Da diversi mesi mi sto trovando a frequentare alcune Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) sparse per diverse regioni del nostro Paese, impegnata nella realizzazione di una ricerca – commissionata dallo Spi della Cgil – dedicata alla raccolta di testimonianze che mettano in evidenza, dove possibile, l’uso delle buone pratiche nella cura delle persone anziane in Italia.
Viviamo in una parte di mondo che tende a cancellare le tracce del tempo sul corpo e trovarsi ad attraversare le stanze di luoghi nati per occuparsi dell’invecchiamento che scavalca i vari tentativi di cancellazione che operiamo, produce un senso di disorientamento forte. Ci troviamo infatti da un lato a fare i conti con tutto quello che ci viene nascosto e nascondiamo e che ci riguarda, dall’altro ci sentiamo paradossalmente rassicurate/i nel ritrovare qualche cosa di noi che non sapevamo più che fine avesse fatto: il volto del (nostro) terzo tempo.
Ero seduta all’ingresso di una Residenza mentre aspettavo di incontrare alcune delle persone che mi avrebbero portata a vedere la struttura che quel giorno era previsto avrei visitato, e per delle ragioni impreviste, mi è toccato in sorte di passarci più tempo di quanto programmato. Qualche ora.
Nelle Rsa gli spazi diventano porzioni di tempo che si dilatano al punto da far perdere completamente la percezione della durata delle fasi di una giornata
In quella pausa ho avuto modo di confrontarmi con un elemento macroscopico che nelle visite successive, nelle strutture di altre città, ho potuto constatare nuovamente: nelle Rsa gli spazi diventano porzioni di tempo che si dilatano al punto da far perdere completamente la percezione della durata delle fasi di una giornata.
Le persone, sempre più soli-corpi-corpi-soli, quando sono dotate di capacità motoria, si spostano nello spazio consumando tempo. Fanno così anche le persone meno fortunate e meno capaci di muoversi, sostando in modo prolungato, spesso immobili, oppure compiendo movimenti quasi impercettibili. Il più delle volte restando in silenzio. Altre invece parlano con un parente che è andato a trovarle, altre ancora parlano da sole. Anche i corridoi hanno la stessa funzione.
Quella mattina la mia sedia si trovava accanto alla macchina del caffè. Inizialmente pensavo che tutte le persone sedute lì attorno fossero in attesa di qualche bevanda calda ma, salvo rari casi, pochi erano lì o lì arrivavano per quel motivo. Si trattava comunque di uno spazio che aveva una sua funzione e quella funzione, anche nella mancanza di interesse pratico, in qualche modo aveva generato uno degli epicentri principali di quel piano terra.
Un’atmosfera simile è facile riscontrarla in quelle che, spesso, sono le sale da pranzo, utilizzate anche da soggiorno con la televisione o da spazi ricreativi, che accolgono attività di diverso tipo a seconda delle fasce orarie della giornata. La cosa che più stupisce è come in realtà il dialogo tra le persone in questi contesti sia raro. Ci sono certamente degli scambi, ma i dialoghi che ci troviamo a fare noi o che ci immaginiamo noi quando siamo in posti frequentati da più persone, lì non si verificano. A riempire lo spazio tra chi condivide questi contesti è prevalentemente un estenuante senso di attesa.
A riempire lo spazio tra chi condivide questi contesti è prevalentemente un estenuante senso di attesa, che si traduce per chi osserva in angoscia
Il tipo di angoscia prodotta dalla percezione di quella condizione di attesa senza fine mi ha riportata a un’esperienza di ricerca fatta ormai diversi anni fa in un contesto di accoglienza di richiedenti asilo. Anche lì gli spazi comuni erano spazi adibiti alla raccolta di corpi – che in quella condizione diventano soli-solo-corpi-in attesa.
Un tratto questo, così macroscopico e così pervasivo e caratterizzante dell’esperienza in un caso delle persone anziane nelle Residenze così come per i richiedenti asilo nei centri d’accoglienza, da sollevare una domanda ingombrante: è possibile che le Rsa, malgrado la buona fede di tantissime donne e uomini che lavorano al loro interno, in quanto istituzioni incaricate di contenere un ampio numero di persone portatrici di diverse forme di disagio, finiscano inevitabilmente per diventare «totali» e quindi di agire forme di addomesticamento?
Ci sono tracce seminate nelle dinamiche che si sviluppano all’interno di questi luoghi assieme all’attesa, che rendono inevitabile non tanto il dare una risposta netta a questa domanda ma se non altro che ci mettono di fronte alla responsabilità di aprirla e tenerla aperta.
La prospettiva di indagine di cui mi sto facendo portatrice prevede di lavorare sulla ricerca delle buone pratiche all’interno di queste istituzioni a partire dall’individuazione di strutture dove la contenzione non sia utilizzata. Intendendo la contenzione nelle sue varie declinazioni possibili. E, ad ora, almeno per quanto riguarda la contenzione fisica e meccanica, stanno emergendo effettivamente esperienze che possiamo raccogliere e rendere emblematiche di un modo diverso, migliore, di assistere la persona anziana.
Ma ci sono dei dettagli – a tratti intercettatili solo ad occhio attento, ad altri macroscopici – che rendono faticoso riuscire a parlare in termini di buone pratiche in assoluto e che, per l’appunto, aderiscono tendenzialmente alla natura dell’istituzione presa in esame.
