Sul DDL “disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” (audizione al Senato di Forum Droghe).
Premessa
Forum Droghe ritiene che l’attuale normativa sulle droghe tutta centrata sul modello penale e repressivo oltre che sulla riduzione a patologia dei comportamenti legati all’uso disfunzionale di droghe non solo non ha raggiunto i suoi obiettivi di un mondo senza droghe, in quanto il mercato delle droghe è sempre più attivo e i consumi sempre più diffusi, ma ha determinato danni alla popolazione sia a carico della salute che della convivenza. Basta scorrere i dati della Relazione al Parlamento che documentano sui nuovi mercati e sulla diffusione collegata di nuovi stili di consumo e che rilevano che un terzo dei detenuti hanno una diagnosi di tossicodipendenza contribuendo in modo decisivo al sovraffollamento delle carceri. In questo contesto politico e culturale, chi usa droghe è fortemente stigmatizzato, creando distanze relazionali e sociali, conflitti e pregiudizi diffusi, che ostacolano l’apprendimento di comportamenti volti a tutelare la propria salute e i processi di cura, di recupero e inclusione sociale.
In attesa di un cambio normativo sostanziale riteniamo sia necessario potenziare e ampliare l’area delle misure alternative alla detenzione.
Alcuni punti controversi del DDL
Il DDL intende intervenire sul sovraffollamento delle carceri e allargare l’offerta di opportunità di recupero per i “tossicodipendenti” detenuti nelle carceri italiane, all’interno delle comunità terapeutiche in quanto si riconosce che il carcere non risulti adeguato a questo obiettivo. Prevede una maggiore collaborazione tra istituzioni sanitarie e UEPE, e prevede un meccanismo per evitare l’accesso al carcere.
Tutti principi condivisibili che però vengono ad essere vanificati dall’impianto di base del DDL.
Infatti i due articoli introdotti, 94 ter e quater, ad integrazione della legge sulle droghe (DPR 309/90) pur configurandosi come un ampliamento dell’art 94 che prevede l’affidamento in prova (con riferimento all’art 47 della legge sull’ordinamento penitenziario) per eseguire misure alternative alla detenzione, difatti per esplicita dichiarazione dei proponenti, “ si discostano significativamente da quel modello” in quanto prevedono “una forma di esecuzione della pena in regime non carcerario ma pur sempre detentivo” .
Il processo che il DDL prefigura è, a nostro giudizio particolarmente rischioso e insidioso in quanto risponde a un giusto bisogno in modo controverso, creando nuove strutture detentive parallele al carcere nelle comunità terapeutiche stravolgendo la mission di queste organizzazioni, delineando la prospettiva di nuove forme di carcerazione privata. Infatti è chiaro a tutte/i le persone che operano in qualche modo nelle carceri che il modello attuale della detenzione sia costruito sulla dimensione carceraria, rigida e restrittiva delle libertà e produce afflizione e costrizione che ostacolano i processi di cura e di ripresa di sé. E il DDL segue questa logica restrittiva pretendendo che diventi propria delle Comunità Terapeutiche.
Si da un’enfasi eccessiva alla “volontà” della persona a sottoporsi al programma di detenzione in comunità introducendo un criterio di colpevolizzazione, ad esempio, nel caso il programma non raggiungesse i risultati che, come è noto, intensificherebbe la sofferenza della persona. E ad aggravare questa condizione si prevede che la misura potrà essere concessa una sola volta.
È al contrario ormai consolidato, da numerose ricerche sul campo e dall’esperienza dei servizi, che gli obiettivi si raggiungono attraverso traiettorie che non sono mai lineari ma hanno alti a bassi e che le criticità, le cosiddette scivolate, impropriamente definite ricadute, rappresentano una esperienza normale e costitutive di qualunque processo di apprendimento e vanno utilizzata per mettere a punto nuove strategie per non ricadere nella stessa criticità. Se al primo intoppo o alla prima problematicità si interrompe il programma senza alcuna possibilità di riprenderlo, in una logica di punizione e mortificazione si peggiorerà inevitabilmente la condizione psicologica ed esistenziale della persona.
