È dalle città che oggi dipende lo sviluppo (e il declino) del paese. di Giuseppe Croce

La diseguale articolazione geografica ha sempre rappresentato una dimensione caratterizzante lo sviluppo economico italiano. Al secolare dualismo Nord-Sud, si sono via via sovrapposte le migrazioni di massa e l’urbanizzazione del secondo dopoguerra e, a partire dagli anni Settanta, la fioritura dei distretti industriali nella cosiddetta Terza Italia, quella delle province del Nord Est e del Centro. Anche nell’economia della conoscenza, per quanto fortemente digitalizzata e interconnessa, lo sviluppo economico continua a essere un processo radicato nel territorio. Oggi lo sviluppo è segnato da nuove faglie geografiche che hanno come centri catalizzatori le grandi città. L’ambiente urbano, grazie alla densità di agenti economici che lo caratterizza, favorisce le economie di agglomerazione in grado di innalzare la produttività. La crescita delle città più dinamiche si nutre di risorse pregiate e mobili, in primo luogo il lavoro qualificato che si sposta seguendo opportunità di lavoro, redditi più alti e stili di vita più attraenti.

Per una prima osservazione delle tendenze che coinvolgono le città è utile guardare ai dati Eurostat sulle “regioni metropolitane”. Nella definizione di Eurostat, le regioni metropolitane corrispondono alla provincia (regione NUTS 3) o al gruppo di province nel quale almeno il 50% della popolazione vive in un’area funzionale urbana di almeno 250mila abitanti. Esse quindi corrispondono a quelle che possiamo assumere come le 22 “città” italiane di maggiore dimensione (in ordine decrescente per popolazione residente, Milano, Roma, Napoli, Torino, Brescia, Bari, Palermo, Bergamo, Catania, Bologna, Firenze, Padova, Verona, Venezia, Genova, Perugia, Messina, Taranto, Reggio Emilia, Parma, Cagliari, Prato).

Dai dati si osserva che le regioni metropolitane mostrano dinamiche migliori delle altre aree, con la conseguenza che tendono ad allargarsi le distanze con il resto del paese. Tuttavia, ciò che maggiormente sorprende è che all’interno del gruppo delle regioni metropolitane le divaricazioni si approfondiscono tanto da apparire quasi incolmabili. Non è quindi la “dimensione” delle città di per sé a garantire la crescita e a definire le nuove faglie geografiche. Questo è coerente con gli studi da cui risulta che le maggiori città italiane, prese nel loro insieme, non hanno dato luogo a una robusta creazione di posti di lavoro qualificati e ben pagati paragonabile a quanto osservato in altri paesi (Croce e Piselli, High-paid jobs in large cities: the missing piece of job polarization in Italy, mimeo, 2022). Un ruolo importante sembra essere svolto dalla disponibilità di capitale umano e, sia pure in misura non così netta, dal persistente dualismo tra Centro-Nord e Sud.

È la versione italiana della “grande divergenza” descritta da Enrico Moretti con riferimento agli Stati Uniti (The new geography of jobs, 2013) e che ha trovato riscontri empirici anche in altri paesi (Davis e altri, Labor market polarization and the great divergence: theory and evidence, NBER 2020). Essa consiste nel fenomeno generalizzato per il quale le città inizialmente più istruite (nelle quali la popolazione ha livelli di istruzione mediamente più elevati) e tipicamente più grandi diventano ancora più istruite e presentano tassi di crescita economica maggiori rispetto alle città inizialmente meno istruite e tipicamente più piccole. L’esito è una divergenza cumulativa tra territori, dove allo slancio di alcune città si oppone la stagnazione o il vero e proprio declino di altre. Ne risulta una crescita fortemente legata ai territori e rafforzata dalla mobilità delle persone (lavoratori ma anche imprenditori) e che procede, potremmo dire, attraverso la cannibalizzazione delle città in ritardo da parte di quelle di maggior successo.

Questo dualismo tra città dinamiche e città in sofferenza dà luogo necessariamente a un gioco a somma zero, con vincitori e vinti, in un contesto quale quello italiano nel quale da oltre due decenni la crescita economica è particolarmente debole, le tendenze demografiche vedono un progressivo invecchiamento della popolazione e il capitale umano rimane scarso a confronto con il resto delle economie avanzate.

