Carcere, stigma e cure negate: l’ONU segnala il peso delle politiche punitive sulle donne. Nel rapporto anche il contributo di Forum Droghe sui diritti sociali.
Una donna che rinuncia a chiedere aiuto perché teme di perdere i figli. Una madre esclusa dall’assistenza perché non accetta un trattamento. Una ragazza coinvolta nel mercato illegale sotto il controllo di un partner violento, giudicata senza che quella violenza venga riconosciuta. La guerra alla droga attraversa anche queste vite, spesso fuori dal campo visivo delle statistiche sugli arresti e sui sequestri. A renderle visibili è il nuovo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, dedicato all’impatto delle politiche sulle droghe sui diritti delle donne e delle ragazze. Il documento, presentato alla 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani, descrive un sistema nel quale repressione, disuguaglianze di genere e marginalità si rafforzano reciprocamente. E indica una direzione politica: ridurre il ricorso alla punizione, garantire servizi volontari e accessibili, considerare la depenalizzazione del possesso per uso personale e una regolamentazione responsabile.
La prospettiva di genere cambia le domande con cui valutare le politiche sulle droghe. Chi finisce in carcere? Chi può accedere alle cure? Quali conseguenze produce una condanna sulle persone che dipendono da una donna? E quanto della sofferenza attribuita alle sostanze deriva invece dalle risposte istituzionali?
Il rapporto mette in fila dati che dovrebbero entrare stabilmente nel dibattito pubblico. Secondo le stime richiamate dall’OHCHR, il 35% delle donne detenute nel mondo è in carcere per reati legati alle droghe, contro il 19% degli uomini. Sul versante dei trattamenti, il divario si rovescia: sulla base del World Drug Report 2025, riceve un trattamento un uomo ogni sette con disturbi da uso di droghe, ma soltanto una donna ogni diciotto. Sono dati globali, che descrivono una doppia sproporzione: maggiore incidenza dei reati di droga nella detenzione femminile e minore accesso alle risposte sanitarie. Dietro queste cifre ci sono meccanismi riconoscibili. Le donne coinvolte nelle economie illegali possono occupare posizioni subordinate, essere esposte a ricatti, dipendere economicamente dai partner, avere responsabilità di cura e scarse alternative di reddito. L’OHCHR precisa che non tutte sono costrette a commettere reati. Chiede però che coercizione, povertà e violenza vengano considerate nella valutazione delle responsabilità e nella determinazione delle pene. Quando il sistema giudiziario ignora queste condizioni, le donne impiegate nei ruoli più marginali possono ricevere pene di severità simile a quelle destinate ai vertici del traffico. La custodia cautelare usata in modo automatico e le pene minime obbligatorie aggravano il problema. Anche gli stereotipi sulla “buona madre” o su come dovrebbe comportarsi una vittima possono compromettere un giudizio equo. Il carcere, a sua volta, moltiplica le vulnerabilità. Il rapporto documenta rischi di violenza sessuale, perquisizioni invasive, cure insufficienti e mancato accesso ai trattamenti e alla riduzione del danno. In alcuni contesti, dichiarare una dipendenza espone a condizioni detentive peggiori anziché aprire la strada all’assistenza. La richiesta dell’OHCHR è garantire cure equivalenti a quelle disponibili all’esterno, volontarie e adeguate alle esperienze delle donne, comprese quelle di violenza e trauma.
