Susanna Ronconi presenta il report della Global Commissione su minori e sostanze per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto
Fin dai tempi del Movimento per la Temperanza, la protezione di donne e bambini è stata argomento forte a favore del proibizionismo e della criminalizzazione di chi usa alcool e droghe – allora maschio adulto – visto come soggetto violento proprio a causa di quel consumo. Le donne tra ‘800 e ‘900 sono state protagoniste di questo movimento, che ha puntato molto sul compito di difendere i più piccoli dalla minaccia di un adulto maschio consumatore. Le droghe erano allora evidentemente una ragione più alla portata di quanto non fosse una critica al patriarcato generatore di violenza. Oggi sappiamo bene che la radice della violenza è patriarcale, e che le droghe possono rappresentarne una circostanza, ma non una ragione. Eppure, il movimento proibizionista contemporaneo ha ancora tra le sue ragioni ‘morali’ proprio la difesa dei minori (le donne le ha perse: usano droghe e non amano definirsi ‘vittime’).
Il 2026 è un anno in cui si è rinnovato lo scontro tra due diverse prospettive sulla protezione dei minori dai rischi rappresentati dalle droghe. Il nodo del contendere sono le radici delle violazioni dei diritti dei bambini (e degli adolescenti), e le diverse interpretazioni del concetto del ‘miglior interesse del minore’. Scontro emblematicamente evidenziato da due testi: la dura critica alle Linee Guida sui diritti umani nelle politiche delle droghe (2019) da parte di esponenti di World Federation Against Drugs (WFAD) e del Gruppo G33 – dall’articolo 33 della Convezione per la protezione dei minori che riguarda appunto le droghe – e il documento della Global Commission on Drug Policy (GCDP) – Making Children and Young People Visible in Drug Policy: A Child Rights-Based Agenda for Reform – che sottolinea come sia il contesto criminalizzante e la mancata regolazione del fenomeno a ricadere in modo pesante proprio sui minori. Di fronte alla crescita di una cultura dei diritti nelle politiche delle droghe, anche in sede ONU, il Gruppo G33 rilancia la posizione già espressa in ‘The Protection of Children from Illicit Drugs – A Minimum Human Rights Standard A Child-Centered vs. a User-Centered Drug Policy: la contrapposizione netta tra diritti dei genitori consumatori e quelli dei minori, e l’enfasi sulla inadeguatezza genitoriale degli adulti che usano. L’analisi della GCDP, al contrario, punta il dito sul contesto proibizionista che si chiude come una tenaglia sui minori: da un lato li criminalizza in prima persona, tramite sanzioni, carcere, pratiche di controllo intrusive, stigmatizzazione e discriminazione; dall’altro li colpisce tramite la criminalizzazione degli adulti, con la rottura del legame genitoriale spesso non per reale inadeguatezza ma per cesure dovute a incriminazioni, incarcerazioni, giudizi stigmatizzati e esclusione dei genitori dal sistema di welfare.
La GCDP documenta inoltre come l’enfasi preventiva che mira al solo ‘consumo zero’ finisca per privare i minori di una educazione all’uso sicuro, li escluda dalla riduzione del danno e li lasci soli a gestirsi l’esperienza del consumo, con relativi rischi. Senza contare un’altra grave serie di violazioni dei loro diritti, l’esposizione alla violenza dei mercati illegali, quando vi finiscano come manovalanza: violenza dai trafficanti che li sfruttano, ma anche violenza dalle istituzioni, che invece di trattarli come vittime del sistema illegale, li sanziona come spacciatori. L’agenda riformista della GCDP elabora un piano per la reale attuazione dell’articolo 33 a protezione dei minori, dalla salute all’educazione, dal diritto a non essere incarcerati a quello di avere accanto i propri genitori. E soprattutto consente di uscire dall’odiosa, violenta e strumentale contrapposizione tra diritti degli uni e degli altri.
