Maurizio Pugno dopo aver ricordato che la “distruzione creatrice” delle innovazioni genera crescita economica, osserva che le recenti tecnologie high-tech come smartphone e social media sembrano causare un aumento allarmante di ansia e depressione tra i giovani, con effetti negativi sul loro benessere. Un recente simposio organizzato dall’UNDP e dal Dartmouth College, di cui Pugno dà conto, ha fatto il punto sul problema, individuando interventi preventivi oltre che curativi, nell’ottica dello sviluppo del capitale umano a tutto campo.
La “distruzione creatrice” delle innovazioni è un processo che, a partire da come è stato concepito da Joseph Schumpeter, ha il suo lato positivo nella nuova produzione e occupazione, e il lato negativo nei fallimenti delle imprese obsolete e nella perdita di posti di lavoro. Il plauso per i benefici che ne derivano complessivamente è però generalizzato, nonostante alcune preoccupazioni per il troppo lento riassorbimento della disoccupazione “tecnologica”. La misura dei benefici convenzionalmente usata è la crescita economica, e la “sovranità del consumatore” spiegata nei testi di economia garantisce che si tratta di effettivo aumento del benessere. Tuttavia, le recenti innovazioni nei consumi high-tech, come gli smartphone e i social media, sono finite sul banco degli imputati per la diffusione di ansia e depressione tra i giovani, cioè per aver generato più malessere che benessere. È questa, dunque, una preoccupazione fondata? O forse si è diffusa una nuova forma di dipendenza da comportamenti nocivi, un tempo ristretta ai consumatori di sostanze tossiche, affetti da una “anomalia” rispetto al comportamento razionale?
Per dare una risposta a queste domande, è stato organizzato un simposio dall’United Nations Development Programme insieme al Dartmouth College (NH, USA) il 26-28 ottobre scorso. Da tutto il mondo sono intervenuti ricercatori in diverse discipline, inclusi gli economisti, nonché funzionari e operatori sul campo. I risultati che sono emersi non possono che essere definiti molto preoccupanti, tali da rendere urgente un intervento che coinvolga famiglie, scuola e istituzioni.
Il primo risultato riguarda la dimensione eccezionale del fenomeno che possiamo chiamare “malessere tra i giovani”. David Blanchflower, economista del Dartmouth College, ha mostrato come il tradizionale andamento a U del benessere lungo la vita delle persone ha subito un drastico cambiamento a partire da qualche anno prima della pandemia: il benessere dei giovani è crollato al di sotto di quello della popolazione di mezza età, che già stava al di sotto di quello della popolazione più anziana (cfr. Blanchflower D.G., Bryson A., Xu X., “The declining mental health of the young and the global disappearance of the unhappiness hump shape in age”, PLoS One 20(8): e0327858, 2025). Questo risultato è robusto perché misurato con diversi indicatori di salute mentale, e perché diffuso in molti paesi, soprattutto quelli ad economia avanzata. La giovinezza, dunque, non è più l’età delle aspirazioni e dell’ottimismo, e il “sogno americano” sembra essere svanito per buona parte della popolazione degli Stati Uniti, soprattutto quella dei giovani lavoratori a bassa specializzazione, – come ebbe a dire Carol Graham della Brookings Institutions.
Il secondo risultato emerso riguarda la coincidenza temporale tra l’esplosione del malessere tra i giovani e l’uso dei social media, specialmente quelli basati su foto e video, nonché organizzati con algoritmi che propongono contenuti in linea con le preferenze degli utilizzatori. Come hanno mostrato gli psicologi Jonathan Haidt (autore del recente best-seller La Generazione Ansiosa, 2024, Rizzoli) e Jean Twenge (studiosa delle differenze tra generazioni) – l’esplosione è avvenuta tra gli anni 2010-2016, ed è proseguita dirompente fino ai giorni nostri. Nessun altro evento, per quanto drammatico (come la grande recessione, la pandemia o i recenti conflitti) può dar conto di un’esplosione così pervasiva e sostenuta del malessere tra i giovani, e in così tanti paesi. Né è sufficiente la spiegazione basata sull’aumento della medicalizzazione dei disturbi o sulla riduzione dello stigma. Il fenomeno è, dunque, reale, ed è soprattutto a carico delle ragazze.
Il terzo risultato riguarda l’individuazione della causalità. Infatti, una buona parte della letteratura in psicologia e scienze della comunicazione affronta il problema della relazione tra uso dei social media e benessere con l’analisi di correlazione, senza così individuarne la causalità, ma trovando spesso risultati statisticamente non significativi o quantitativamente irrilevanti. Questi risultati non sorprendono, perché i social media possono essere anche utili, e perché il loro uso è frequentemente auto-riportato, soggetto quindi a distorsione. Dunque, la resistenza ad ammettere che i social media possano avere un effetto complessivo deleterio è molto forte, anche in campo scientifico.
