Andrea Boitani interviene sulla questione della tassazione dei miliardari. Passando in rassegna le principali proposte, Boitani sostiene che quella tassazione sia necessaria per fare in modo che questi “dei tra gli uomini” partecipino al finanziamento dei beni pubblici e comuni che legano insieme la società, ma non è sufficiente a contenere gli enormi divari di ricchezza a vantaggio di chi si colloca al top della scala distributiva e a ridurre il potere di mercato e politico che i ricchi hanno nelle nostre società e che può minacciare la democrazia.
I 400 più facoltosi americani, nel 1982, avevano, tutti insieme, una ricchezza pari al 2% del Pil. Negli Stati Uniti di oggi “poche centinaia di miliardari, circa lo 0,0002% della popolazione, possiedono, tutti insieme, una ricchezza equivalente al 20% del Pil” (P. Krugman, “Against Oligarchy, Part I: Progressive Taxation”). Una simile concentrazione della ricchezza in pochissime mani rafforza il potere di influenza e di orientamento delle politiche pubbliche detenuto da una ristretta oligarchia, che vuole – soprattutto, ma non solo – la riduzione delle tasse sui redditi più alti e il mantenimento e la moltiplicazione delle scappatoie per eludere la tassazione, in particolare quella sui dividendi azionari, che costituiscono gran parte dei redditi dei miliardari.
Grazie al potere di influenza (e a quello di persuasione che ne è prerequisito), i super-ricchi diventano ancora più ricchi e potenti e possono trasmettere sempre più ricchezza e potere ai propri eredi, in una spirale oligarchica che Krugman e Michael Madowitz (principal economist del Roosevelt Institute) ritengono estremamente pericolosa per la democrazia americana (meno pessimista sul punto Lane Kenworthy). La Corte Suprema ha abolito negli Usa qualsiasi limite ai contributi che un cittadino può donare a un singolo candidato alla presidenza o al Congresso e, da quando ciò è accaduto, i contributi elettorali dei super-ricchi sono effettivamente aumentati a dismisura. Krugman cita la famosa battuta del presidente Woodrow Wilson nel 1913: “se ci sono uomini in questo paese grandi a sufficienza da possedere il governo degli Stati Uniti, lo possiederanno”. Ma si potrebbe citare anche Louis Brandeis che, prima di divenire giudice della Corte Suprema (1916-1939) affermò: “dobbiamo fare la nostra scelta. Possiamo avere la democrazia in questo paese o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe”.
L’unico mezzo per spezzare la spirale oligarchica e plutocratica, secondo Krugman e Madowitz è introdurre una tassazione della ricchezza, lungo le linee suggerite per tutti i paesi del mondo dal Rapporto presentato da Gabriel Zucman al G20 in Brasile del 2024, riprese e approfondite nel libro dello stesso Zucman I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla (Einaudi, 2026). Chi scrive ha pochi dubbi che si tratti di una mossa necessaria in tutto il mondo, ma alcuni ritengono che sia anche una mossa sufficiente.
Secondo Krugman e Madowitz, all’origine della straordinaria crescita della ricchezza detenuta da pochi miliardari sta la riduzione delle tasse sui redditi e sui patrimoni immobiliari pagate dai detentori dei redditi al top della distribuzione. L’aliquota marginale sui redditi, negli Usa, raggiunse e superò il 90% negli anni del New Deal, scese al 70% a metà degli anni ’70 del secolo scorso, per poi precipitare sotto il 30% negli anni di Reagan (1980-88) e da allora ha oscillato tra il 35 e 40%. Anche l’aliquota delle imposte sulle grandi proprietà immobiliari si è progressivamente ridotta negli Usa: dal 75% degli anni 1938-1970 al 40% attuale. La tassazione dei profitti, che rappresentano una quota crescente del Pil americano, ha prodotto un gettito (in rapporto al Pil) decrescente: dal 6% nei primi anni postbellici all’1% nel 2019.
