Al governo non interessa la condizione dei pensionati. di Tania Scacchetti

Stefano Iucci  (Collettiva) intervista Tania Scacchetti segretaria generale SPI CGIL

Parliamo della condizione delle pensionate e dei pensionati oggi a partire dalle scelte dell’attuale governo…
C’è sicuramente grande preoccupazione. Pensionate e pensionati – al pari di lavoratrici e lavoratori – non mi pare siano centrali nelle scelte economiche e politiche di questo governo. Nonostante la propaganda, ancora una volta la previdenza viene utilizzata per fare cassa, piuttosto che per affrontare un tema complesso che ha a che fare con una società che invecchia e in cui il peso dei pensionati sulla popolazione complessiva sarà sempre più rilevante. La spinta inflazionistica, che riduce la tenuta del potere d’acquisto per tutti, e quindi anche per i pensionati, non trova adeguate risposte a partire dalle scelte sul meccanismo di rivalutazione degli assegni, modificato in negativo da questo governo negli ultimi due anni.

D’altra parte per quanto riguarda la tenuta del reddito pesano anche altri fattori, penso al welfare in generale, alla sanità…

È così. Abbiamo in particolare una grande preoccupazione per la legge sulla non autosufficienza (la legge 33 del 2023, ndr), una grande conquista del sindacato dei pensionati e di quello confederale che da tempo insistevano per avere una norma quadro che mettesse il tema al centro delle politiche pubbliche e delle scelte economiche del Paese. E il fatto che il primo dei decreti attuativi non abbia risorse e rimandi a ulteriori iniziative legislative che non hanno copertura economica è un problema enorme, perché rischia di annullare l’effetto positivo di una norma nazionale che per la prima volta assumeva questo come tema di politica pubblica.

In che senso?
In futuro il tema della non autosufficienza sarà sempre più decisivo. Oggi abbiamo circa 3 milioni e mezzo di persone in questa condizione. Un numero che, anche per il positivo allungamento della durata della vita, è destinato a crescere. L’importanza della legge è stato far sì che la non autosufficienza diventasse fatto collettivo e sociale e non più un problema della singola famiglia, da gestire dunque solo nel chiuso del proprio orizzonte e delle proprie possibilità economiche. Se quindi non ci sono risorse adeguate, la non autosufficienza tornerà in un ambito privato.

D’altra parte anche la Conferenza Stato Regioni ha bocciato il decreto. Però il governo ha annunciato con grande enfasi un’altra misura per i non autosufficienti, la cosiddetta “prestazione universale”, 850 euro da aggiungere all’assegno di accompagnamento…

Si tratta di una beffa. Dai nostri calcoli, se va bene riguarderà lo 0,6% dei non autosufficienti. E poi secondo me nell’individuazione della platea – ultraottantenni, Isee sotto i 6.000 euro e condizioni gravissime – ci sono possibili elementi di incostituzionalità.

I tagli e la grande sofferenza, in generale, della sanità pesano tantissimo sulla condizione e sul benessere degli anziani…
È un discorso simile. Il disegno è chiaro: ognuno “si salva da solo”, abbandonato come è al mercato. C’è l’idea che la società non debba più farsi carico di tutti, se non in maniera caritatevole degli ultimi, dei più sfortunati, la cui sfortuna però è tendenzialmente colpa loro. In questa idea di società il sistema privato viene considerato più adeguato, e le pensionate e i pensionati sono quelli che rischiano di più: ricordiamo sempre che tra le 4 milioni di persone che rinunciano a curarsi perché non se lo possono permettere ci sono tantissimi anziani. A dispetto della grande innovazione che su questo terreno doveva rappresentare il Pnrr.

A cosa ti riferisci?
Alla grande importanza che doveva essere attribuita alla sanità territoriale, alla prossimità: vale a dire al grande tema della presa in carico delle fragilità e delle cronicità. La salute, insomma, non solo come cura del male: ancora una volta saranno le persone anziane a pagare di più il blocco dei fondi del Pnrr. Ecco, direi che questi sono i filoni principali su cui si muoverà lo Spi nei prossimi mesi e per questo saremo a pieno titolo protagonisti nelle mobilitazioni più generali del sindacato confederale.

La Cgil ha lanciato una grande campagna contro la precarietà che comprende anche il ricorso ai referendum. In che modo tutto ciò riguarda anche lo Spi?
Beh, intanto va detto che i pensionati della Cgil, anche se non stanno lavorando, vivono in una società in cui vivono i loro figli, i loro nipoti, avendo consapevolezza della storia che hanno alle spalle e dei diritti che hanno conquistato.

E che vengono sempre più messi in discussione…
Purtroppo sì, ed è per questo che è fondamentale ciò che la Cgil metterà in campo per contrastare questa deriva. Non solo la campagna referendaria, ma tutte le iniziative contrattuali, di strategia politica e di sollecitazione delle controparti. Il lavoro deve tornare ad essere misurato non solo numericamente – quanti posti di lavoro – ma anche rispetto alla qualità dell’occupazione nelle trasformazioni che il mondo sta attraversando. Sono temi che stanno a cuore, naturalmente, anche ai pensionati.

C’è anche però una questione specifica: in un sistema contributivo a un lavoro povero anche perché precario in futuro corrisponderà una pensione povera…
Una questione centrale ma di cui si parla poco, anche perché oggi la politica non guarda alle prospettive ma procede inseguendo un consenso immediato. Sappiamo benissimo che il sistema contributivo è strettamente legato al mercato del lavoro, è in sostanza una fotografia che lo replica. È dunque evidente che se non correggiamo gli squilibri del sistema contributivo e del mercato del lavoro in futuro avremo pensionati poveri. Non si scappa. Vorrei sottolineare che è un tema che non riguarda solo i pensionati ma l’intera società del futuro.

A proposito di futuro: in questi anni lo Spi ha mostrato grande attenzione per i giovani: sono state tante le iniziative realizzate insieme a loro. Andrete avanti su questa strada?
Credo che la costruzione di relazioni strutturate con i giovani sia stata una grande intuizione dello Spi degli ultimi anni, perché parte di un’idea che punta alla costruzione di una società alternativa a quella individualista e corporativa nella quale siamo immersi e che ci viene proposta come modello.

Insomma, quella del conflitto tra le generazioni, secondo la quale per dare qualcosa ai giovani bisogna togliere ai più anziani…
Sì, e poi non dimentichiamo che lo Spi per le giovani generazioni può essere un veicolo importante per raccontare la storia da cui veniamo, come sono stati conquistati diritti fondamentali. Memoria, insomma, ma intesa in senso non retorico, bensì costruttivo: se non sappiamo da dove veniamo, di quali processi siamo figli, facciamo fatica a immaginarci un futuro. I giovani sono importanti anche perché in una società che invecchia così tanto, la loro voce rischia di essere molto debole, se non è accompagnata e sostenuta. Ma attenzione: senza voler parlare in vece loro: i giovani per noi vanno aiutati a essere soggetti protagonisti dell’azione sindacale, anche delle rivendicazioni che faremo e continueremo a fare come pensionati. Insomma: vogliamo costruire un patto generazionale positivo cambiando quella narrazione tossica a cui facevi riferimento nella domanda.

fonte: https://www.collettiva.it/copertine/welfare/al-governo-non-interessa-la-condizione-dei-pensionati-eph0xiw8 

Tania Scacchetti – segretaria generale SPI CGIL
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