Assieme alla questione dell’attesa, che diventa un elemento progressivamente sempre più invalidante per chi abita uno spazio privo di possibili variazioni, contatti e stimoli reali, parliamo quasi sempre – se non sempre – di strutture chiuse: salvo per quelle poche persone che godono di un grado di autonomia complessiva alto e che sono entrate in Rsa per scelta autonoma o per una minoranza di persone che, sempre in virtù di un grado di autonomia superiore alla media, hanno optato per una soluzione di servizio di accoglienza solo notturno, le ospiti e gli ospiti non possono uscire se non accompagnate/i o con l’approvazione/delega di un familiare.
Ho assistito ad esempio alla contrattazione tra un’ospite e il medico di passaggio in quel momento presso la struttura, affinché il medico facesse da garante per consentire all’ospite di fumare una sigaretta e sostasse quindi con lei sull’uscio dell’ingresso che dava sulla strada.
Elementi questi che richiamano le pagine di Erving Goffman in Asylum dedicate alla carriera morale del malato mentale e che Franca Ongaro Basaglia ha reso paradigmatica per la lettura di altre condizioni di esclusione come quella dei dannati della terra di Franz Fanon e quella degli internati in campo di concentramento di Primo Levi. Nella descrizione di quella che Goffman chiama «carriera morale», impariamo a riconoscere quei passaggi di un percorso formale che finiscono per determinare l’identità di un soggetto – che perde la propria capacità agentiva – che si trova a interiorizzare la forma dell’istituzione che lo ospita, o se ne occupa, diventandone derivazione oggettivata.
Accanto al ruolo dell’istituzione e a quello delle operatrici e degli operatori che agiscono al suo interno, va aperta una finestra anche sul ruolo delle famiglie: è infatti importante che pure le famiglie ricevano assistenza da parte dell’istituzione e dei suoi tecnici e al tempo stesso si facciano carico della responsabilità della libertà inviolabile, che deve essere garantita al proprio parente pena il trovarsi in situazioni kafkiane.
È importante infatti segnalare assieme alla difficoltà con cui devono fare i conti responsabili di struttura intenzionati a gestire le Residenze in modo il più aperto possibile – a fronte di linee guida spesso astratte e indirizzate alla messa in pratica di un’operatività che tiene conto di una prospettiva puramente medicalizzante – alla funzione ostativa che può essere esercitata della famiglia. È accaduto ad esempio a due direttrici di struttura che, nel corso della loro attività, abbiano scelto di avviare un percorso di eliminazione totale della contenzione – arrivando oggi ad essere a capo di una Residenza a contenzione zero – e siano diventate presto oggetto di ricorso da parte di familiari di un uomo che, non contenuto, è scivolato (pur senza essersi fatto grave danno).
Questo cortocircuito paradossale, portandoci fuori dal perimetro delle strutture prese in esame, per arrivare al rapporto indispensabile con il «fuori», ci consente di avvicinarci alla conclusione temporanea della riflessione in atto.
Nell’abbandono di ogni persona anziana o nella difficoltà di prendersi cura della «propria» persona anziana, facciamo i conti con le impossibilità che costellano le quotidianità di ogni soggetto
L’ingresso in Rsa avviene per la maggior parte delle volte su indicazione o richiesta della famiglia nel suo complesso o comunque di qualche familiare. Questo transito, inscritto ormai nella vita di moltissime e moltissimi di noi, è espressione di diversi fattori sintetizzabili in modo sommario, così: qualcuno si libera del proprio familiare non avendo modo, tempo, strumenti per occuparsene; qualcun altro si trova in profonda difficoltà e sofferenza per le condizioni in cui versa il familiare/la persona amata; qualcuno decide autonomamente per diverse ragioni (dalla solitudine a difficoltà di varia natura) di entrare a vivere in una Residenza.
Questi fattori a loro volta sono espressione di due diversi fenomeni: da un lato la mutazione quasi genetica che ha attraversato la famiglia nel nostro paese, noto per aver fondato la sua identità su ampi nuclei familiari – oggi per lo più liquefatti e ridotti all’osso, dall’altro dalla corrosione del Welfare e le sue conseguenze.
Risulta così evidente come nell’abbandono di ogni persona anziana o nella difficoltà di prendersi cura della «propria» persona anziana, facciamo i conti con le impossibilità che costellano le quotidianità di ogni soggetto, appartenente a una generazione diversa, del medesimo nucleo familiare, in via di decomposizione. Ci troviamo quindi di fronte a una costellazione di corpi che in quanto soli e in quanto solo-corpi, si trovano inermi rispetto al proprio destino e a quello delle persone che amano.
Assistiamo dunque a un problema profondamente culturale, che parla in sintesi attraverso la configurazione delle proprie istituzioni che sembrano alimentare questa parcellizzazione dei soggetti attraverso l’invalidazione delle relazioni tra loro. In questo caso, risulta emblematico di tutta questa riflessione il fatto che le Residenze in questione siano in realtà non tanto «residenze» (luoghi in cui abitare e poter trovare soddisfatte le necessità primarie dell’abitare), quanto più realtà «sanitarie», dove il concetto di cura è di natura medicalizzante anziché culturale e sociale. Contesti in cui, tendenzialmente, la persona anziana rischia di essere percepita come solo-corpo-corpo-solo da dover proteggere, contenere, gestire.
fonte: https://rivistadissonanze.it/corpi/corpi-anziani

