Quale accesso ai farmaci anti-obesità. di Giuseppe Traversa

Come regolare l’accesso dei nuovi farmaci antidiabetici (GLP-1) nella gestione dell’obesità è oggi un tema ampiamente dibattuto. Il mancato rimborso incide negativamente sull’equità, mentre una copertura estesa a tutti i pazienti che rientrano nelle indicazioni potrebbe essere insostenibile per i servizi sanitari. Per favorire una discussione razionale sulle decisioni di rimborso è utile richiamare l’attenzione su: efficacia e rischi dei farmaci, dimensione della popolazione eleggibile, impatto sulla spesa pubblica e ruolo delle strategie di sanità pubblica nella gestione dell’obesità.


Due farmaci inizialmente sviluppati per il trattamento del diabete di tipo 2, semaglutide e tirzepatide, hanno dimostrato di ridurre del 15-20% circa, nel corso di 12-18 mesi di trattamento, il peso delle persone obese, una riduzione mai raggiunta in precedenza da altri trattamenti farmacologici. In Italia questi farmaci sono rimborsati dal SSN esclusivamente nei pazienti adulti con diabete di tipo 2. Non è invece rimborsata l’indicazione autorizzata nella gestione del peso, e il costo del trattamento è a carico dei cittadini, con una spesa mensile a dosaggio pieno dell’ordine di 300-500 euro. Come regolare l’accesso a questi farmaci nella gestione dell’obesità è oggi un tema ampiamente dibattuto. Il mancato rimborso incide negativamente sull’equità, mentre una copertura estesa a tutti i pazienti che rientrano nelle indicazioni potrebbe essere insostenibile per i servizi sanitari (Huffman 2025). Per favorire una discussione razionale sulle decisioni di rimborso è utile richiamare l’attenzione su: efficacia e rischi dei farmaci, dimensione della popolazione eleggibile, impatto sulla spesa pubblica e ruolo delle strategie di sanità pubblica nella gestione dell’obesità.

L’efficacia.

Semaglutide e tirzepatide appartengono alla classe degli agonisti dei recettori GLP-1 (glucagon‐like peptide‐1) e GIP/GLP1 (gastric inhibitory polypeptide/GLP-1) (di seguito, per semplicità, si utilizzerà GLP-1 per entrambi). I farmaci sono autorizzati, oltre che nel trattamento del diabete di tipo 2, nella riduzione del peso corporeo in persone con indice di massa corporea (BMI, ottenuto dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri)  uguale o superiore a 30, o compreso fra 27 e 29,9 in presenza di comorbilità correlate al peso. L’azione farmacologica si basa principalmente sulla riduzione della sensazione di fame e sull’aumento della sazietà. L’efficacia dei GLP‑1 nella riduzione del peso in soggetti senza diabete è stata valutata in diversi studi randomizzati controllati con placebo, della durata di circa 68–72 settimane, sempre in associazione a interventi su dieta ed esercizio fisico. Nel principale RCT pre-autorizzativo della semaglutide, che ha incluso 1961 pazienti con età media di 47 anni e BMI medio di 38, la riduzione del peso a 68 settimane è stata del 14,9% nel gruppo semaglutide e del 2,4% nel placebo (Wilding 2021). L’83% dei pazienti trattati e il 31% dei controlli hanno registrato una perdita di peso giudicata clinicamente rilevante (≥5%). In Nota 1 la definizione e il calcolo di BMI.

Per la tirzepatide, lo studio principale sulla gestione del peso, che ha incluso 2539 pazienti con età media di 45 anni e BMI basale di 38, ha mostrato una riduzione del peso a 72 settimane del 16,0%, 21,4% e 22,5% rispettivamente con i dosaggi di 5, 10 e 15 mg, a fronte di una riduzione del 2,4% nel gruppo placebo (Jastreboff 2022). Una perdita di almeno il 5% del peso è stata raggiunta nel 28% del gruppo placebo e nell’89%-96% dei trattati con tirzepatide.

La riduzione del peso ottenuta con i GLP‑1 si accompagna a benefici su diverse comorbilità associate all’obesità, tra cui una riduzione della pressione arteriosa (in media circa 5 mmHg rispetto al placebo) e una diminuzione dell’incidenza di diabete di tipo 2 nei soggetti inizialmente non diabetici. In pazienti con BMI medio di 33 e precedente evento cardiovascolare, l’uso di semaglutide ha ridotto, nel corso di 36 mesi di trattamento, il rischio di recidiva o di morte per cause cardiovascolari dall’8% del placebo al 6,5% dei trattati (Lincoff 2023).

L’effetto alla sospensione del trattamento.