Vediamo quindi le tendenze osservabili nei dati Eurostat. Nel 2010 la percentuale di popolazione laureata (di età compresa tra i 25 e i 64 anni) nelle 22 regioni metropolitane era pari al 15,4% contro il 13,6% del resto del paese. Nel decennio seguente le prime hanno continuato ad attrarre laureati più velocemente (+5,3 punti) rispetto alle aree non metropolitane (+4,4) e la distanza si è ulteriormente allargata. In termini di reddito procapite, invece, tra 2009 e 2019 le maggiori città e il resto del paese sembrano crescere di pari passo, rispettivamente del 13,9% e del 13,3%. E se si allunga l’orizzonte temporale al periodo 2000-2019 i tassi di crescita media rimangono comunque gli stessi. Tuttavia, si tratta di un’uniformità apparente poiché le sottostanti dinamiche demografiche e del reddito risultano ben diverse. Nello stesso ventennio, infatti, il Pil (a prezzi correnti) delle regioni metropolitane è cresciuto del 49% mentre l’incremento nel resto del paese è stato del 39,6%. E per quanto riguarda la popolazione, tra il 2014 e il 2021 mentre le prime riuscivano in media a mantenere stabili i livelli iniziali, il resto del paese soffriva un calo del 4,8%.

Le divergenze risultano più profonde, però, se si guarda all’interno del gruppo delle regioni metropolitane. E questo è vero anche se si restringe l’analisi alle 15 con più di 800mila abitanti, che risultano quindi più omogenee in termini dimensionali. Tra il 2010 e il 2020 nelle 5 grandi città inizialmente più istruite (Roma, Genova, Firenze, Milano e Bologna nell’ordine) la quota di laureati sale dal 20,1% al 28% mentre nelle 5 meno istruite (Palermo, Catania, Bergamo, Brescia e Napoli) l’incremento è ben più modesto, dal 12,2% al 15,8%. Pertanto in dieci anni il gap tra i due gruppi si allarga dal 65% al 77%. Ma le distanze sono in realtà ancora più ampie visto che nel 2020 a Bologna la quota di laureati supera il 31% mentre a Bergamo rimane al 13,5%.

La Figura 1 mostra la divergenza tra le regioni metropolitane nella quota di laureati: questa è aumentata di più là dove la quota di laureati era già più alta a inizio periodo.

Figura 1

La divergenza nell’accumulazione di capitale umano sembra guidare quella nella crescita. In particolare, nel periodo 2010-2019 il Pil nelle 5 grandi città più istruite cresceva mediamente del 13,1% contro il 9,8% nelle 5 meno istruite. E se si guarda al più lungo periodo tra il 2000 e il 2019 i tassi di crescita del Pil nei due gruppi di città sono pari, rispettivamente, al 56,7% (ma a Milano, dove la crescita è stata la più alta, si arriva al +67,4%) e al 41,5%. Anche la popolazione totale ha seguito traiettorie fortemente divergenti all’interno del gruppo delle 15 città più grandi: Milano ha fatto registrare una crescita dell’1,7% mentre Palermo ha perso il 5,2% della propria popolazione.

Tra le tendenze demografiche è particolarmente interessante guardare a quelle che riguardano la popolazione più giovane, che è quella più mobile e mediamente più qualificata. Le dinamiche di questa fascia di popolazione offrono una buona indicazione dei differenziali di attrattività tra le varie città. Gli abitanti di età compresa tra 25 e 29 anni, complessivamente in calo in Italia, tra il 2014 e il 2021 sono diminuiti del 4,2% nell’insieme delle regioni metropolitane e in misura ancora più pesante nel resto del paese (-10,9%). Ma tra le città più grandi le differenze sono molto più ampie con Milano che, in controtendenza, ha aumentato il numero dei 25-29enni di poco meno di un decimo (+9,3%) mentre Palermo ne ha perso quasi un quinto (-18,4%).

Analoghe tendenze si osservano per l’occupazione. Tra il 2000 e il 2019 il numero degli occupati è aumentato del 15,5% nelle regioni metropolitane, un incremento pari a 2 volte e mezza quello del resto del paese (+6%), ma in alcune delle città più grandi (Roma, Verona, Milano e Padova) la crescita dell’occupazione ha superato il 20% mentre in altre (Torino, Genova, Catania) è rimasta ben al di sotto del 10% e a Napoli addirittura è risultata in calo (-2,6%).