Eppure un metodo usato prevalentemente dagli economisti conduce, invece, a risultati univoci. Il metodo è preso a prestito dalle scienze, perché si paragonano due campioni simili in tutto, ad eccezione di un fattore che si può considerare la causa di esiti differenti. Nella nostra fattispecie, solo un campione può accedere alla rete e/o ai social media, o disporre dell’accesso potenziato dalla banda larga o dalla telefonia mobile, e il benessere (o salute mentale) di questo campione viene paragonato con quello di un altro campione ancora in attesa dell’accesso. Per rendere simili i due campioni si usano diversi controlli, incluso il trend storico precedente. Ebbene, – come il mio intervento al simposio ha mostrato passando in rassegna gli studi esistenti in merito, – i campioni con l’accesso ai social media riportano, relativamente, un peggioramento del benessere significativo e spesso di dimensione rilevante. I paesi esaminati sono gli Stati Uniti, l’Inghilterra, La Germania Ovest, l’Italia, la Spagna, il Canada, i Paesi Bassi, l’Etiopia e l’Uruguay. Solo per quest’ultimo paese il risultato non è significativo, forse perché lo studio trascura la recente telefonia mobile e copre solo l’area urbana (cfr. Pugno M., “Does social media harm young people’s well-being? A suggestion from economic research”, Academia Mental Health and Well-Being 2(1), 2025).
Un quarto risultato riguarda la dipendenza nell’uso dei social media, nonostante la ricerca in questo caso sia ancora aperta. Molti interventi al simposio hanno documentato l’effetto di spiazzamento di diverse attività generalmente benefiche causato da un uso pervasivo dei dispositivi a schermo da parte degli adolescenti ma anche da parte dei bambini. L’attività maggiormente spiazzata è il gioco con gli altri bambini, non strutturato e in spazi comuni. Questo – è stato sottolineato da Haidt – è dovuto alla iper-protezione dei genitori, che preferiscono affidare i figli agli schermi, sui quali pensano, a torto, di avere più controllo.
La socializzazione “in presenza” è l’attività più spiazzata anche tra i ragazzi più grandi, come conferma una vera e propria epidemia della solitudine, foriera, ormai è accertato, di malessere fisico oltre che mentale. Come ha osservato il noto sociologo Robert Putnam – il capitale sociale è in calo ormai da decenni, e in modo strettamente connesso con l’aumento delle diseguaglianze (The Upswing: How America Came Together a Century Ago and How We Can Do It Again, Swift, 2020).
Un’altra attività benefica spiazzata è lo studio scolastico, che pur poteva essere potenziato dall’uso dei social media. La distrazione e il disturbo della attenzione però sembrano avere un effetto prevalente, almeno laddove non sono adottati programmi didattici specificamente organizzati con l’uso delle nuove tecnologie. Persino nei dati internazionali PISA sulle competenze scolastiche – ha osservato Twenge – sono stati registrati rilevanti peggioramenti, riguardanti prevalentemente gli studenti in condizioni più svantaggiate. Anche per questa via il problema delle diseguaglianze riemerge come significativo.
Per affrontare un problema così diffuso e radicato, l’intervento non può che essere a diversi livelli, ed esteso alla prevenzione sui bambini piccoli. Infatti, – come ha mostrato l’economista Andrew Clark (coautore del libro The Origin of Happiness, Princeton University, 2019), – la salute emotiva da bambini è il fattore più importante per il benessere degli adulti. In questo campo – hanno così argomentato diversi psicologi e psichiatri – è dunque necessario intervenire sia per mezzo di supporti e consulenze ai genitori, sia per mezzo di strutture, affinché i bambini non solo possano essere adeguatamente assistiti, ma possano anche giocare autonomamente correndo qualche rischio, imparando così a sfidare le proprie capacità, e a imparare dagli errori.
La scuola dovrebbe essere organizzata con norme che da un lato contengano l’uso degli smartphone in modo tanto più restrittivo quanto più piccoli sono i bambini – ha sostenuto con forza Haidt – e dall’altro prevedano l’istruzione digitale, e l’uso didattico delle nuove tecnologie. Nei curricula non possono mancare molteplici attività per lo sviluppo delle abilità sociali ed emotive, come lo sport e le attività artistiche. La didattica deve essere improntata a rendere i giovani capaci di prendere decisioni autonome.
Infine – come hanno sostenuto diversi operatori provenienti da tutto il mondo – la cura per la salute mentale dovrebbe essere integrata con la sanità universale e finanziata in modo adeguato all’estensione del problema. La cura deve cominciare fin dai primi esordi abbattendo lo stigma, organizzando comunità terapeutiche di ascolto, di mentoring, ma anche di auto-gestione. Un ruolo devono avere i social media stessi, – hanno argomentato gli specialisti in comunicazione – una volta ri-orientati per favorire la curiosità, la partecipazione e la coesione.
Il problema del “malessere giovanile” è dunque così esteso e allarmante da giustificare ogni sforzo diretto a contrastarlo, a partire dalla ricerca in tutte le discipline. Lo stesso premio Nobel per l’economia James Heckman aveva riconosciuto che gli effetti positivi dell’investimento in capitale umano si estendono in ogni campo della vita delle persone purché si considerino gli investimenti in abilità sociali ed emotive oltre a quelle cognitive (tipiche dell’istruzione rivolta al lavoro), e purché anche i genitori siano coinvolti quando i figli sono ancora piccolissimi. È in tal modo che i giovani potranno imparare a usare i social media anziché esserne usati.
fonte: https://eticaeconomia.it/e-tempo-di-riconoscere-i-danni-procurati-ai-giovani-dai-social-media-2/
