflittuali e meno impegnative per chi governa. Cambiare la lettura è il presupposto per cambiare gli interventi, perché finché il problema resta dei giovani nessun altro è chiamato a rispondere.


* Il presente articolo riprende i contenuti della relazione tenuta dall’Autrice al workshop su “Giovani e lavoro” del 6 ottobre 2026 organizzato dal CIRET presso la facoltà di Economia di Sapienza Università di Roma.

fonte: https://eticaeconomia.it/giovani-e-lavoro-cinque-comode-narrazioni/

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