La Giustizia Riparativa promuove esperienze in grado di tenere legati e di ricucire tra loro cittadini, istituzioni, comunità, passato e futuro. Cerca di far incontrare il volto umano del potere, in grado di occuparsi prima di tutto di chi patisce, di chi soffre. Genera un tempo di ripartenza, un nuovo camminamento per le vittime, per l’autore dell’offesa e per tutte le persone interessate (1).
- Un uomo detenuto da oltre dieci anni manda una lettera alla direzione del carcere e all’area sanitaria dello stesso chiedendo una “possibilità di riparare al danno causato alle vittime” dei suoi reati. Nato e cresciuto nell’ambiente della criminalità organizzata, per lui era normale avere un’arma anche da bambino, agire con prepotenza, vedere morti ammazzati davanti a casa, esibire soldi e potere. Quella lettera era una sua “prima volta”: per la prima volta nominava le sue vittime, per la prima volta chiedeva di avere un’occasione per rimediare al male fatto. Quella lettera appare come un grido nel buio e nel silenzio del carcere. La lettera diventa l’occasione per gli operatori di ascoltare “per la prima volta” la sua domanda, per spostare l’attenzione dal solo fatto-reato alle conseguenze dello stesso, e permette di presentificare “per la prima volta” le sue vittime e uscire da una narrazione che vede sempre e solo il detenuto al centro del racconto.
- Una donna si rivolge ad un Centro di Giustizia Riparativa chiedendo un colloquio. Dopo un incontro pubblico di sensibilizzazione alla comunità si è riconosciuta, “per la prima volta” nella vita, come vittima indiretta di un grave reato, un omicidio avvenuto molti anni prima. Potersi dire “io sono una vittima” è stato per lei un punto di arrivo, ma nello stesso tempo di partenza, per poter raccontare la storia “per la prima volta” con le sue parole. Poter ripensare il fatto-reato da un altro punto di vista che non fosse solo la ricostruzione processuale, l’individuazione e la punizione dei responsabili, le cronache dei giornali. Sentire di essere stata una vittima le ha permesso di esplicitare quelle domande indicibili che non trovano un luogo dove poter essere pronunciate e ascoltate.
- Una comunità scolastica, da anni in prima linea con ragazzi in marginalità (provenienti da contesti di vita difficili, giovani stranieri di seconda generazione, autori di reati ancora non denunciati o già segnalati all’autorità giudiziaria e inseriti in percorsi di messa alla prova), intraprende un percorso per introdurre, all’interno della scuola, uno spazio di ascolto e di gestione dei conflitti secondo il paradigma della Giustizia Riparativa. A conclusione del percorso gli insegnanti esprimono il desiderio di coinvolgere il quartiere e far conoscere la loro scuola, al di là dei pregiudizi che investono sia loro che i ragazzi. “Per la prima volta” si pensano capaci di comunicare chi sono, di uscire da una narrazione che li vede sempre e solo come quelli che si occupano di ragazzi difficili, i ragazzi “cattivi”. Poter dire “noi non siamo solo questo” alla comunità cittadina, alle istituzioni, agli abitanti del quartiere, alla politica.
Sono tre piccole storie che spiegano come la Giustizia Riparativa (GR), con i suoi strumenti, l’ascolto, il non giudizio, la riservatezza e la volontarietà dei percorsi, può incontrare autori dell’offesa, vittime e comunità, vale a dire i tre pilastri che sono alla base dei programmi disciplinati dalla recente riforma (2). Si tratta di un “nuovo paradigma di giustizia” che si occupa delle conseguenze del danno causato dal reato, ascolta e tutela le vittime, in primo luogo, coinvolge le parti e le rende attive, promuove una riparazione del danno (spesso simbolica e concreta), favorisce la riconciliazione e rafforza il vissuto di sicurezza collettiva.
Punire
Il carcere rappresenta ancora oggi il luogo della punizione, della pena. “Casa dello Stato”, casa delle leggi, così le parole di un detenuto incontrato negli II.PP. di Parma. Eppure, si fatica ad immaginare il carcere come “Casa della giustizia”, del “rendere giustizia”, di quella giustizia che, come scrive Ivo Lizzola, “è rendere la promessa come orizzonte ancora desiderabile” (3). Il carcere immobilizza le persone in ruoli, difficili da decostruire, tutto è fermo al passato, al momento del reato. Nello stesso tempo il carcere alimenta un paradosso: lunghi anni di detenzione sono vissuti come una punizione eccessiva, le limitazioni delle attività trattamentali, le prescrizioni, le autorizzazioni mancate e i dinieghi vengono descritti con un senso di ingiustizia, le “vittime”, dello Stato, del carcere, del magistrato sono i detenuti stessi. La parola “vittima” in carcere suona “scandalosa”.
