NESSUNA SALUTE SENZA PACE: l’editoriale di The Lancet 3 gennaio 2026

Nessuna salute senza pace | SaluteInternazionaleIn gran parte del mondo, il conflitto armato rappresenta un determinante fondamentale della salute delle popolazioni e del funzionamento dei sistemi sanitari. Il peso globale dei conflitti armati e della violenza è insolitamente elevato, e i loro effetti si estendono ben oltre i campi di battaglia: il danno prodotto dalla guerra, tanto nelle zone di combattimento quanto nei contesti civili, viene sempre più normalizzato (1).

Quale sarà la sfida sanitaria più urgente del 2026? Il cambiamento climatico? L’intelligenza artificiale? Le pandemie? Le malattie non trasmissibili? Tutte queste questioni continueranno a modellare la salute e la medicina. Eppure, in gran parte del mondo, il conflitto armato rappresenta un determinante fondamentale della salute delle popolazioni e del funzionamento dei sistemi sanitari. Il peso globale dei conflitti armati e della violenza è insolitamente elevato, e i loro effetti si estendono ben oltre i campi di battaglia: il danno prodotto dalla guerra, tanto nelle zone di combattimento quanto nei contesti civili, viene sempre più normalizzato. Troppo spesso il conflitto viene trattato come un fattore esterno rispetto alla salute; in realtà, esso attraversa trasversalmente ogni grande agenda sanitaria, condizionando i rischi, le risposte e la possibilità stessa di compiere progressi.

Nel 2024, secondo i dati più recenti dell’Uppsala Conflict Data Program, erano in corso 61 conflitti armati tra Stati. Molti di essi sono proseguiti nel 2025 e continueranno nel 2026. Le guerre in Ucraina, Sudan e Gaza continuano a produrre costi umanitari e sanitari devastanti, mentre crisi prolungate — e spesso sottostimate — nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel, ad Haiti e in Myanmar hanno determinato spostamenti di massa, insicurezza alimentare e il collasso dei servizi essenziali. Molti di questi conflitti sono cronici, frammentati e alimentati da impasse politiche; diversi sono a rischio di escalation. La violenza non è più episodica né confinata a specifiche aree geografiche, ma assume una dimensione globale e strutturale, rimodellando la salute delle popolazioni, destabilizzando le istituzioni e indebolendo la governance e le capacità necessarie a preservare i progressi sanitari.

Gli effetti diretti sono evidenti: sfollamento, fame, povertà e interruzioni prolungate dell’assistenza per le malattie non trasmissibili e per la salute materno-infantile. In Ucraina, dall’inizio del 2022 sono stati documentati oltre 2.000 attacchi contro strutture sanitarie, con un grave deterioramento dei servizi di emergenza, della gestione delle patologie croniche e delle cure oncologiche, e con un peggioramento diffuso della salute fisica e mentale della popolazione. In Sudan, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato più di 200 attacchi contro strutture sanitarie e operatori dal 2023, che hanno causato quasi 1.900 morti tra civili e personale sanitario e hanno drasticamente limitato l’accesso umanitario. Nei Territori Palestinesi Occupati, le ostilità prolungate hanno portato al collasso dei servizi sanitari essenziali, a una diffusa insicurezza alimentare e a ripetuti attacchi contro chi presta cure. I conflitti contemporanei non si limitano a interrompere i sistemi sanitari: li smantellano attivamente.

Il conflitto favorisce inoltre la securitizzazione della salute, limitando l’accesso ai dati, politicizzando la sorveglianza e comprimendo lo spazio per la ricerca indipendente e per la società civile, con un indebolimento profondo delle infrastrutture istituzionali che sostengono la sanità pubblica. Quando le informazioni sanitarie vengono occultate, distorte o trattate come risorse strategiche anziché come beni pubblici, ne risultano compromesse l’equità, la responsabilità, la sorveglianza e la preparazione, il monitoraggio ambientale e climatico, nonché l’erogazione e il coordinamento dei servizi essenziali.

La sfida sanitaria del 2026 non riguarda soltanto la persistenza delle guerre in corso, ma anche il crescente rischio di escalation e di effetti di spillover. L’instabilità politica e le pressioni economiche stanno convergendo in modi che aumentano la probabilità di nuovi conflitti o dell’intensificarsi di quelli esistenti. Il cambiamento climatico, la scarsità idrica e l’insicurezza alimentare si intrecciano sempre più con la violenza, amplificando gli spostamenti forzati, bloccando i processi di ricostruzione e gravando ulteriormente su sistemi sanitari già fragili. Queste pressioni non restano confinate ai contesti di conflitto: interruzioni delle catene di approvvigionamento, movimenti di popolazione e instabilità regionale fanno sì che nessun sistema sanitario sia davvero isolato dagli effetti della violenza altrove.

Tutte le agende sanitarie risultano gravemente compromesse laddove il conflitto persiste. Esse presuppongono sistemi sanitari funzionanti, dati affidabili, catene di fornitura stabili e fiducia pubblica; nessuna combinazione di farmaci, tecnologie di sorveglianza o meccanismi di finanziamento può sostituire ciò che manca in loro assenza. L’autorità politica per porre fine alle guerre spetta ai governi, ma la comunità sanitaria ha una responsabilità specifica: documentare i danni, proteggere l’integrità dei sistemi sanitari e dei dati, difendere la tutela dei civili e delle strutture di cura, e garantire che il conflitto venga riconosciuto e affrontato come un determinante cruciale della salute.

Il diritto alla salute, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ribadito nella Dichiarazione di Alma Ata, resta al centro delle priorità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non esiste un percorso credibile per realizzarlo che possa attraversare una condizione di conflitto permanente. Rispondere alle conseguenze sanitarie della guerra è necessario, ma non può sostituire le condizioni politiche e sociali indispensabili per costruire, proteggere e sostenere sistemi sanitari. Le ambizioni di equità, resilienza, preparazione e accesso universale non possono essere realizzate in un contesto di insicurezza cronica.

La pace non è contigua alla salute: ne è il fondamento.

(1) No health without peace The Lancet, Editorial, Vol. 407, p. 1, January 3, 2026. Traduzione e sottotitolo di saluteinternazionale.info

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