Impunità israeliana in Cisgiordania. di Benedetto Saraceno

C’è da parte del governo italiano e di molti importanti media nazionali una sostanziale ipocrisia sulla questione palestinese. A fronte di dibattiti astratti e fuori tempo sulla liceità del termine “genocidio” a proposito della distruzione di Gaza da parte di Israele, nella sostanza l’Italia è fra i paesi meno schierati a fianco dei diritti del popolo palestinese e maggiormente schierati a fianco del primo ministro Netanyahu, pur se dichiarato responsabile di crimini di guerra e crimini contro l’umanità  dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia.


Salute Internazionale ha recentemente pubblicato un post dedicato ai silenzi e alle complicità vis-à-vis della carneficina che Israele ha condotto e conduce ogni giorno nella striscia di Gaza. Mentre si discute della terminologia corretta, se si tratti o meno di un genocidio, i governi tacciono e lasciano alle piazze delle donne e degli uomini di buona volontà il compito di protestare, di chiedere la pace, la giustizia e la creazione di uno Stato di Palestina (1). Se ancora si parla di Gaza, troppo poco si parla della Cisgiordania ove esercito e coloni israeliani insieme praticano ogni genere di violenza ed estorsione.

Cisgiordania è un territorio situato a ovest del fiume Giordano. Abitata da circa 3 milioni di palestinesi, fa parte dei Territori Palestinesi Occupati insieme a Gaza e Gerusalemme Est. Dopo la guerra del 1967, Israele ha occupato militarmente l’area e ancora oggi ne controlla buona parte, nonostante le risoluzioni ONU riconoscano l’illegalità dell’occupazione. Secondo gli Accordi di Oslo (1993), la Cisgiordania è suddivisa in tre aree:

A (sotto controllo palestinese),
B (controllo condiviso),
C (controllo israeliano diretto).
Quest’ultima area rappresenta circa il 60% del territorio ed è quella dove si concentrano insediamenti israeliani illegali, restrizioni militari e confische di terre” (2).

La Cisgiordania (West Bank), la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est costituiscono i territori riconosciuti a livello internazionale come parte dello Stato di Palestina, sebbene quest’ultimo non sia pienamente sovrano a causa dell’occupazione israeliana. L’attuale divisione politica e territoriale tra Gaza e Cisgiordania rappresenta uno dei principali ostacoli alla formazione di uno Stato palestinese unificato. Inoltre, per molto tempo è mancato un ampio riconoscimento globale dello Stato di Palestina. Tutto ciò avviene in un contesto estremamente complesso: oltre 800 posti di blocco rallentano o bloccano gli aiuti, mentre l’esercito israeliano e i coloni attaccano sistematicamente gli agricoltori, gli operatori umanitari e le strutture civili.Riconoscimento della Palestina come Stato indipendente

Riconoscimento della Palestina come Stato indipendente

Lo Stato di Palestina è ufficialmente riconosciuto da 157 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite, pari a oltre l’80% della comunità internazionale. A seguito delle ondate di adesioni formali avvenute tra il 2024 e la fine del 2025, la mappa globale dei riconoscimenti geopolitici si è profondamente modificata.
I Paesi che riconoscono la Palestina si possono suddividere in macro-aree:

  • Blocchi storici (dal 1988 a oggi): quasi la totalità dei Paesi dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente e dell’America Latina (come Cina, India, Brasile, Egitto e Arabia Saudita) riconosce la Palestina fin dalla sua autoproclamazione nel 1988.
  • Europa dell’Est (Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria) si era espressa favorevolmente ancor prima dell’ingresso nell’Unione Europea.
  • Nel corso del 2024, a seguito del conflitto a Gaza, importanti nazioni europee occidentali come Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia hanno formalizzato il proprio riconoscimento per spingere verso la pace.
  • Durante l’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre 2025, si è assistito a una forte accelerazione da parte del blocco occidentale. Hanno ufficializzato il riconoscimento molte grandi potenze e membri del G7 come Francia, Regno Unito, Canada e Australia, affiancati da altri Stati europei, tra cui Belgio, Portogallo, Lussemburgo, Malta, Andorra, Monaco e San Marino.
  • Tutti i 18 Paesi che compongono l’alleanza dei BRICS (tra cui Russia, Cina, Brasile, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti) riconoscono pienamente lo Stato palestinese.
E il governo italiano che posizione ha?

Ambigua e ondivaga.
L’esecutivo italiano ribadisce fermamente il diritto di Israele a difendersi, condannando in modo netto le azioni terroristiche di Hamas.
Nonostante la vicinanza a Israele, rappresentanti del governo come il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Ministro della Difesa Guido Crosetto hanno espresso aperta contrarietà e forti riserve sulle massicce offensive militari del governo di Benjamin Netanyahu nella Striscia di Gaza.