Per tutte le variabili considerate, e in misura più significativa per la quota di laureati, il Pil e l’occupazione, il coefficiente di variazione calcolato sulle 15 regioni metropolitane più grandi risulta in crescita nel tempo a conferma che la divergenza media tra di esse è aumentata nel tempo.

Per spiegare l’origine delle divergenze osservate è naturale guardare alla struttura settoriale. In realtà le quote medie di occupazione per grandi aggregati settoriali delle 22 regioni metropolitane e del resto del paese risultano molto simili. Le due principali differenze, prevedibili e comunque molto modeste, sono che nelle regioni metropolitane l’occupazione agricola pesa in media 2,8 punti percentuali in meno mentre quella nella finanza e nei servizi alle imprese pesa 2,7 punti in più. Ancora una volta, per trovare differenze sostanziali è necessario guardare all’interno dell’insieme delle città più grandi. Il peso dell’industria in senso stretto è particolarmente alto – tra il 28% e il 37% – nelle regioni metropolitane di Prato, Reggio Emilia, Bergamo e Brescia mentre rimane sotto il 10% a Roma e in alcune città meridionali. D’altra parte, l’occupazione nella finanza e nei servizi alle imprese a Bologna, Torino, Roma e Milano ha un peso tra il 18% e il 24%, circa il doppio di quello che lo stesso settore raggiunge a Prato, Messina e Taranto.

In conclusione, i dati disponibili indicano chiaramente che in Italia è in atto un processo di divergenza territoriale nelle dinamiche economiche e demografiche. L’elemento di novità sta nel ruolo di primo piano che sembrano svolgere le città. Tuttavia, non si può affermare che tutte le città più grandi abbiano espresso dinamiche migliori del resto del paese. Al contrario, i valori medi nascondono divergenze ampie e preoccupanti proprio tra le città maggiori. Mentre alcune di esse presentano tendenze decisamente favorevoli, almeno in senso relativo, altre mostrano segni evidenti di declino.

Tali divergenze rappresentano un problema non eludibile per la politica economica per le evidenti implicazioni in termini di crescita economica e per le disuguaglianze a cui esse danno luogo. Ma anche sul piano della ricerca si apre la necessità di indagarne le spiegazioni. Le agglomerazioni urbane costituiscono probabilmente le unità di analisi più promettenti per tale indagine e quindi è guardando alle città che si devono cercare le spiegazioni. Ma al di là di questa indicazione, siamo ancora di fronte a una scatola nera poiché ignoriamo il mix di fattori e i meccanismi che spingono in direzioni così divergenti le principali città italiane. Più di recente, la pandemia del Covid-19 e le innovazioni che essa ha innescato, in primo luogo l’improvvisa diffusione del lavoro da remoto, hanno impresso un’ulteriore accelerazione ai processi che riguardano le maggiori città (Croce e Scicchitano, Cities and working from home in Italy in the post COVID-19 Age, di prossima pubblicazione).

I dati lasciano supporre che la differente dotazione di capitale umano sia al tempo stesso un risultato e una causa importante del successo delle città più dinamiche. Ma appare evidente che anche il dualismo tra Nord e Sud continua a influenzare il destino delle città sebbene in modo più incerto che nel passato. Infatti le maggiori città meridionali figurano quasi sempre tra quelle meno dinamiche ma non di rado in compagnia con altre del Centro-Nord, in particolare Genova e Torino. D’altro canto, nessuna città meridionale figura tra quelle più dinamiche.

Tuttavia, considerando le attuali condizioni di crescita delle economie avanzate, potrebbe essere fuorviante concludere che il declino delle città meridionali sia semplicemente il riflesso della più generale sofferenza del Mezzogiorno. Al contrario, si può supporre che l’aggravarsi delle condizioni del Mezzogiorno dipenda in una misura non trascurabile dalla mancanza al suo interno di grandi centri urbani capaci di trascinare il resto del territorio. Senza grandi città vitali il Mezzogiorno si ritrova privo di centri di attrazione in grado di trattenere e valorizzare il capitale umano, dove accumulare il potenziale innovativo necessario a catalizzare processi di crescita estesi anche alle aree circostanti. La questione urbana è oggi decisiva per lo sviluppo del Mezzogiorno e più in generale dell’intero paese.

fonte: Menabò ETICAECONOMIA

fonte immagine: Ambiente Sicurezza

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