Uno dei passaggi più incisivi riguarda la maternità. La paura dell’allontanamento dei figli può spingere le donne che usano droghe a evitare i servizi sanitari, proprio quando avrebbero maggiore bisogno di sostegno. Il rapporto denuncia misure sproporzionate fondate esclusivamente sul consumo o sulla dipendenza, insieme a restrizioni dei diritti sessuali e riproduttivi e a casi di contraccezione, sterilizzazione o aborto imposti. Si crea così un circuito perverso: il timore della sanzione allontana dalle cure; la distanza dai servizi aumenta la precarietà; quella precarietà può diventare un ulteriore argomento per interventi coercitivi. La tutela dei bambini richiede valutazioni individuali e sostegni concreti. Equiparare automaticamente il consumo all’incapacità genitoriale rischia di compromettere la salute e i legami familiari che si dichiara di voler proteggere. Le barriere sono anche materiali. Servizi lontani, orari rigidi, obblighi di presenza quotidiana, mancanza di assistenza per i figli, dipendenza economica e controllo esercitato dai partner possono rendere impraticabile un percorso di cura. Sistemi costruiti storicamente intorno ai consumi maschili finiscono per considerare secondarie esigenze che, per molte donne, determinano la possibilità stessa di accedere. La riduzione del danno assume qui un significato molto concreto: luoghi sicuri, sostegno tra pari, prevenzione delle overdose e delle infezioni, servizi per la salute sessuale e riproduttiva, continuità delle terapie e personale capace di accogliere senza giudicare. Il rapporto segnala anche pratiche punitive all’interno dei servizi, come minacce di espulsione o riduzioni delle dosi dei farmaci sostitutivi dopo un test positivo. Il controllo può ostacolare la cura persino dentro strutture nate per offrirla.
È sul terreno dei diritti sociali che il rapporto cita espressamente il contributo di Forum Droghe e altre organizzazioni. Al paragrafo 58, pagina 11, l’OHCHR afferma – citando in nota la submission di Forum Droghe e altri – che negare l’accesso ai programmi sociali sulla sola base della dipendenza, per esempio subordinando l’assistenza alla partecipazione a trattamenti o a test antidroga, può costituire una discriminazione inammissibile. Il significato politico del passaggio è rilevante: l’assistenza non può diventare uno strumento per imporre comportamenti attraverso la minaccia dell’esclusione. Casa, protezione sociale e possibilità di reinserimento sono condizioni che possono rendere praticabile un cambiamento. Negarle a chi ne ha bisogno rischia di consolidare proprio la marginalità che si vorrebbe superare. Il rapporto riprende questo orientamento nelle raccomandazioni finali: gli Stati devono rafforzare protezione sociale, alloggio, istruzione, lavoro e reinserimento, evitando condizioni di astinenza, trattamento obbligatorio o test imposti incompatibili con i diritti umani. Il richiamo alla submission di Forum Droghe sostiene dunque un principio che attraversa l’intero documento.
Lo sguardo dell’OHCHR si estende alle donne che coltivano coca o papavero da oppio. L’eradicazione senza alternative economiche reali può distruggere mezzi di sussistenza e aggravare la povertà. Anche i programmi di sviluppo alternativo possono escluderle quando richiedono titoli formali sulla terra di cui spesso non dispongono, pur lavorandola. L’autonomia economica passa allora attraverso accesso alla proprietà, al credito, alle risorse e alle decisioni. Il rapporto affronta inoltre la violenza delle organizzazioni criminali, lo sfruttamento delle donne come corrieri e il reclutamento favorito dagli stessi stereotipi che le rappresentano come meno sospette. Chiede protezione per le vittime di tratta e coercizione e misure capaci di contrastare la violenza di genere. Origine, razzismo, età, appartenenza indigena e identità di genere possono aggravare ulteriormente l’esposizione alla repressione e l’esclusione dai servizi.
Le conclusioni investono direttamente l’architettura delle politiche sulle droghe. L’OHCHR invita gli Stati a considerare la depenalizzazione del possesso per uso personale e una regolamentazione responsabile, accompagnando le riforme con investimenti nella prevenzione, nella riduzione del danno e nell’assistenza. La nota dedicata alla regolamentazione indica condizioni precise: priorità alla salute pubblica, forti restrizioni al marketing, contrasto agli incentivi commerciali all’espansione dei mercati e valutazione attenta degli effetti. Insieme alle alternative al carcere e all’abolizione della pena di morte, il rapporto chiede la partecipazione effettiva delle donne che usano droghe e di quelle che hanno attraversato il sistema penale alla progettazione e alla valutazione delle politiche. Per il dibattito italiano è un criterio esigente. Parlare di donne e droghe significa verificare se una persona possa chiedere aiuto senza temere una punizione, conservare una casa mentre attraversa una difficoltà, ricevere sostegno nella genitorialità e far valere la propria voce. È su queste possibilità concrete che una politica dimostra quanto valgano, davvero, i diritti che proclama.
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FONTE: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/la-guerra-alla-droga-sul-corpo-delle-donne/
