Enrico Giovannini interviene sul caro energia e sostiene che per contrastarlo occorre accelerare la decarbonizzazione, non rallentare la transizione ecologica. La dipendenza dai combustibili fossili espone l’Italia alla volatilità dei mercati e pesa su famiglie e imprese. Per ridurre strutturalmente i costi servono più rinnovabili, reti e sistemi di accumulo, una fiscalità energetica equa e procedure autorizzative più rapide. La sostenibilità favorisce crescita e coesione sociale: rinviare ancora le riforme fa crescere il costo dell’inazione.
La questione energetica è tornata al centro del dibattito con una virulenza che non lascia spazio a tentennamenti. Famiglie travolte dal rincaro dei beni di prima necessità e imprese manifatturiere messe a dura prova da costi di produzione insostenibili sono il sintomo manifesto di una vulnerabilità profonda del nostro sistema economico. Di fronte all’ennesima fiammata dei prezzi del gas e dell’elettricità si sta ricorrendo a sostegni finanziari, bonus straordinari e interventi fiscali generalizzati (e quindi molto costosi per la collettività) e non concentrati sulle fasce sociali più vulnerabili (e quindi regressivi sul piano dell’equità). Come tanti studi dimostrano, essi rappresentano un “pannicello caldo” che cura i sintomi di un’infezione, ignorandone la causa.
Il nodo di fondo con cui l’Italia deve fare i conti non è una transizione ecologica troppo rapida o punitiva, come evidenziato da un certo tipo di narrazione, bensì l’esatto opposto: scontiamo le conseguenze di una decarbonizzazione lenta e spesso ostacolata. La dipendenza strutturale dai combustibili fossili rappresenta una vera e propria zavorra per la stabilità finanziaria, la competitività e la sicurezza del Paese. Occorre quindi cambiare paradigma con urgenza: il caro bollette non si combatte rallentando il percorso di decarbonizzazione, ma accelerando con determinazione le riforme strutturali capaci di sbloccare il potenziale dell’elettrificazione e delle fonti rinnovabili.
Per comprendere la natura del problema, è necessario guardare alla struttura del nostro bilancio energetico. L’Italia presenta un livello di fragilità che la distingue dal resto d’Europa: il nostro Paese soddisfa circa il 75% del proprio fabbisogno energetico attraverso l’importazione di combustibili fossili, a fronte di una media UE che si attesta al di sotto del 60%. Questa esposizione si traduce in una bolletta energetica verso l’estero compresa tra i 50 miliardi e i 100 miliardi di euro all’anno, un flusso imponente di risorse che sottraiamo agli investimenti interni, all’innovazione e allo stato sociale per trasferirlo verso Paesi terzi, spesso caratterizzati da elevata instabilità geopolitica. A questo quadro si somma un’inefficienza di fondo che impoverisce il sistema: a fronte di un fabbisogno di domanda utile stimato in circa 700 TWh annui, si registrano dispersioni superiori a 1.000 TWh sotto forma di calore di scarto. Insomma, non si tratta solo di una questione ambientale, ma di un danno economico che riduce la competitività delle imprese e spinge tante famiglie in una condizione di povertà energetica.
La trasmissione dalle dinamiche globali del mercato energetico ai bilanci di famiglie e imprese passa per il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica. In Italia, la produzione da fonti rinnovabili copre oggi circa il 40% del mix elettrico, un risultato significativo ma ancora lontano dagli obiettivi europei al 2030. La criticità principale nasce dal fatto che il prezzo dell’elettricità all’ingrosso è determinato dal criterio del costo marginale, in base al quale l’ultima centrale necessaria a coprire la domanda fissa il prezzo per tutte le altre fonti. Nel nostro contesto, per oltre il 70% delle ore dell’anno è proprio il gas naturale – la fonte oggi più costosa ed esposta alla volatilità dei mercati internazionali – a determinare il prezzo finale. In questo modo, finché la penetrazione delle rinnovabili non raggiungerà livelli tali da sostituire il gas per la maggioranza delle ore, i benefici economici del bassissimo costo marginale del solare e dell’eolico non potranno trasferirsi sulle bollette dei consumatori.
D’altra parte, l’Italia presenta un’asimmetria fiscale che penalizza le scelte virtuose. Infatti, il sistema delle accise, dell’IVA e degli oneri di sistema grava proporzionalmente di più sul consumo di energia elettrica rispetto al gas naturale. Ci troviamo così di fronte al paradosso per cui un vettore come l’elettricità, potenzialmente pulito, viene tassato in misura maggiore rispetto a un combustibile fossile. Si tratta di una scelta regolatoria che altera le decisioni di investimento di famiglie e imprese, rallentando l’adozione di tecnologie ad alta efficienza come le pompe di calore negli edifici o i veicoli elettrici nei trasporti.
Che la soluzione del problema sia la transizione energetica verso le rinnovabili è dimostrato dal fatto che, a livello globale, il 2025 che ha fatto segnare il ventitreesimo anno consecutivo di espansione record per le rinnovabili. Purtroppo, in Italia si registra una pericolosa battuta d’arresto: le nuove installazioni di rinnovabili nel 2025 si sono fermate a 7,2 GW, in calo rispetto ai 7,6 GW registrati nel 2024, con il settore eolico fermo ad appena 0,5 GW installati.
