Il ristoro del Reddito di cittadinanza e di emergenza nella pandemia. di Michele Raitano, Matteo Jessoula

Le misure hanno contrastato la crescita di povertà e disuguaglianze ma presentano limiti. Sfavoriscono i cittadini extra-Ue e le famiglie numerose

La pandemia ha rappresentato un inaspettato stress test per il sistema di welfare italiano. Come noto, nella prima fase dell’emergenza il governo è intervenuto mediante l’estensione della cassa integrazione (Cig) e l’introduzione di trasferimenti una tantum, al fine di offrire una tutela ai lavoratori, dipendenti e autonomi, in difficoltà occupazionale. Benché opportuni, questi interventi hanno messo in luce i limiti del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da diverse forme contrattuali atipiche -difficili da tutelare con forme di assicurazione sociale- nonché dalla diffusione di lavoro nero e grigio: un quadro nel quale gli effetti della pandemia sulla povertà potrebbero essere drammatici, specie in un Paese come l’Italia ancora segnato da tassi elevati di povertà ed esclusione sociale (27,3% contro il 21,8% nell’Unione europea nel 2018) come conseguenza della Grande recessione (2008-14).
In che misura, dunque, le misure esistenti al momento dello scoppio della pandemia, in primis il Reddito di cittadinanza (Rdc), e gli strumenti anti-povertà introdotti nel corso del 2020 sono riusciti ad ammortizzare le più gravi conseguenze sociali della crisi? I numeri del Reddito di cittadinanza sono importanti: 2,4 milioni di beneficiari ad aprile 2020, 3,1 milioni a settembre, 2,2 milioni a ottobre per la decadenza di alcuni assegni dopo 18 mesi di erogazione; un importo medio mensile pari a 550 euro (6.600 euro annui). Il Rdc presenta però anche alcuni evidenti limiti: solo il 4% delle famiglie percepisce un importo mensile superiore a 1.000 euro e un quinto dei nuclei riceve una prestazione al massimo pari a 2.400 euro in un anno. Inoltre i requisiti per accedervi sfavoriscono i cittadini di Paesi extra-Ue e le famiglie numerose (che sono relativamente penalizzate anche in termini di importo ricevuto): pertanto solo il 7% dei nuclei percettori presenta un richiedente con cittadinanza extra-comunitaria e le famiglie beneficiarie sono per lo più mono-personali (44%). Tutto ciò a dispetto della maggiore incidenza della povertà tra i cittadini extra-Ue (45,4%) e tra le famiglie di almeno cinque membri (38,3%).

3,1 milioni

Sono i beneficiari del Reddito di cittadinanza nel 2020 in seguito al lockdown causato dal Covid-19

In ragione di tali limiti, e specialmente del fatto che il disegno del Rdc non consente di far fronte a improvvise perdite di reddito come avvenuto in occasione del lockdown di marzo-aprile 2020, si è da subito delineata la necessità di intervenire con ulteriori strumenti per tutelare quegli individui lasciati scoperti dal Rdc e non raggiungibili attraverso la Cig e l’una tantum per gli autonomi. Tra questi figurano molti lavoratori stagionali o intermittenti, gli ex percettori di sussidi di disoccupazione e i lavoratori in nero cui il governo ha puntato a fornire protezione tramite una nuova misura soggetta a prova dei mezzi, il Reddito di emergenza (Rem). Di importo tra i 400 e gli 840 euro al mese, la durata del Rem è stata inizialmente fissata in due soli mesi, per essere poi estesa fino a cinque. Le famiglie che hanno beneficiato della misura sono state 291.206 per i primi due mesi, 235.993 nella seconda fase, cifre molto più modeste rispetto alla stima del governo di 850mila nuclei beneficiari. Nonostante i limiti del disegno della misura, il Rdc è risultato fondamentale per fronteggiare l’impatto sociale dell’emergenza Covid-19, attenuando la crescita di povertà e disuguaglianza. In questo quadro, un ruolo marginale, anche se non irrilevante, è stato svolto dal Rem che ha fornito tutela ad alcuni esclusi dal Rdc, in primis gli extra-comunitari che vanno rapidamente inclusi nel perimetro del programma.

Questo articolo è stato scritto da Matteo Jessoula e Michele Raitano per la rubrica mensile OCIS all’interno di Altreconomia.

fonte: OCIS

 

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