Al top della distribuzione, le cose non sono andate in modo molto diverso nei principali paesi europei, dove però la pressione fiscale è rimasta, nel complesso più elevata che negli Usa. In Francia, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale e fino al 1988, l’aliquota marginale, si collocava sopra il 60%. Da allora è scesa toccando il minimo del 40% nel 2007, ed è poi risalita al 45% nel 2014. Se nel 1996 le 500 più ricche famiglie francesi detenevano una ricchezza pari al 6% del Pil dell’epoca; nel 2024 la loro ricchezza era arrivata al 42% (Zucman, 2026, p. 20). In Italia, quando la riforma Visentini introdusse l’Irpef nel 1974, l’aliquota massima era del 70% e colpiva redditi sopra i 500 milioni di lire (di poco inferiori in termini reali ai 2 milioni di euro del 2020). Successivamente, l’aliquota marginale è stata progressivamente ridotta, gli scaglioni sono diminuiti e l’Irpef percuote soprattutto i redditi da lavoro di livello medio (tra 50.000 e 100.000 euro), mentre è stata alleggerita sui redditi da lavoro autonomo. Anche in Francia, Italia e vari altri paesi europei, mentre le aliquote massime si riducevano, aumentava la disuguaglianza di reddito e soprattutto di ricchezza. Secondo i dati recentemente diffusi da Banca d’Italia, il 60,6% della ricchezza netta totale è detenuto dal 10% delle famiglie più ricche, mentre la metà meno abbiente ha solo il 7,2%. Il gruppo dei 60 più ricchi italiani detiene una ricchezza vicina al 9% del Pil nel 2025. A livello mondiale, lo 0,0001% della popolazione detiene oggi circa il 14% del Pil, contro il 3% circa del 1987.
Ma i super-ricchi non sono diventati tali solo perché sono diminuite le aliquote fiscali marginali. Il punto è che i miliardari le tasse sul reddito non le pagano proprio o ne pagano pochissime, come la seguente figura tratta dal Rapporto di Zucman relativa a Francia, Olanda e Stati Uniti mostra chiaramente. Con la sorpresa che negli Usa i miliardari (ma anche i ricchissimi) pagano sui redditi più di quanto paghino in Francia e in Olanda. In Francia, scrive Zucman (2026, p. 30), i miliardari pagano il 2% del loro reddito annuale e lo 0,1% (“una miseria”) della loro ricchezza, generando un gettito pari allo 0,3% del totale e allo 0,16% del reddito nazionale.
Figura 1: Aliquote fiscali effettive sui redditi per gruppi di reddito e per i miliardari
Nota: Il presente grafico riporta le stime delle aliquote effettive dell’imposta sul reddito per fasce di reddito ante-imposte e per i miliardari in Francia, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. Tali stime includono tutte le imposte sul reddito delle persone fisiche (e i prelievi equivalenti) versate a tutti i livelli di governo e sono espresse in percentuale del reddito al lordo delle imposte. P0-10 indica il 10% degli adulti che si trova nella fascia più bassa della distribuzione del reddito ante imposte, P10-20 il decile successivo, e così via. Il reddito ante imposte comprende tutto il reddito nazionale (misurato secondo le definizioni standard dei conti nazionali) al lordo delle imposte e dei trasferimenti e al netto degli effetti del sistema pensionistico. Fonte: Rapporto, p. 14.