Entro 12-18 mesi di trattamento continuativo con i GLP-1, i pazienti raggiungono un plateau di riduzione del peso. Alla sospensione della terapia si osserva un progressivo recupero. In media, i due terzi del recupero si verifica entro un anno, mentre il ritorno al peso iniziale avviene generalmente entro 18 mesi dalla sospensione (West 2026), e parallelamente scompaiono i benefici cardio-metabolici associati alla riduzione di peso. La conclusione più ovvia è di continuare il trattamento, come avviene per altre terapie croniche, dall’ipertensione alle dislipidemie. Tuttavia, nella pratica clinica circa il 50% dei pazienti obesi senza comorbilità interrompe il trattamento con GLP-1 entro 12 mesi dall’inizio (Do 2024).

Per contrastare l’effetto della sospensione dei farmaci, la linea guida OMS (di cui si accenna dopo) raccomanda di associare al trattamento farmacologico interventi comportamentali strutturati a sostegno della riduzione dell’apporto calorico e dell’aumento dell’attività fisica. Certo, anche la sospensione degli interventi comportamentali si associa a un recupero del peso, ma questo effetto avviene più lentamente rispetto alla sospensione dei farmaci (West 2026).

I rischi legati all’uso.

Le reazioni avverse più frequenti associate all’uso di GLP-1 sono di tipo gastrointestinale. La semaglutide ha causato nausea nel 43,9% dei pazienti (16,1% nel placebo), diarrea nel 29,7% (15,9% nel placebo) e vomito nel 24,5% (6,3% nel placebo) (RCP Wegovy). Dati analoghi sono segnalati per tirzepatide, con un effetto dose-dipendente: ad esempio, la diarrea passa dall’8,9% nel gruppo placebo a 11,8%, 13,3% e 16,2%, rispettivamente per i dosaggi 5, 10 e 15 mg (RCP Mounjaro). Le reazioni avverse gastrointestinali possono determinare disidratazione, con rischi di compromissione renale; è quindi essenziale che i pazienti siano adeguatamente informati della necessità di idratarsi in maniera adeguata. Una pancreatite acuta è stata segnalata nello 0,2% dei pazienti trattati con semaglutide; negli studi con tirzepatide è segnalato l’aumento degli enzimi pancreatici. Calcolosi biliare e colecistite sono state riportate dall’1,6% e 0,6% dei pazienti trattati con semaglutide (rispettivamente 1,1% e 0,3% nel placebo); livelli simili di reazioni avverse sono associati all’uso di tirzepatide (RCP WegovyRCP Mounjaro).

Negli ultimi anni sono emersi anche segnali di disturbi visivi associati all’uso dei GLP-1. Nei pazienti con diabete di tipo 2, è stato osservato un raddoppio dell’incidenza di degenerazione maculare correlata all’età fra gli assuntori di GLP-1 rispetto ai non assuntori (Shor 2025). Nei pazienti senza diabete, l’uso di semaglutide è stato associato a un incremento dell’incidenza di neuropatia ottica ischemica anteriore, che nel corso di 36 mesi di trattamento passa da 0,8% nei non assuntori a 6,7% negli assuntori (Hathaway 2024). In uno studio condotto su donne di età superiore ai 75 anni, la semaglutide ha mostrato un aumento di circa 4 volte delle fratture di anca e bacino rispetto al placebo (Greenway 2025).

Le indicazioni della linea guida OMS.

A fine 2025 l’OMS ha pubblicato una linea guida sull’uso dei GLP-1 nel trattamento dell’obesità negli adulti (Celletti 2025). Dopo avere riconosciuto l’obesità come malattia cronico-recidivante, vengono avanzate due raccomandazioni: i) “i farmaci GLP-1 possono essere usati come trattamento a lungo termine dell’obesità”; ii) “agli individui che ricevono i GLP-1 deve essere fornito il counseling sui cambiamenti comportamentali e degli stili di vita”. Per garantire equità nell’accesso, la linea guida suggerisce una copertura a carico dei sistemi sanitari pubblici e richiama la necessità di criteri trasparenti di priorità per identificare i pazienti con maggiore bisogno, soprattutto in contesti con risorse limitate o possibile carenza dei farmaci. Si raccomanda inoltre di affiancare, alla terapia farmacologica, una terapia comportamentale intensiva che includa “la definizione di obiettivi strutturati per l’esercizio fisico e la dieta, restrizioni dell’apporto calorico, sessioni di counseling settimanali e valutazione routinaria dei progressi”.

Quante persone sono eleggibili all’uso dei GLP-1?

In Italia si stima che sia obeso il 10% circa della popolazione adulta 18-69 anni (circa 4 milioni con BMI  uguale o superiore a 30) e un ulteriore 33% sia in sovrappeso (circa 13 milioni con BMI compreso fra 25 e 30) (Masocco 2023). Se anche solo un terzo delle persone in sovrappeso avesse un BMI compreso fra 27 e 29,9 e rientrasse nelle indicazioni autorizzate (4 milioni circa), le persone eleggibili sarebbero circa 8 milioni. Assumendo che il 20-25% di questa popolazione sia già eleggibile per la concomitanza di una diagnosi di diabete (Shi 2025), rimangono esclusi dalla copertura SSN oltre 6 milioni di persone.

