Le donne con disabilità e quel che dice la Convenzione ONU. di Simona Lancioni

Abbiamo appena archiviato la Giornata Internazionale della Donna con la sua miriade di iniziative dedicate, molte delle quali hanno cercato di far emergere anche la discriminazione multipla a cui sono esposte le donne con disabilità. Un fenomeno, questo degli eventi che affrontano i diversi aspetti della disabilità al femminile, che ha registrato un incremento significativo negli ultimi anni, e che ha una certa rilevanza simbolica. Ed è sicuramente positivo che la specificità delle donne con disabilità figuri accanto alle altre molteplici specificità che caratterizzano le donne nella ritualità collettiva delle giornate dedicate ad esse. Ma, ovviamente, un conto è il simbolismo delle giornate dedicate, altra questione sono le politiche inclusive. Non che i due aspetti siano in contrasto (al contrario, si può – e si dovrebbe – tranquillamente lavorare sui due fronti), ma è fondamentale non confondere i due piani, perché altrimenti ci si illude (spesso in perfetta buona fede) di promuovere questa causa, mentre in realtà non si stanno adottando le strategie che realmente potrebbero fare la differenza. Ma cosa vuol dire questo in concreto?

In concreto vuol dire tenere sempre presente questo passaggio del Preambolo (lettera S) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: «Sottolineando la necessità di incorporare la prospettiva di genere in tutti gli sforzi tesi a promuovere il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità» (grassetti di chi scrive).
Nella sostanza si tratta di uscire da un equivoco ancora piuttosto diffuso che sia necessario incorporare la prospettiva del genere solo se si parla di questioni che vengono comunemente connotate come femminili (ad esempio i servizi di ginecologia e ostetricia, la violenza di genere, la prevenzione e la cura dei tumori femminili ecc.); infatti la Convenzione ONU è molto chiara nell’esplicitare che il genere e la disabilità vanno simultaneamente considerati qualsiasi sia la materia di cui ci stiamo occupando, usando a tal proposito l’espressione «tutti gli sforzi» e non «alcuni sforzi». Il genere e la disabilità vanno simultaneamente considerati, ad esempio, se si parla di trasporti, di servizi per le situazioni di emergenza umanitaria e le catastrofi naturali, di salute, di lavoro ecc.
Questo aspetto è reso ancora più cogente dal fatto che la Convenzione ONU parla di «necessità», non di “possibilità”, “eventualità”, e neppure di attività subordinata ai “limiti delle risorse”. Niente di tutto questo, incorporare il genere è “necessario” e, dunque, deve diventare prassi ordinaria delle Istituzioni, ma anche delle Organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità.

Purtroppo, però, in Italia questo viene fatto molto poco; infatti non è un caso se nel 2016 il Comitato ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, tra i vari richiami in materia di genere rivolti al nostro Paese, ne includeva uno relativo all’assenza di una «sistematica integrazione delle donne e delle ragazze con disabilità nelle iniziative per la parità di genere, così come in quelle riguardanti la condizione di disabilità» (Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia sull’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, punto 13). In questo caso le Organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità si sono affrettate a individuare le responsabilità delle Istituzioni (che ne hanno di enormi, e non è certo mia intenzione negarle o sminuirle, sia chiaro), il che non implica che l’associazionismo di settore possa dirsi estraneo a questa prassi discriminatoria, tutt’altro!

Era il 2016, ora siamo nel 2024 e il Comitato ONU non ha ancora prodotto le nuove Osservazioni sullo stato di avanzamento dell’applicazione della Convenzione ONU in Italia, ma sui temi del genere e della disabilità non sembra che la situazione sia cambiata molto. È cambiata poco a livello istituzionale, dove anzi, sotto certi profili, si registra una certa regressione.
Ad esempio, nella precedente formazione dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità c’era un gruppo di lavoro (il Gruppo 9) che si occupava a tutto tondo delle istanze delle donne con disabilità, mentre nella nuova formazione dell’Osservatorio sono stati creati solo cinque tavoli di lavoro coordinati da soli uomini, nessuno dei quali sui temi del genere.
In occasione dell’ultima Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli deve avere constatato che nell’Osservatorio non c’era un luogo adatto a trattare della violenza nei confronti delle donne con disabilità, dunque ha provveduto a istituire un nuovo gruppo di lavoro interno all’Osservatorio che lavorerà proprio su questo tema. Ben venga, ci mancherebbe, ma deve essere chiaro che prevenire e contrastare la maggiore esposizione alla violenza non è l’unica esigenza delle donne con disabilità, e che siamo ben lontani dall’«incorporare la prospettiva di genere in tutte le politiche» per le persone con disabilità (se ne legga a questo link). Ma anche sul versante dell’associazionismo l’indicazione della Convenzione ONU fatica ad essere recepita per ragioni diverse che non di rado si intrecciano tra loro. Ne segnalo alcune.