Il dispositivo carcere (che ha una storia molto recente) mostra in questi anni tutto il suo fallimento: nato per controllare il male e isolare chi quel male ha compiuto, allontana dal contesto e dai legami il soggetto responsabile, produce privazione della libertà, ma nello stesso tempo conduce ad un’infantilizzazione del soggetto, umilia e disattiva le persone. Produce più recidiva, più fragilità, soggetti s-legati, con meno risorse, bloccati nel passato e amputati del futuro. Come tutte le “istituzioni totali” (4) produce regole e comportamenti che finiscono per automantenerne la sopravvivenza, ma nulla si modifica in un tempo immobile. Un tempo senza fine.
La GR non risolve né diminuisce i problemi che il carcere attraversa: il sovraffollamento, la limitazione delle risorse, le criticità legate alla gestione di persone con disagio mentale e dipendenze. Non abbassa il tasso di suicidi. Non riduce l’abuso di psicofarmaci. Ma aiuta ad incontrare un’altra “via” della giustizia (5) che va oltre il modello retributivo che ha il suo momento “alto” nel processo e oltre il modello rieducativo che tenta di dare applicazione ai principi della Costituzione e dell’ordinamento penitenziario. La GR è una giustizia relazionale (la prima e più importante intuizione è che il reato rappresenta qualcosa di più della violazione di una norma giuridica), una giustizia dell’incontro, tra le parti coinvolte dall’offesa, una giustizia comunitaria. La comunità è sempre colpita, ferita dal reato, ma è anche quel terzo al quale “si rende conto” di quanto accaduto, oltre ad essere testimone e garante (6) verso le vittime e l’autore dell’offesa (7).
Riparare
La comunità rappresenta il legame sociale che “l’offesa offende” (si veda l’affresco del Lorenzetti, Allegoria del buon governo custodito nel Palazzo Pubblico di Siena); è la corda che ci lega gli uni agli altri, che ci permette di offrire protezione a chi ne ha bisogno, che testimonia l’interesse per il bene comune e pratica la giustizia del “fare bene” (nell’affresco “I buoni cittadini”, essi camminano legati da una corda che giustizia distribuisce loro attraverso le virtù della sapienza e della concordia).
La comunità è legame, testimone della fiducia che precede ogni atto e (come scrive magnificamente Simone Weil) ci ricorda che “dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male” (8).
La GR promuove esperienze in grado di tenere legati e di ricucire tra loro cittadini, istituzioni, comunità, passato e futuro. Cerca di far incontrare il volto umano del potere, in grado di occuparsi prima di tutto di chi patisce, di chi soffre. Genera un tempo di ripartenza, un nuovo camminamento per le vittime, per l’autore dell’offesa e per tutte le persone interessate. Di fronte alle “domande difficili” (9) (“Perché? Perché proprio a me?”) ci troviamo a fare i conti con la dimensione tragica dell’esistenza e con la necessità di “umanizzare” la tragedia per non esserne investiti nella sua sola dimensione mortifera.
Anche le comunità di cura possono diventare luoghi di “informazione” per percorsi di GR, verso le vittime, verso l’autore dell’offesa, verso cittadini spaventati, fragili, slegati. Anche i nostri servizi possono favorire la scrittura di “un’altra storia” (10), che permetta alle parti di uscire da un ruolo, da un destino, per incontrare quell’oltre, quel possibile che i percorsi di GR costruiscono con cura e attenzione, creando spazi di parola e di incontro, uscendo da una logica del “punire” per testimoniare la possibilità del provare a “riparare”.
Maria Inglese. Medico psichiatra dell’azienda USL di Parma
Bibliografia
- Punire o riparare? Dialogo tra una psichiatra e un pedagogista scritto con Ivo Lizzola, pubblicato nel 2026 da Castelvecchi, raccoglie i nostri dialoghi intorno al tema del carcere, del punire e del riparare
- DL 150/2022 ha proposto una disciplina organica sul tema della GR
- Punire o riparare. Op. cit pag. 18
- Goffman, Asylum. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi 1968
- Garapon, La via riparativa alla giustizia, Vita Pensiero, 2026
- Vedi, Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, a cura di G. Bertagna, A. Ceretti e C. Mazzucato (Il Saggiatore 2025) ove si definiscono “primi terzi” i rappresentanti della società civile, della comunità ai quali i testimoni si rivolgevano durante i vari incontri, mentre i “garanti” erano personalità sempre della comunità che dovevano tutelare tali percorsi che sono rimasti per quasi 10 anni protetti e confidenziali
- Grazia Mannozzi e Roberto Mancini La giustizia accogliente, Franco Angeli 2022; soprattutto il capitolo dedicato alla “comunità”
- Simone Weil, La persona e il sacro, Adelphi 2012
- Il libro dell’incontro parla dell’incontro con “l’altro difficile”
- Il libro scritto da Adolfo Ceretti e Marta Cartabia, Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, ed. Bompiani 2020, parte dalla “lezione” del cardinale Martini per introdurre i percorsi di ricomposizione e riconoscimento che non trovano accoglienza nell’istituzione carcere che, sia Martini che i due autori, hanno frequentato e descritto
fonte: https://www.saluteinternazionale.info/2026/10/carcere-punire-o-riparare/