Per quale motivo il nostro Paese non riesce a cogliere appieno le opportunità della transizione energetica? Le analisi condotte dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e le recenti elaborazioni del think tank Energy Square evidenziano la presenza di colli di bottiglia amministrativi e infrastrutturali che bloccano lo sviluppo degli investimenti (Energy Square, Ridurre i costi dell’energia in Italia, 2026). I tempi di autorizzazione per la realizzazione dei parchi solari ed eolici in Italia sono tra i più lunghi d’Europa, con valori che arrivano a essere doppi o tripli rispetto alla media dei principali Paesi membri. La burocrazia diventa così una tassa occulta che incrementa il rischio d’impresa, scoraggia i capitali privati e dilata i tempi di rientro degli investimenti. A ciò si aggiungono i ritardi nell’adeguamento delle infrastrutture di rete e nei sistemi di accumulo necessari per gestire l’intermittenza delle fonti pulite. Il Piano di sviluppo della rete elettrica predisposto da Terna, che prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti strategici, è la precondizione per connettere la produzione rinnovabile del Mezzogiorno con i centri di consumo del Nord, ma anch’esso subisce rallentamenti a causa delle procedure autorizzative.
Parallelamente, assistiamo a un utilizzo inefficiente delle risorse pubbliche già disponibili. Un esempio lampante è rappresentato dalla gestione dei proventi derivanti dal sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS). Tra il 2012 e il 2024 l’Italia ha incassato circa 18 miliardi di euro dalla vendita all’asta di queste quote, ma ne ha destinati soltanto 1,6 miliardi a interventi diretti di decarbonizzazione industriale e transizione energetica, destinando il resto alla riduzione del deficit pubblico. Se queste risorse fossero state impiegate per sostenere la riconversione dei settori produttivi e per alleggerire gli oneri generali di sistema in bolletta, oggi disporremmo di una rete più resiliente e meno esposta ai rincari energetici.
Gli studi condotti dall’ASviS in collaborazione con Oxford Economics mostrano in modo inequivocabile che la sostenibilità rappresenta la scelta economicamente più conveniente per il nostro Paese (ASviS, Rapporto di Primavera, 2025). Le analisi al 2030 e al 2050 dimostrano che l’attuazione di politiche decise a favore della transizione verde non comporta un freno alla crescita economica, ma contribuisce ad un incremento significativo del Prodotto Interno Lordo e dell’occupazione rispetto agli scenari basati sul mantenimento dello status quo. Continuare a rinviare le decisioni necessarie significa caricare sulle generazioni presenti e future e sul tessuto produttivo attuale il peso del cosiddetto “costo dell’inazione”. L’inazione di fronte alla crisi climatica ed energetica comporta, infatti, costi sociali, sanitari ed economici di gran lunga superiori agli investimenti richiesti per la decarbonizzazione.
Le conseguenze dell’inazione, tuttavia, non si limitano alla dimensione economica e climatica, ma compromettono gravemente il raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030 nel loro complesso, che invece dovrebbero tradursi in politiche concrete e tra loro coerenti.
Tornando al caro energia, per uscire da questa trappola e strutturare una risposta duratura occorre perseguire cinque linee d’azione. In primo luogo, è indispensabile riformare la fiscalità energetica, riequilibrando il prelievo fiscale e gli oneri di sistema per eliminare lo svantaggio competitivo dell’elettricità rispetto ai combustibili fossili. In secondo luogo, serve una semplificazione dei processi burocratici che riduca drasticamente i tempi di autorizzazione per le nuove installazioni rinnovabili e per il “repowering” degli impianti esistenti, coinvolgendo attivamente gli enti locali nei processi decisionali. In terzo luogo, occorre promuovere la diffusione di contratti a lungo termine per l’acquisto di energia verde, come i Power Purchase Agreement (PPA) e i Contract for Difference (CfD), permettendo a imprese e cittadini di sganciare i costi dell’energia dalla volatilità del mercato del gas. La quarta riguarda l’accelerazione degli investimenti nelle reti di trasmissione e nei sistemi di accumulo su grande scala, elementi indispensabili per garantire la stabilità della rete elettrica. Infine, è fondamentale incentivare l’efficienza energetica negli usi finali e la flessibilità della domanda.
La sfida che abbiamo di fronte non è di natura tecnologica, poiché le soluzioni sono già disponibili ed economicamente vantaggiose; è una sfida prettamente politica, culturale e di governance. Continuare a inseguire l’emergenza attraverso sussidi significa consumare preziose risorse pubbliche senza risolvere la causa strutturale dei rincari. L’unica strada percorribile per garantire al nostro Paese autonomia energetica, bollette più basse e competitività industriale risiede nella piena attuazione nella trasformazione sostenibile del nostro modello produttivo. L’energia pulita non deve essere vista come un vincolo da subire, ma come la più grande opportunità di sviluppo e coesione sociale del nostro tempo.
fonte: https://eticaeconomia.it/il-caro-energia-si-combatte-con-la-transizione/