La prima ragione è certamente la mancanza di consapevolezza sia da parte delle stesse donne con disabilità, sia da parte di chi riveste ruoli apicali nelle Organizzazioni (spesso uomini). Molto frequentemente sono le stesse donne con disabilità a circoscrivere i loro interessi e le loro rivendicazioni alle istanze percepite più specificamente come femminili e, facendo questo, veicolano inconsapevolmente uno stereotipo.
Dall’altra parte spesso i vertici delle Organizzazioni, oltre a condividere lo stesso stereotipo delle donne con disabilità, di frequente non hanno alcuna cognizione della dimensione del genere e dunque continuano a proporre politiche neutre e invisibilizzanti delle istanze delle donne con disabilità, nella convinzione che le uniche risposte alla questione consistano nel ricordarsi di celebrare le giornate dedicate, e di citare sempre il maschile e il femminile dei soggetti, dei ruoli e delle professioni nei comunicati ufficiali. Tutto il resto, semplicemente, non esiste (sic!).
Ma come se ne esce? Descrivendo e analizzando questi meccanismi. Mostrando esempi virtuosi (ci sono anche questi!). Confrontandosi, studiando e mettendo in discussione le proprie convinzioni: se tutte le politiche che portiamo avanti non incorporano la prospettiva del genere, non stiamo ottemperando alla Convenzione ONU, e questo non dipende dalle Istituzioni, dalla società, da soggetti esterni o, peggio, dalle stesse donne con disabilità, ma è una nostra responsabilità. Io per non scordarmi le cose importanti appiccico dei post-it sullo specchio del bagno…

Un altro aspetto che influisce nel recepimento delle politiche di genere riguarda il modo di ricoprire i ruoli apicali. Certo, sarebbe meglio che ci fossero più donne con disabilità ai vertici delle Organizzazioni, ed è importante creare le condizioni ed incoraggiarle affinché possano rivestirli. Ma, nel frattempo, si possono fare buone cose anche con i maschi, dipende dai soggetti.
Da questo punto di vista sono stata molto fortunata, perché lavoro per la UILDM di Pisa (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), e devo dire che sia a livello locale, sia a livello Nazionale, ho sempre trovato persone (uomini e donne, con e senza disabilità) che rivestivano i loro ruoli con spirito di servizio, assecondando e favorendo qualsiasi iniziativa proponessi sulla promozione delle politiche del genere connesso alla disabilità. Si deve certamente anche a questo contesto di libertà se oggi nel sito del centro Informare un’h (di cui sono responsabile) si può trovare una discreta quantità di materiale documentario su questi temi, tutto organizzato, accessibile e gratuitamente fruibile (si veda a questo link). Anche mettere a disposizione le informazioni è un modo per promuovere la consapevolezza delle singole persone e della comunità. Non sempre è così, in altri contesti si possono incontrare delle barriere. Qualche volta, ad esempio, il ruolo apicale è vissuto come un potere. In questi casi è più difficile che vi sia un progresso perché le proposte di rinnovamento sono percepite come una minaccia al potere.

Ma, come ho accennato, esistono anche esempi virtuosi, ed è importante conoscerli. Ne conosco diversi, ma, per ragioni di sintesi, ne cito solo uno. Si tratta dell’Associazione Verba di Torino. Nell’homepage del sito ufficiale spiegano che loro sono «un’Associazione no profit che si occupa di promuovere e favorire le pari opportunità delle persone disabili con attenzione specifica a chi subisce discriminazione intersezionale». Ecco, non è che lo scrivano e basta, lo fanno anche. «Con attenzione specifica a chi subisce discriminazione intersezionale», mi sa che questa gliela rubo per un altro post-it.


L’Autrice Simona Lancioni: Responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente contributo di riflessione è già apparso. Viene qui ripreso, con minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.


fonte: https://www.superando.it/2024/03/15/le-donne-con-disabilita-e-quel-che-dice-la-convenzione-onu/

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