L’Italia ha sottoscritto i documenti internazionali per la creazione di uno Stato palestinese indipendente, ma si oppone a un riconoscimento immediato e unilaterale (a differenza di altri partner europei). Roma subordina il riconoscimento formale a due requisiti imprescindibili: il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e la totale esclusione di Hamas da qualsiasi futuro ruolo di governo in Palestina. Sul piano pratico, la politica italiana attira critiche da parte delle organizzazioni umanitarie per via di un atteggiamento considerato ambivalente: nonostante le forti tensioni diplomatiche e i dibattiti sull’opportunità di sospenderlo, l’Italia ha valutato a lungo la gestione del Memorandum militare con Israele. Sebbene la legge italiana vieti l’invio di armi a Paesi in conflitto e il governo dichiari forti restrizioni, i flussi commerciali storici e le forniture di assistenza tecnica e ricambi verso Tel Aviv mantengono l’Italia tra i fornitori europei di Israele (seppur per quote ridotte, stimate intorno all’1%).

C’è da parte del governo italiano e di molti importanti media nazionali una sostanziale ipocrisia sulla questione palestinese. A fronte di dibattiti astratti e fuori tempo sulla liceità del termine “genocidio” a proposito della distruzione di Gaza da parte di Israele, nella sostanza l’Italia è fra i paesi meno schierati a fianco dei diritti del popolo palestinese e maggiormente schierati a fianco del primo ministro Netanyahu, pur se dichiarato responsabile di crimini di guerra e crimini contro l’umanità  dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Ma il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha dichiarato che Netanyahu “certamente non è un criminale di guerra” e ha definito «indecenti” le decisioni della Corte dell’Aia!

Boicottare i prodotti israeliani è legittimo

C’è in ogni uomo o donna che semplicemente creda e desideri la pace e la giustizia un drammatico senso di impotenza di fronte alla guerra contro il popolo palestinese e all’ingiustizia cronica e sistemica perpetrata ai danni di ogni palestinese dal governo di Israele.

Dobbiamo continuare a informare, a cercare e dire la verità e dobbiamo anche boicottare i prodotti israeliani.

Il recente intervento della Corte europea dei diritti dell’Uomo con la sentenza Baldassi e altri contro la Francia, depositata l’11 giugno, ha posto la parola fine a un equivoco che per troppo tempo aveva agitato il mondo politico, riconoscendo la piena legittimità della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti di Israele (3). La sentenza della Corte europea smentisce la Francia per la condanna di un gruppo di militanti del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) che aveva distribuito dei volantini in un supermercato invitando i consumatori a non acquistare prodotti israeliani. La Corte ha affermato la liceità dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani, sottolineando che il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e la situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati sono argomenti di interesse generale che fanno parte del dibattito contemporaneo che si sta svolgendo in Francia come in tutta la comunità internazionale. Finalmente potremo dichiararci, come da sempre, decisamente amici del popolo ebraico e nemici del governo di Israele e della sua violenza coloniale, militare, razzista, agita con durezza crescente nei confronti del popolo palestinese.

Cisgiordania oggi

I mesi di luglio e agosto hanno visto crescere le tensioni in Cisgiordania e l’azione repressiva di Israele si avvale ormai della più che tollerata alleanza con i coloni israeliani che non solo occupano illegalmente i territori palestinesi ma svolgono una quotidiana opera di terrorismo e di violenza sulle popolazioni locali e sulle loro terre coltivate. I coloni israeliani hanno assediato con violenza il villaggio di Qusra (sud di Nablus) : hanno tagliato acqua e luce e hanno bloccato l’uscita dal villaggio. Nei primi sei mesi del 2026, in Cisgiordania, si sono verificati 660 episodi di violenza dei coloni nei confronti di inermi cittadini palestinesi e hanno coinvolto nelle violenze anche bambini e donne. “Dobbiamo inoltre ricordare che disposizioni di legge israeliane dello scorso anno hanno consentito l’uso della detenzione amministrativa solo per i “terroristi” palestinesi, non consentendola per i “terroristi” ebrei. Il che rappresenta un grande incentivo all’immunità dei coloni, come dimostrano le vicende detentive di quelli di loro, pochissimi, che sono approdati nelle carceri” (4).

 

Bibliografia

  1. Saraceno B. (2026). Palestina. Silenzi e complicità. Salute Internazionale. 3 settembre.
  2. https://www.oxfamitalia.org/cisgiordania-situazione-attuale/#:~:text=Cisgiordania%20%C3%A8%20un,A%20(sotto%20controllo
  3. https://volerelaluna.it/mondo/2020/07/17/boicottare-i-prodotti-israeliani-e-legittimo/#:~:text=rilievo%20il%20recente,Corte%20EDU%20impattava
  4. Notizie flash (2026).  Il fuoco dei coloni che incendia la Cisgiordania. Salute Internazionale. 14 agosto.

fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/10/impunita-israeliana-in-cisgiordania/

Print Friendly, PDF & Email