Anche ipotizzando un costo annuo di circa 1.000 euro per paziente – nel 2024 il costo-die dei GLP-1 nel SSN era di 3,46 euro (Osmed 2025) – la spesa complessiva sarebbe dell’ordine di diversi miliardi di euro.

Le ragioni a favore di un allargamento del rimborso.

Il principale argomento a favore di un’estensione del rimborso è l’elevata efficacia dei GLP-1, che consente riduzioni di peso prima irraggiungibili con altri trattamenti. In assenza di rimborso, l’accesso è determinato dalla capacità di spesa individuale, con un impatto particolarmente penalizzante per le fasce sociali più svantaggiate, che presentano anche una maggiore prevalenza di obesità. Secondo i dati raccolti dal sistema Passi, in Italia, nel periodo 2023-2024, a fronte di una media italiana del 10%, la prevalenza di obesità passa da un minimo del 6,2% fra le persone laureate al 20,9% fra coloro che hanno un titolo di studio non superiore alla licenza elementare (Masocco 2023https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/sovrappeso).

Le ragioni per mantenere un atteggiamento prudentemente restrittivo.

La disponibilità di farmaci in grado di ridurre il peso del 15-20% è un’opportunità per i singoli pazienti e per le strategie di sanità pubblica di gestione dell’obesità. Non si devono però dimenticare i limiti, rappresentati dalla frequenza di reazioni avverse, dall’elevata probabilità di interruzione del trattamento, dal recupero del peso dopo la sospensione e dai costi. Vale la pena di ricordare che questi farmaci sono autorizzati “in aggiunta a una dieta ipocalorica e a un aumento dell’attività fisica”. Anche la linea guida OMS non mette in discussione l’efficacia dei farmaci nella riduzione del peso, ma sottolinea l’importanza di fare affidamento su un insieme coordinato di interventi comportamentali associati ai trattamenti farmacologici. Certo, la mancanza di questi interventi di sostegno riguarda anche i pazienti con diagnosi concomitante di diabete. Sempre secondo l’indagine Passi, nonostante il 70% delle persone con diabete presenti un eccesso ponderale, solo il 45,8% di questi dichiara di seguire una dieta per perdere peso e solo il 17,9% fa un’attività fisica in accordo con le linee guida (30 minuti di attività moderata per almeno 5 giorni alla settimana, e/o attività intensa per più di 20 minuti per almeno 3 giorni settimanali) (https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/diabete). Questi dati, tuttavia, sollecitano proprio l’adozione, nel SSN, di interventi a sostegno di stili di vita più adeguati, basati su alimentazione e attività fisica, i quali hanno effetti complessivi sulla salute oltre che sull’obesità.

Una possibile strategia di intervento.

Sarebbe necessario, innanzitutto, che i pazienti obesi con diabete di tipo 2, che già oggi possono ricevere i GLP-1 a carico del SSN, ricevano anche interventi comportamentali adeguati. Potrebbe poi essere valutato un ampliamento graduale dell’accesso ai farmaci, prioritizzando i soggetti con obesità più grave (ad esempio BMI > 40) e concomitanti patologie cardiovascolari, a condizione di una presa in carico che includa interventi di sostegno e una progressiva riduzione del prezzo dei farmaci.

Conclusione.

Una strategia di contrasto dell’obesità non può basarsi solo, né principalmente, sui farmaci. Le rilevanti differenze di prevalenza di obesità fra aree geografiche, o in base ai determinanti sociali, impongono che l’uso dei farmaci sia parte di una strategia “di popolazione”. Si pensi a politiche generali – dagli interventi formativi a quelli fiscali –  riguardanti bevande zuccherate e distributori di alimenti negli edifici pubblici, aumento del consumo di verdura e frutta e riduzione del consumo di cibi ipercalorici e ultraprocessati. Si pensi anche alla capacità del SSN di dotarsi di strutture che forniscano, come raccomandato dall’OMS, “il counseling sui cambiamenti comportamentali e degli stili di vita”. Questi interventi avrebbero l’effetto di spostare l’intera distribuzione del peso nella popolazione verso quello che si osserva nelle classi sociali più avvantaggiate per reddito e livello di istruzione, producendo un più complessivo effetto positivo sulla salute cardiovascolare, sull’incidenza dei tumori e sul decadimento cognitivo, e rafforzerebbero l’efficacia del trattamento farmacologico.

In assenza di una strategia di sanità pubblica, e in presenza di un rilevante interesse commerciale delle aziende produttrici, si attenua invece l’efficacia dei farmaci nei singoli pazienti e non si contrasta la diffusione di sovrappeso e obesità. Neppure la prospettiva di riduzione dei costi di trattamento, come effetto della competizione prodotta dall’autorizzazione di nuovi farmaci e dalle scadenze brevettuale, modificherà la necessità di accompagnare l’allargamento della rimborsabilità SSN – in base alla gravità dell’obesità e alla presenza di patologie concomitanti – con interventi “di popolazione”.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/02/quale-accesso-ai-farmaci-antiobesita/

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