Smart working class. di Daniele Vicari

Foto: Ketut Subiyanto
Il lavoro domestico generalizzato, esploso durante la pandemia, ridisegna le nostre vite, le nostre aspettative e le nostre urgenze. Il lavoro cognitivo di impiegati, operai, tecnici, ricercatori, artisti, intellettuali si combina e allo stesso tempo si disgrega sotto il segno della proletarizzazione e dell’isolamento. Sta nascendo un destino comune, una nuova classe?

Mettiamola così: il lavoro domestico non è una invenzione recente, è stato sempre appannaggio delle donne che, imprigionate nei ruoli decisi da millenni di patriarcato, hanno dovuto e saputo all’interno delle case, coattamente, sviluppare una quantità di cose che solo oggi abbiamo forse gli strumenti e la lucidità per comprendere.

Per capire per esempio l’ampiezza delle possibilità che il lavoro domestico offre basta andare a Pieve di Santo Stefano, nel magnifico Archivio Diaristico Nazionale che Saverio Tutino ci ha lasciato in dono, e tra le migliaia di cimeli farsi incantare dal lenzuolo di Clelia Marchi. Se si ha un cuore e un fegato discretamente funzionanti si resta spaesati, rapiti, sopraffatti da un’opera che racconta la storia di quella umanità coatta.

Una cosa così io l’avevo provata solo al Reina Sofía, davanti la maestosità dirompente di Guernica, e non esagero. Clelia era una cosiddetta casalinga che non trovando un pezzo di carta in casa sul quale gettare le proprie rammemorazioni impellenti, ripensò alla sua maestra elementare che le aveva raccontato come gli etruschi avvolgessero i morti in un lenzuolo perché in qualche modo ne custodisse la vita eterna. Così prese nell’armadio un lenzuolo del corredo, ci cucì sopra la foto del marito defunto e cominciò a scriverci la propria storia decidendo di metterci tutta e soltanto la verità “Granca na busia”. Quel lenzuolo incanta e intriga, avvolge soprattutto.

Niente hanno quindi inventato i grandi della letteratura che nelle loro stanzette fumose hanno creato personaggi storie e generi immortali. Pensiamo a Dashiell Hammett, padre dell’hardboiled, che una celebre fotografia ritrae con la sigaretta in mano e la bottiglia di whisky nelle immediate vicinanze. Hammett tentò tutta la vita di fare l’investigatore e il reporter… ma è solo nella sua stanza davanti alla macchina da scrivere che realizzò se stesso. Come Jack London che nel 1897 partiva per il Klondike per scaricare carbone e trasportare bagagli, realizzò se stesso con la macchina da scrivere che gli procurò il cognato e anche lui con una buona bottiglia di whisky accanto cominciò la sua carriera di scrittore.

Queste storie sembrano separare il lavoro domestico dal lavoro produttivo, quello che produce salario, ma in realtà sottolineano un paradosso: si lavora fuori per godere del privilegio di esprimersi in casa. Ma è un paradosso apparente. Si potrebbe continuare con Maksim Gor’kij che da ragazzo faceva lo scaricatore sul Volga, sguattero, fuochista, pescatore, fornaio per comprare la carta e le dieci candele necessarie nella dacia gelida per scrivere pagine immortali.

La carrellata lunghissima sugli scrittori ci condurrebbe ovunque, in ogni tempo ma fermandoci agli ultimi due secoli le descrizioni delle notti insonni sulle pagine sudate di Apollinaire, Salgari, Celine, Bulgakov, Bukowski, ci portano fino a Orwell che faceva il poliziotto nella colonia Birmana, ma si licenziò per seguire la sua passione letteraria e precipitò in una spirale che lo portò a dormire per strada in mezzo ai senzacasa, quindi per vivere lavò i piatti e pulì cessi… ma scrisse nella sua stanzetta del sanatorio, nel quale finì la sua esistenza miserabonda, quel capolavoro di 1984. Come Alda Merini, una delle tante recluse della nostra storia, che ne La pazza della porta accanto dice: “quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.

Qua, nel verso della Merini emerge il paradosso profondo costituito dal lavoro “domestico”: chiusi da qualche parte, persino reclusi, attraverso la fantasia e la potenza dell’intelletto, si può essere immensamente liberi, immensamente padroni di sé stessi, godere della “grande potenza” della propria vita.

Ma a questo punto la domanda è: sarà così per milioni di lavoratrici e lavoratori che nel mondo, anche attraverso la pandemia in corso, hanno obtorto collo riscoperto e subito il lavoro domestico? Quale forma di libertà è quella che ormai permette la tecnologia in ogni dove sulla terra? E quindi quale forma di schiavitù può diventare? Nel mio piccolo, realizzando un film durante il lockdown, a distanza, quindi con un set in parte virtuale e in parte reale, mi sono chiesto e continuo a chiedermi: ma cos’è il mio mestiere in “smart working”? Come ridisegna la mia vita, le mie aspettative, la mia urgenza espressiva? Che tipo di essere sociale sono se svolgo la maggior parte delle mie attività “in house”?

Ecco, non credo che siano domande peregrine.

E’ chiaro che se accettiamo una parcellizzazione radicale della società, il “sistema” farà di noi delle zattere in balia delle maree, quindi dovremo gettare delle funi e collegarci, lottare assieme contro i marosi, avere diritti, rispetto della privacy, salari. Saremo all’altezza di questi cambiamenti? I sindacati per esempio come potranno tenere collegate tra loro queste zattere, come potranno essere credibili dinanzi ad una così radicale trasformazione dei luoghi di lavoro in “non-luoghi”? Come si fa a non ripensare a quella intuizione marxiana del “general intellect” che si è poi sviluppata fino alle più recenti teorie del “capitale cognitivo”? Cosa fare della proletarizzazione del lavoro intellettuale che nella sostanza, attraverso il lavoro domestico generalizzato, finisce per combaciare, combinarsi, compenetrarsi con il lavoro “cognitivo” di impiegati, operai, tecnici, ricercatori. Come dominare questa meraviglia della tecnica che mette sullo stesso piano Alda Merini, Orwell e Clelia Marchi, creando un destino comune che potrebbe essere sintetizzato nella nascita di una smart-working-class?

(Foto di Ketut Subiyanto da Pexels)

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