Tutto ciò accade perché i redditi da capitale non sono, in genere, sottoposti alle stesse aliquote che gravano sui redditi da lavoro e, anche se lo fossero, “il limite fondamentale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche consiste nel fatto che i soggetti facoltosi possono organizzare il proprio patrimonio in modo da dichiarare un reddito imponibile minimo o nullo, eludendo così tale imposta. Tale elusione fiscale avviene principalmente in due modi: (i) evitando la distribuzione dei dividendi e la realizzazione di plusvalenze; (ii) ricorrendo a holding e strutture giuridiche simili” (Rapporto, p. 12), che in molti paesi, quelli europei, per esempio, sono esenti dall’imposta sulle società. Negli Usa, dove il reddito delle holding personali è tassato, il mezzo migliore per eludere le tasse sui guadagni derivanti dal possesso di azioni è non distribuire dividendi e far figurare i profitti come generati da “investimenti fantasma” (così li chiama Krugman) in qualche paradiso fiscale dove la tassazione sui guadagni di capitale è minima (l’Irlanda è tra questi paradisi). In tantissimi paesi, l’unica imposta pagata dai miliardari è quella versata dalle società di cui sono azionisti. Imposta la cui aliquota piatta è comunque significativamente più bassa dell’aliquota marginale dell’imposta sui redditi personali. In Italia, per esempio, l’imposta sugli utili distribuiti ai soci persone fisiche (a valle dell’aliquota piatta IRES del 24% applicata sull’utile netto imponibile delle società di capitali) è del 26% come quella sulle plusvalenze (capital gain)realizzate, mentre l’aliquota marginale Irpef è del 43%. E tutto questo per non dire del fatto che contributi sociali e imposte sui consumi gravano in misura irrisoria sui redditi dei super-ricchi mentre pesano parecchio sui redditi da lavoro medi e bassi (Rapporto, pp. 9-12).
È sufficiente che i rendimenti (al netto delle tasse) aumentino con la ricchezza perché la crescita di quest’ultima divenga esplosiva. Il che spiega l’abisso che si è prodotto tra i miliardari e il resto della popolazione, compresi coloro che siamo abituati a ritenere abbastanza ricchi. In dodici paesi dell’Ocse (tra cui Francia e Stati Uniti), le plusvalenze svaniscono fiscalmente per chi eredita la ricchezza, “esonerando così dalle imposte il reddito dei miliardari per i secoli dei secoli” (Zucman, 2026, p. 27).
Dato che le grandissime ricchezze sono composte in massima parte di titoli azionari e che da questi ci si può aspettare (in base all’esperienza storica) un rendimento del 6%, un’imposta del 2% sulla ricchezza sarebbe equivalente a un’imposta sui redditi personali del 33%: chi avesse una ricchezza di 10 miliardi e, perciò, un rendimento/reddito di 600 milioni pagherebbe un’imposta di 200 milioni, che è appunto il 33% di 600. Con l’imposta Zucman, dunque, l’aliquota media delle imposte sui redditi dei super-ricchi crescerebbe ma a partire dagli attuali livelli minimi. Inoltre, essa si configurerebbe come imposta minima. Il “decimiliardario” dell’esempio, che pagasse già un’imposta sui redditi pari a 100 milioni, dovrebbe versarne solo altri 100 e, se pagasse già 200 milioni di imposta sui redditi non dovrebbe versare nulla come imposta sulla ricchezza.
Non è il caso di soffermarsi qui sulle difficoltà di misurazione della ricchezza netta (ma quando si tratta di poche migliaia di persone in tutto il mondo…), sul tema della possibile “grande fuga” dei super-ricchi verso i paradisi fiscali, che è certo un problema, ma probabilmente esagerato nelle sue dimensioni reali da Cristina Enache della Tax Foundation Europe e da tanti critici dell’imposizione patrimoniale per interesse personale o dovere “professionale” (sul punto rimando a quanto riportato da Riccardo Staglianò in Tassare i milionari, Einaudi, 2026). E poi ci sono anche, al di là della Manica, 120 milionari che hanno scritto ad Andy Burnham: “Caro Primo Ministro, … come milionari abbiamo un messaggio chiaro per te, il nostro nuovo Primo Ministro: tassaci. Siamo orgogliosi di pagare e restare qui”. Da ascoltare la breve intervista (qui in italiano) al famoso musicista Brian Eno, uno dei “milionari patriottici” britannici. Chi volesse disporre di una telegrafica (e incompleta) sintesi degli argomenti e dei contro-argomenti sull’imposizione patrimoniale in generale e sulla tassazione dei super-ricchi in particolare può vedere qui, qui e qui.