Inoltre, si prevedono alcune misure, anche attraverso l’istituzione dell’ennesima commissione, per definire il percorso, la diagnosi etc. che rischiano di burocratizzare e irrigidire un percorso che dovrebbe essere invece facilitato e reso più rapido e flessibile.
Alcune osservazioni sul principio di sostanziale alternativa alla detenzione
L’art 94 del DPR 309/90 prevede l’affidamento in prova ed è stato concepito originariamente in relazione all’art 47 della legge 354/75 sull’ordinamento penitenziario, come viene riportato anche nei commenti al DDL. L’affidamento in prova si configura come una misura alternativa alla detenzione e non come una detenzione parallela proprio perché la detenzione risulta unita all’istituzione carceraria rappresentano un ostacolo al recupero. Come più volte ha chiarito A. Margara uno degli ispiratori della prospettiva delle misure alternative, una reale “alternativa” alla detenzione è rivolta verso obiettivi di potenziamento delle competenze personali basata su principi non moralistici ispirati alla logica socio-riabilitativa e di inclusione sociale, richiede contesti appunto “alternativi” con regole flessibili e aperte utili a elaborare programmi terapeutici efficaci e aderenti alle specificità delle esigenze e problematiche della persone, rispetto alla modalità di esecuzione del programma individualizzato.
Molte ricerche condotte a livello internazionale hanno messo in evidenza come gli obiettivi della cura risultano molto più stabili quando si opera sui punti di forza delle persone, sulle competenze sociali e relazioni, sul recupero degli impegni e interessi di vita piuttosto che su imperativi morali astratti e colpevolizzanti. Gli obiettivi mirano a dare una risposta soggettiva e consapevolmente maturata all’uso di droghe in relazione alle proprie esigenze, mettendo al primo posto la realtà della propria vita e la valutazione dei rischi legati alla riproposizione di comportamenti che potrebbero portare alle cosiddette recidive al fine di prevenirle.
Forum Droghe e la rete di associazioni della società civile di cui fa parte, ritengono che sia importante, in attesa di un cambio normativo, potenziare le misure alternative alla detenzione nel loro significato originario e di ridurre l’accesso e/o la permanenza nel carcere, al fine di limitare la sofferenza determinata dalla carcerazione e il peggioramento dei meccanismi di emarginazione sociale e promuovere percorsi alternativi di cura e inclusione sociale. Su questa base abbiamo elaborato una proposta che prevede l’istituzione di un servizio integrato tra i diversi livelli istituzionali (Magistratura, UEPE, ASL, Comune, Terzo Settore) per garantire efficacia al processo (ridurre i tempi lunghi dell’approvazione e personalizzare i programmi con il coinvolgimento degli interessati). Il progetto prevede, inoltre, spazi di servizi di ascolto e incontro interni ed esterni al carcere per promuovere l’attivazione efficace e rapida delle misure alternative coinvolgendo attivamente le persone che usano droghe nella definizione di obiettivi realistici e aderenti alle loro esigenze di vita per garantire un risultato stabile. Inoltre si prevede un ampliamento del circuito delle misure alternative nelle realtà territoriali cittadine prevedendo oltre agli interventi di cura nelle strutture residenziali, territoriali (servizi e centri diurni) anche programmi di accompagnamento nel territorio di vita (alla persona e alla famiglia) e di inclusione sociale e lavorativa con il coinvolgimento delle Regioni, dei Comuni e degli operatori economici (cooperative, commercianti etc.)
Forum Droghe chiede, per questi motivi, di rivedere sostanzialmente l’impostazione del DDL sulla base delle indicazioni sinteticamente esposte e si rimane disponibili a collaborare in tal senso.

