Come cambia la spesa della UE. di Massimo Bordignon

La proposta della Commissione è appena arrivata e già si scontra con le levate di scudi dei governi nazionali. Eppure, il nuovo bilancio europeo finanzia beni pubblici europei fondamentali, ma finora negletti, come immigrazione, sicurezza e difesa.

Bilancio europeo e governi nazionali

La presentazione, il 2 maggio, delle proposte della Commissione per il bilancio europeo del 2021-27 ha generato l’usuale levata di scudi da parte dei politici nazionali, alla ricerca del consenso degli interessi minacciati. Si preannunciano fuoco e fiamme e non c’è dubbio che le proposte, che devono essere approvate all’unanimità dal Consiglio e poi a maggioranza dal Parlamento europeo, avranno vita assai difficile.

Per l’Italia, motivo del contendere è la riduzione (del 5 per cento secondo la Commissione, forse un po’ di più guardando i numeri) della spesa prevista per agricoltura e politiche di coesione di cui ancora siamo beneficiari, sia pure in misura minore di altri paesi. Soprattutto in questo periodo, “Italy first” ha ovviamente il suo fascino. Ma prima di stracciarsi le vesti per difendere gli interessi nazionali bisogna capire dove questi stanno.

I vantaggi per l’Italia di far parte dell’Unione europea hanno ben poco a che vedere con la politica di coesione o con quella agricola. Riguardano piuttosto l’offerta di beni collettivi che il paese avrebbe difficoltà a fornire da solo. Ad esempio, i vantaggi di negoziare trattati internazionali in una collettività di 27 paesi invece che da soli. Oppure la possibilità per le imprese di accedere al mercato unico e per i lavoratori di muoversi liberamente tra le frontiere. E non c’è dubbio che l’Unione europea dovrebbe e potrebbe offrire molti altri beni collettivi. L’abbiamo imparato a nostre spese, per esempio, con la crisi dei rifugiati, quando l’Italia che è stata lasciata in buona parte da sola ad affrontare l’emergenza profughi, mentre è del tutto ovvio che il controllo delle frontiere dell’Unione dovrebbe essere un problema europeo e non nazionale. Altrettanto si potrebbe dire per la difesa, la sicurezza, l’innovazione tecnologica, l’agenda digitale, l’ambiente, le reti infrastrutturali e così via: sono tutti beni pubblici europei per i quali il finanziamento da parte del bilancio europeo è sempre stato marginale o inesistente. Ma la ragione principale sta proprio nell’esigenza dei politici nazionali di far vedere ai propri elettori che sono capaci di riportare a casa i soldi elargiti a livello europeo, anche a costo di usarli per sostenere spese che potrebbero benissimo finanziarsi da soli.

Stretta tra la necessità di non far crescere troppo il bilancio europeo (che resta intorno all’1 per cento del Pil) e quello di aumentare la spesa sui beni collettivi europei finora negletti, la Commissione ha cercato una soluzione di compromesso. Che si traduce in una riduzione del finanziamento alle politiche tradizionali – coesione e agricoltura, a cui finora sono andate oltre il 75 per cento delle risorse – cui corrisponde un incremento della spesa per i beni pubblici collettivi. Si prevede per esempio di triplicare i fondi europei per il controllo delle frontiere e la gestione degli immigrati, raddoppiare quelli per la sicurezza interna e per la ricerca e l’innovazione, moltiplicare per venti le risorse per il fondo di difesa comune e così via. Se sia troppo o troppo poco, è naturalmente materia di discussione. Ma la direzione è evidentemente quella giusta. Bisogna anche tener conto che il documento della Commissione deve poter essere approvato dal Consiglio, cioè dai paesi stessi: proposte più radicali, benché forse desiderabili, avrebbero ancor minori possibilità di consenso.

Lo stesso si può dire per le fonti di finanziamento del bilancio, per le quali la Commissione propone una semplificazione e un ampiamento delle risorse proprie (soprattutto in ambito di tassazione ambientale), anche se molto al di sotto di quanto sarebbe auspicabile per cominciare a configurare una fiscalità europea autonoma.

Prima di salire sulle barricate, poi, si dovrebbero leggere con più attenzione anche le proposte sulle politiche tradizionali. La spesa per l’agricoltura viene sì ridotta, ma un grande beneficiario era il Regno Unito, che non sarà più della partita. Non è ovvio, dunque, quanto saranno pesanti gli effetti sui paesi rimanenti. Se ne capirà qualcosa solo a giugno, quando verranno presentate le misure dettagliate.

Sull’altro fronte, il principale ridimensionamento riguarda il fondo di coesione, che però finanzia solo i paesi dell’Est. Per il fondo sociale e quello di sviluppo regionale, invece, si prevede di affiancare al tradizionale criterio di riparto basato sul Pil pro-capite indicatori quali occupazione, accoglienza e integrazione dei migranti. Un criterio che dovrebbe beneficiarci, anche se di nuovo bisognerà aspettare le proposte di giugno della Commissione per sapere qualcosa di più.

Due novità interessanti

Ci sono poi due novità positive che meritano di essere segnalare, anche se le possibilità di approvazione da parte del Consiglio sembrano ancora più remote.

Primo, la Commissione propone la possibilità di condizionare l’elargizione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto da parte dei singoli paesi. Su proposta della Commissione, che potrebbe essere respinta dal Consiglio solo a maggioranza qualificata, l’Unione europea avrebbe cioè la possibilità di sospendere, ridurre o restringere l’accesso ai fondi europei in modo proporzionato alla natura e gravità della deviazione. Verrebbe da dire: alla buon’ora. L’Unione europea è basata sui principi della democrazia liberale, tra cui centrale è la separazione dei poteri: che un paese membro possa tranquillamente violarli (per esempio, ponendo la magistratura sotto il controllo diretto del governo, come in Polonia) senza incorrere in nessuna sanzione, mentre se ne prevedono nel caso in cui un paese sfori le regole fiscali dello 0,1 per cento del Pil, stride fortemente con qualunque concezione democratica.

Secondo, la Commissione prevede anche l’erogazione specifica di fondi per i paesi dell’Eurozona: prestiti per sostenere la spesa di investimento se un paese è colpito da un forte shock asimmetrico, finanziamenti per accelerare la convergenza economica, trasferimenti per ridurre la spesa per interessi nel caso un paese debba ricorrere all’Esm (European Stability Mechanism), tutti condizionati comunque al rispetto delle regole fiscali. Le risorse immaginate (complessivamente 55 miliardi per i primi due interventi, 600 milioni per il terzo) sono ovviamente del tutto insufficienti per sostenere una politica di bilancio comune nell’Eurozona. Ma il segnale politico resta importante.

*Massimo Bordignon è membro dello European Fiscal Board. Le opinioni espresse nell’articolo sono personali e non impegnano in alcun modo l’istituzione di appartenenza.

Fonte: Lavoce.info

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