Supponiamo pure che tutto funzioni e che l’imposta sui patrimoni dei miliardari e dei “centomilionari” possa andare a regime, in modo coordinato o quantomeno cooperativo, nella maggior parte dei paesi del mondo, applicando tutti i disincentivi possibili alla fuga dei capitalisti (di nuovo, è inevitabile rimandare a Zucman, 2026). C’è da chiedersi se quell’imposta sarebbe sufficiente a contenere la deriva oligarchica e plutocratica in corso.
Naturalmente, fintanto che l’aliquota dell’imposta sulla ricchezza resta inferiore al rendimento reale, la ricchezza continua a crescere e, in assenza di una incisiva tassazione delle eredità, ad essere trasmessa quasi nella sua interezza dai super-ricchi ai discendenti. La disuguaglianza al top continuerà ad aumentare. Ciò anche perché la dinamica della ricchezza è alimentata, in primo luogo, dalla dinamica dei mark up (rapporto tra prezzi e costi), quindi dei profitti e dei dividendi garantiti dal crescente potere di mercato delle aziende di cui i super-ricchi sono grandi azionisti, come recentemente mostrato da Seda Basihos per un panel di ben 80 paesi. Se è il potere di mercato a divenire direttamente potere di influenza politica (come afferma Basihos fin dal titolo del suo lavoro), sembra difficile che i rischi per la democrazia possano essere mitigati intervenendo solo “a valle”, mediante una tassazione che sul potere di mercato non incide e, come si è detto, può soltanto attenuare ma non eliminare la dinamica crescente delle super-ricchezze.
Va sottolineato che non solo la democrazia è a rischio ma anche l’economia capitalistica non funziona bene quando il potere di mercato e quindi il potere tout court sono troppo concentrati. La riduzione della concorrenza, e quindi della credibilità della minaccia concorrenziale, riducono la velocità del cambiamento tecnologico. Per non dire che ci sono numerosi indizi storici a mostrare come la concentrazione del potere di mercato renda l’economia più fragile e vulnerabile alla crisi. Non credo sia un caso che negli anni della gilded age – quando, negli ultimi decenni dell’800, vi fu una enorme concentrazione del potere di mercato e della ricchezza – l’economia Usa sia stata segnata da numerose crisi economiche e da forti tensioni sociali. Non è neanche un caso che – alla vigilia della Grande Depressione, iniziata con il crollo di Wall Street dell’ottobre 1929 – ricchezza e potere di mercato avevano (e non solo negli Usa) raggiunto picchi straordinari, al culmine di una “esuberanza irrazionale” che aveva gonfiato i valori azionari nel corso dei ruggenti anni Venti. Infine, non è un caso che tutti i paesi occidentali abbiano raggiunto la loro età dell’oro in termini di crescita economica, estensione del benessere e pace sociale quando il potere di mercato e la concentrazione delle ricchezze avevano raggiunto minimi storici, nei trenta anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Tutto ciò non significa assolutamente che tassare i super-ricchi sia inutile. È anzi necessario. Lo scopo di una simile tassazione è – come Zucman non cessa di ripetere – di evitare che i miliardari si “tirino fuori” dalla società in cui vivono e di costringerli a contribuire equamente a quei beni pubblici e a quei beni comuni che, a veder bene, tengono insieme la società e le comunità territoriali e il cui finanziamento oggi grava soprattutto sui redditi medi da lavoro. Ma la tassazione dei super-patrimoni – che, come si è detto, comunque continueranno a crescere nonostante la tassazione – va affiancata sia da una tassazione più incisiva delle super-eredità, in modo da limitare la trasmissione intergenerazionale del potere oligarchico, sia da interventi efficaci antitrust e/o di regolamentazione delle imprese industriali (a cominciare da quelle dell’AI) e finanziarie (non solo le banche) per limitare la formazione e l’utilizzazione di un elevato potere di mercato e di crescenti margini di profitto.
Schede e storico autori: Andrea Boitani

